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Per i TheRivati “Non C’è un Cazzo da Ridere” – Leggi l’intervista

La loro musica rende omaggio a quel connubio fra napoletanità e black music che in passato ha raggiunto vette artistiche assolute. Ci risponde qui il frontman Paolo Maccaro

TheRivati - Non C'è un Cazzo da Ridere

Funk, soul e cazzimma. La musica dei TheRivati rende omaggio a quel connubio fra napoletanità e black music che in passato ha raggiunto vette artistiche assolute – Napoli Centrale e Pino Daniele in primis. I ragazzi riattualizzano quelle sonorità parlando delle storture del mondo di oggi, dal terrorismo (Bataclan) alle forzature dell’industria musicale (Music Business), pur concedendosi quei divertissement erotici che caratterizzano da sempre la loro produzione. Non C’è un Cazzo da Ridere, il loro nuovo album, è uscito a marzo. Le tracce sono state masterizzate a New York sotto la supervisione di Benedetto “Nino” Caccavale (già al lavoro sull’album BLACKsummers’night di Maxwell, vincitore di un Grammy). Risponde qui alle nostre domande il frontman Paolo Maccaro.



Non C’è un Cazzo da Ridere si apre con un parlato di un grande della musica italiana, James Senese. Il vostro stile musicale “meticcio” ricorda per molti versi quello dei Napoli Centrale. Che tipo di riconoscenza sentite per quella band?

Una riconoscenza altissima. I Napoli Centrale sono stati tra i primi a utilizzare la lingua napoletana in un genere musicale non “melodico” tradizionale (forse prima di loro solo Renato Carosone) e hanno aperto la strada a tutto quello che c’è stato dopo, da Pino Daniele fino a Clementino passando per i 99 Posse. La musica prodotta in quegli anni è diventata parte della nostra tradizione, del nostro retaggio culturale, per qualsiasi napoletano, nessuno escluso.

Pensate che oggi Napoli stia vivendo una sorta di rinascita musicale oppure le energie creative in realtà non se ne sono mai andate dalla città?

Napoli non ha mai smesso di fare arte, è il resto dell’Italia che se ne accorge a intermittenza.

Mi risulta che il vostro album sia stato sottoposto a un “fermo” da parte delle piattaforme digitali per via dei contenuti espliciti. Anche alla luce delle contraddizioni dei social network – dove, per esempio, un capezzolo femminile viene oscurato ma i messaggi incitanti all’odio hanno strada libera – vi chiedo: esiste oggi una nuova censura? Vent’anni fa pensavamo che il web fosse il posto più libero che si potesse immaginare.

Beh, il web è un posto libero, i social no. Noi siamo dei provocatori di professione, abbiamo subito censure un po’ ovunque, ed è normale: la provocazione crea la censura, ma anche viceversa. Se non ci fosse la censura, sarebbe tutto troppo libero e noi non saremmo più noi. Ovviamente bisogna sempre capire chi è che censura, cosa censura e per quale motivo.

Il vostro stile musicale ha molto a che fare con la black music, cosa che vi accomuna a tanti artisti napoletani (Pino Daniele docet). Perché proprio a Napoli la musica “nera” ha sempre trovato terreno fertile? Perché risuona in maniera così spontanea con l’anima della città?

Noi napoletani siamo stati colonizzati (tra gli altri) dagli americani dopo la seconda guerra mondiale e in quegli anni si è diffusa la musica degli afroamericani in città. Con loro abbiamo diverse cose in comune: la nostra cultura è un miscuglio di culture, da quella africana a quella turca fino alla normanna. Come loro spesso siamo discriminati nel nostro stesso paese e come loro abbiamo uno spiccato senso ritmico.

Avete pubblicato una vera e propria mini-serie di sei videoclip parallelamente all’uscita di Non C’è un Cazzo da Ridere. Ci raccontate com’è andata la realizzazione di questo progetto visual?

L’idea era legata al concetto del disco, che è un concept album, un unico discorso. Nel momento in cui abbiamo pensato all’eventuale singolo e conseguente video, ci siamo detti: “Facciamoli tutti”, poi abbiamo scelto di collegarli e, visto che questa è l’era delle serie TV, abbiamo pensato di fare una cosa del genere. Vallo a pensare che mesi dopo lo avrebbe fatto anche Liberato.

Le vostre canzoni sono molto focalizzate sull’attualità dal punto di vista socio-politico: un’attitudine che si è un po’ persa nel tempo. Perché da artisti pensate che sia importante raccontare in musica le pieghe negative del mondo in cui viviamo?

Abbiamo scritto di questi argomenti perché ci sentivamo di farlo, perché visti questi tempi bui sentivamo il bisogno di dire la nostra. Noi non crediamo che l’artista debba necessariamente parlare di attualità. Crediamo che debba però essere sempre sincero in quello che scrive.

Per Non C’è un Cazzo da Ridere vi siete avvalsi della collaborazione del producer Benedetto Caccavale. Come è nato il contatto con lui? Che tipo di tocco pensate che abbia apportato al lavoro?

Nino si è appassionato da subito al nostro lavoro, cosa che ci ha lusingato parecchio, perché è vincitore di un Grammy Award nella categoria Best R&B Album con il disco BLACKsummers’night di Maxwell del 2009. Il contatto è arrivato tramite conoscenze in comune ed è inutile dirvi che lavorare con lui è stato di grande ispirazione. Se il disco suona in questo modo, così “americano”, è solo merito suo.

Fra le colonne sonore e il fatto che in Non C’è un Cazzo da Ridere ci sono diversi “inserti” da cult movie, sembra che abbiate una vera fascinazione per il cinema. Quali sono i vostri interessi personali in questo campo?

Siamo dei veri appassionati e ogni volta che ci hanno proposto di lavorare con il cinema non ce lo siamo mai fatti dire due volte. Gli inserti cinematografici presenti nel disco ci servivano a rafforzare il concept. Sono tratti da film cult che hanno segnato in qualche modo la nostra crescita. I film citati sono No grazie, il caffè mi rende nervoso del 1982 e Così parlò Bellavista del 1984. Quest’ultimo tratto a sua volta dall’omonimo libro di Luciano De Crescenzo (è importante per noi citare questo mostro sacro della letteratura del Novecento napoletano e non). Non ci sono solo audio estratti da film. In Eyewitness abbiamo inserito un audio di un testimone oculare della strage del Bataclan. E in Stai Tutta Sudata c’è un estratto da una scena hard di Rocco Siffredi.

Napoli non sarebbe tale senza la sua lingua, che voi infatti scegliete di usare nei vostri testi. Pensate anche che abbia delle particolarità metriche o fonetiche che l’italiano non offre?

Assolutamente sì. Conoscere il napoletano e poter scrivere e cantare in questa lingua è un dono secondo noi. Il Napoletano tronca tutte le vocali finali dell’italiano e chiude quindi le parole con le consonanti un po’ come l’inglese. È una lingua estremamente musicale, ci sono alcune parole che hanno già una melodia al proprio interno che puoi sentire anche solo recitandole.

Ascolta Non C’è un Cazzo da Ridere dei TheRivati in straming

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