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Shygirl, impressioni vulnerabili di una “experimental pop artist”. L’intervista

L’artista torna alla luce con “Nymph”, un disco umorale, potente, traboccante di stile. Anzi, di stili. Perché l’unico imperativo stavolta era la curiosità
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Shygirl (foto di Jacqueline Landvik)

Salutata come una sintesi fra mondo grime e scena queer, corteggiata dalla critica internazionale che ha applaudito all’unisono i suoi due EP Cruel Practice e Alias, Shygirl è ora pronta ad andare oltre.

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I trascorsi con SOPHIE e Arca sono metabolizzati. Londra, il clubbing, la scossa improvvisa dal dancefloor, le origini caraibiche, l’impegno sociale, la varietà delle esperienze artistiche, da DJ a regista, passando per il rap, sono un bagaglio fluorescente da ripescare immergendosi nella parte più profonda di sé.


Si ritorna alla luce con un disco umorale, potente, traboccante di stile. Anzi, di stili. Perché l’unico imperativo stavolta era la curiosità, l’unico limite quello ancora da superare, la storia più bella quella non ancora raccontata: Nymph.

Ecco un estratto dell’intervista che trovate integralmente sul numero di settembre di Billboard Italia.

I tuoi EP e i singoli hanno creato nel tempo un’attenzione sempre maggiore per il tuo personaggio e le tue canzoni di grande impatto. Adesso arriva il tuo primo album e la sensazione che si prova sentendolo è che esso richieda un ascolto unitario per essere capito appieno. Secondo te c’è un filo rosso che lega tutte le canzoni?

Sono io stessa. Mi fa molto piacere che dia l’impressione di qualcosa di unitario, perché volevo parlare di me. Fare un album era una grossa chance per avere una ampia tela su cui raffigurare tante sfumature di me stessa. Non volevo essere generica: desideravo canzoni verticali, che dicessero le cose in profondità e da vicino.

Questo è un album privato, umano, anche poetico se vuoi. Nel rappresentarmi all’esterno ero abituata a giocare con le esagerazioni, anche impossibili. Questa volta ho voluto un racconto che succedesse qui e ora e che contenesse non solo i colori decisi, ma anche i gradienti, che non sono meno significativi.

Nel disco c’è una complessità di atmosfere, elementi di scrittura e di produzione, che va oltre tutto quello che hai fatto in passato. Era anche questa un’ambizione?

Sì, perché arriva da una presa di coscienza graduale. Il primo EP è stato una specie di rivelazione per me. Con il secondo ho avuto modo di consolidare gli strumenti che avevo scoperto. Adesso era arrivato il momento di osare di più.

Nell’album a tratti c’è una vena industrial, modernista e tagliente. Penso a un brano come Little Bit: da dove nasce?

Credo che nella mia musica questa componente ci fosse già, ma meno esplicita. La realtà che ci circonda è fatta di dolcezza e violenza, pesantezza e leggerezza, ma è difficile esprimere questa complessità da un punto di vista sonico. Non solo devi saper padroneggiare le dinamiche, ma occorre anche essere interessati a portare la musica fuori dalla festa e dentro la realtà.

Invece in pezzi come Wildfire e Poison, ho riscontrato qualcosa di notturno, anche magico se vuoi, sei d’accordo?

Sì, quando scrivi un album e trascorri tanto tempo a lavorare, magari con delle persone con cui hai un rapporto molto trasparente e confidenziale, arrivano di tanto in tanto dei momenti che mi piacerebbe definire in un certo senso mistici. Succedono quando vai oltre il confine della stanchezza, che diventa una sorta di stato aeriforme all’interno del quale fluttuare. Qualcosa di simile a quello che capita in pista.

In quei momenti la luce sconfina nel buio e viceversa, e percepisci che gli elementi più luminosi della realtà nascondono una pulsione oscura, mentre al contrario l’oscurità ha dentro, in fondo, degli impulsi luminosi. È così la realtà, sono così io stessa e lo sono, credo, tutte le persone. Raccontare in musica questi chiaroscuri era la sfida.

Mi ha molto colpito l’elenco delle tue reference. Si va da Aphex Twin a Madonna, da Mariah Carey a Björk. C’è una bella commistione di linguaggi: cos’hai voluto dire di te, citando queste artiste?

Io mi considero una “experimental pop artist”. Tutti i muri di confine che si innalzano fra sperimentazione e pop non mi preoccupano. Sento l’esigenza di sorprendermi, di non essere schiava di nessun preconcetto musicale. Probabilmente così facendo rischio di non dare al pubblico esattamente quello che si aspetta da me, ma è proprio l’azzardo che voglio tentare. Mi piace l’idea di confondere le acque e introdurre degli elementi spiazzanti che rendano un genere o un’attitudine musicale non prevedibili e non del tutto riconoscibili.

Tra quelle reference ci sarebbe stata bene Rosalía, non perché vi assomigliate in modo diretto musicalmente, ma per questa attitudine a mettere a soqquadro ogni comfort zone di cui adesso mi parli.

Sono una sua grande fan ed effettivamente ascoltare il suo album mi ha dato ulteriore forza di perseguire i risultati che stavo cercando, di osare. Mi è sembrato chiarissimo che tutte le sue scelte non erano state fatte a tavolino, ma motivate dalla ricerca di una piena realizzazione di me stessa.

Quindi anche tu stai pensando a uno spettacolo live in cui esprimerti a tutto tondo?

Sì. Non vedo l’ora di tornare live. Il mio lavoro di musicista si è sempre compiuto attraverso il contatto con il pubblico, ma questa volta ha un significato ancora più particolare per me arrivare a quel momento. Desidero che la storia creativa di questo disco, la vita che esso contiene, prendano forma su un palco. In quel momento avrò la piena possibilità di prendere per mano le persone e condurle nel mondo di Nymph. Il processo creativo ricomincerà a fluire, anzi il tour segnerà l’inizio di una sua nuova fase. Sono curiosa rispetto a tutte le scoperte ancora da fare.

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Shygirl (foto di Samuel Ibram)

Ascolta Nymph di Shygirl

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