Un’anti-star con il groove: intervista a Tracey Thorn per l’uscita di “Record”

Tracey Thorn ricomincia dallo stesso produttore con cui aveva lavorato l’ultima volta, Ewan Pearson, con cui si trova bene perché “non forza la relazione artista-produttore”. “Record” è un album con le idee chiare, dal sound elegantemente pop dance e molto “femminista”

Sono passati ben sette anni dal suo ultimo album in studio e un paio dall’ottima doppia compilation Songs and Collaboration che ripercorreva un’intera carriera musicale che ha visto Tracey Thorn protagonista negli anni ’80 e ’90 con gli Everything But The Girl e le sue indimenticabili collaborazioni con Working Week, Style Council e Massive Attack. Per un bel po’ di anni si è concentrata sulla famiglia e sulla scrittura, rivelandosi una penna davvero talentuosa con due libri autobiografici e i suoi editoriali per il New Statesman, pubblicati in Italia da Internazionale. Adesso musicalmente ricomincia dallo stesso produttore con cui aveva lavorato l’ultima volta, Ewan Pearson, con cui si trova bene perché “non forza la relazione artista-produttore”. Record è un album con le idee chiare, dal sound elegantemente pop dance e molto “femminista”.

Tracey Thorn (foto di Edward Bishop)

Perché hai deciso di intitolare tutte le canzoni con una sola parola?

Quando mi preparo per incidere un album parto con delle idee precise e sin dall’inzio davvero pensavo di fare un album in maniera molto naturale e semplice, senza troppi fronzoli. Così mi pareva coerente chiamare tre, quattro canzoni con una semplice parola. Poi finito l’album, per dargli quella precisa personalità, ho optato per intitolare tutte le canzoni con una sola parola.

Considero Sister l’apice dell’intero nuovo album, un lungo brano dove tutta l’energia esplode in maniera efficace e non si può tenere fermo il piede. Come ha scritto il tuo produttore sul suo profilo FB è un 8 1/2 minute feminist groove monster!

Grazie! Vado orgogliosa di questo brano, ho scritto questa canzone dopo la Women’s March dello scorso anno. Era gennaio (anche quest’anno c’è stata nello stesso giorno il 21 gennaio, ndr) e c’è stata non solo qui a Londra ma in tutto il mondo. Ho pensato che in quel momento fosse di estrema tensione, dopo che tutti erano depressi per l’elezione di Donald Trump, e come reazione ben 100mila donne hanno marciato per le strade di Londra. I testi di Sister parlano proprio di solidarietà tra donne e ho chiesto a Jenny e Stella delle Warpaint di aiutarmi a fare una canzone che si potesse anche ballare. Quando ho finito di cantare, loro hanno continuato a suonare e alla fine abbiamo mantenuto tutta la registrazione: una vera jam session di quasi 9 minuti!

In questo brano tutto al femminile compaiono Jenny Lee Lindberg e Stella Mozgawa delle Warpaint. Come sei entrata in contatto con questa band tutta al femminile di Los Angeles?

A me piacciono molto ed è stato quindi una fortuna lavorare con Jenny e Stella. Sono venute in studio grazie a Ewan (Pearson, il produttore, ndr) che aveva lavorato con Stella. Avevano fatto un live a Glastonbury e per fortuna avevano due giorni liberi, così si sono presentate in sala di registrazione e sono stata davvero felice di lavorare con loro. Penso che si senta l’energia che sanno sprigionare.

A questo punto non posso non chiederti a questo punto cosa ne pensi del movimento #metoo.

È assolutamente eccitante quello che sta succedendo: le donne stanno giudicando senza remore il potere maschile quando oltrepassa la liceità. Lo trovo straordinario perché adesso autenticamente ci poniamo allo stesso livello degli uomini.

Nello scorso numero di Billboard, intervistando Richard Russell veniva fuori che Londra rimane un luogo d’ispirazione per la musica, poi leggo nel testo della tua canzone Blood: “London you’re in my blood But I feel you going wrong”. Sembra che tu abbia un rapporto conflittuale con questa città.

Certamente, è il luogo dove vivo dove ho trovato momenti d’ispirazione per comporre. Qui hanno vissuto anche i miei parenti. Ma è cambiata molto, non solo architettonicamente. Soprattutto è diventata davvero impossibile vivere nel centro a meno che tu non sia una persona agiata.

Ti ho presentato scrivendo che sei stata una protagonista di ben due decadi con Ben Watt ma anche da sola con le tue collaborazioni, cosa non facile. Guardandoti indietro, qual è stata la tua decade preferita?

Domanda interessante. Tentiamo tutti di dividere la musica per decenni. Se io mi fossi cristallizzata solo su un genere musicale – magari tipico degli anni ’80 – sarei stata un’artista con una precisa identità, legata solo a un genere. Però quando un’artista riesce a scappare dalle “gabbie delle decadi”, riesce anche a fuggire dai cliché. Questo è successo a me, a noi due, mi sento molto fortunata perché con Ben abbiamo lavorato con differenti stili musicali. Negli anni ’80 ricordo che c’era tanta pressione sugli artisti inglesi in generale, c’era un ossessione totale verso il successo. Anche se facevi parte di una frangia di artisti alternativi come noi, il desiderio di tutti era di finire al top delle classifiche. Negli anni ’90 ci è sembrato di vivere una seconda vita: io e Ben siamo stati molto fortunati anche grazie ai successi commerciali che abbiamo avuto. Sono stati anni molto eccitanti. E ora come mi sento? Dopo sette anni di silenzio, di vita “casalinga”, arriva il bisogno di acclimatarmi nello scenario musicale attuale. La cosa mi piace, mi offre nuove energie!


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