Selton: «Essere vivi è politico, il nostro album è un invito all’incontro»

Il nuovo album dei Selton, Benvenuti, racchiude diversi messaggi politici che tutti dovremmo tenere a mente. La nostra intervista
Selton
Selton, foto di Giulia Rusco

Nella vita di tutti i giorni, pandemia o no, sarà capitato a chiunque di trovarsi di fronte a situazioni “scomode”. Disuguaglianze, razzismo e indifferenza, per citarne alcune. Come a tutti sarà capitato di rimandare qualcosa da fare per passare le ore su Instagram o Facebook, per non perdersi l’ultima storia pubblicata da qualcuno o non rimanere indietro sulle notizie del momento. Ecco, i Selton nel loro nuovo album, Benvenuti, raccontano anche questo.

Ma non solo. Perché hanno voluto anche omaggiare l’Italia, dandogli il loro caloroso benvenuto e ringraziandola per gli anni passati insieme e per le possibilità che ha offerto loro. Così, in 12 tracce, i Selton fanno il loro grande ritorno, a quattro anni dal loro ultimo album Manifesto tropicale, sulla scena musicale. E lo fanno non solo provando a cambiare, sperimentando e coinvolgendo produttori come Ceri e Stabber, ma anche alcuni amici, come Margherita Vicario e Willie Peyote.

Il loro, più che un invito all’ascolto, è un vero e proprio invito all’incontro, per provare a rompere le barriere, staccarci di dosso le etichette e sentirci, finalmente, più liberi e vivi.

Abbiamo incontrato su Zoom Daniel Plentz, percussionista dei Selton, con cui abbiamo sviscerato diverse tematiche di Benvenuti, ma non solo.

Nel 2019 è uscita Cercasi casa e domani darete il benvenuto a tutti nella vostra nuova casa. Cos’è successo in questi due anni che vi hanno portato alla pubblicazione del disco?

Sono stati anni di una ricerca di identità. È facile per un artista rimanere chiuso in se stesso una volta trovata una forma in cui ci si sente a proprio agio, ma noi cercavamo altro. Abbiamo deciso di provare a uscire dalla nostra comfort zone e sperimentare.

Avete trovato un modo di dire di nuovo benvenuti, più che ben tornati, a chi vi ascolta.

Sì, per noi ha un significato legato al nostro essere stranieri. È un benvenuto all’Italia, che da quasi 13 anni è la nostra casa. Il benvenuti non è casuale, perché per la prima volta abbiamo iniziato a scrivere in italiano. Inoltre, Benvenuti è un album politico, con un forte invito all’incontro.

Infatti la title track, che apre il disco, rimanda proprio al vostro messaggio politico. In una strofa dite “Cuore pulsante con il destino tracciato dalle frontiere storte disegnate a mano”. Si parla di integrazione e di com’è arrivare in Italia e riuscire a trovare il proprio posto senza sentirsi uno straniero.

Molto spesso, soprattutto con il neoliberismo e la digitalizzazione, c’è un grande stimolo all’individualità e al narcisismo che ci fa credere che separare sia più semplice che unire. Riuscire ad avvicinarsi però ci arricchisce, ed è l’unica soluzione possibile per vivere bene. Noi non abbiamo pretese, non vogliamo dire come devono andare le cose, vogliamo solo provare a raccontare il nostro punto di vista.

Dalla Milano “piccola ma cosmopolita” all’iperconnessione

Collegandoci al concetto di integrazione, tempo fa avete detto che Milano è un po’ come voi, cosmopolita e piena di cose da fare. La città, anche a causa della pandemia, è cambiata molto. Lo pensate ancora? Com’è stato vivere nel vostro quartiere, Loreto?

Milano ci ha sempre affascinato perché è una città europea, ma è piccola, la attraversi in bicicletta. Non è paragonabile a Londra o San Paolo. Per noi è ancora una città a misura d’uomo e che stava diventando molto cosmopolita ed europea. La pandemia ci ha rinchiusi tutti, ma credo che a Milano si respiri ancora quella voglia di apertura verso l’esterno. Anche se, ti devo dire la verità, abbiamo notato purtroppo che nel quartiere è più visibile il disagio economico.

In Benvenuti ci sono due brani che sembrano collegati tra loro: Pasolini e Fammi Scrollare. Entrambi criticano il fatto di essere sempre iperconnessi e la dipendenza dalla tecnologia.

Queste due canzoni sono nate insieme e sono vicine nel disco perché ci sembrava proprio che appartenessero allo stesso momento. Tra l’altro, eravamo in fissa con due brani. Il primo è di Nego do Borel e abbiamo pensato “quanto sarebbe figo fare una cosa del genere?”. Qui ci è venuto in mente Stabber, per raccontare com’è il Brasile ora.

L’altro invece è di Elza Soares, un riferimento fantastico per la musica brasiliana, anche perché ha 85 anni, ma spacca. Di questo ci ha colpito il reef di chitarra classica, con una forte attitudine rock, che ha dato vita al reef di Fammi scrollare. Tra l’altro, siamo volati con Willie in Brasile per lavorare al brano proprio con il produttore di Elza.

Perché proprio Pasolini?

L’idea nasce da un nostro carissimo amico, che ha ammesso di utilizzarlo per rimorchiare (ride, ndr.). Questa cosa ci ha colpito molto e l’abbiamo usata, attraverso questo brano che racconta quella superficialità di cui siamo tutti vittime, compresi noi. Oggi più che mai sembra quasi che basti citare i grandi della cultura per essere credibili e fare colpo.

Selton
Selton, foto di Giulia Rusco

Le mille idee dei Selton per superare l’assenza dei live

L’ultimo singolo che ha anticipato il disco è Karma Sutra, insieme a Margherita Vicario. Potrebbe essere un ideale seguito di Cuoricinici, visto che affrontano la stessa tematica?

Il paragone che fai è giustissimo, perché anche noi vediamo Karma Sutra come una sorta di capitolo due di quel brano. Volevamo trovare il modo di difendere la ragazza, non volevamo che fosse quella “in attesa”, ci sembrava anacronistico, quasi volto a rinforzare l’idea del patriarcato. Raccontiamo un nuovo punto di vista, ovvero quello della ragazza che stronca Ramiro (autore del brano, ndr.). Alla fine, dopo aver fatto un po’ di cose con Margherita Vicario, ci siamo resi conto che era perfetta per questa canzone.

“Disco di platano, fare ballare la critica, se non entri in classifica parlate male di me”. Questa è una citazione da Intermission Panorama, un brano che critica abbastanza esplicitamente la discografia. È un brano che nasce dalla paura di non essere capiti?

Ci sentiamo divisi su questo tema, perché la pandemia ha cambiato tutto, soprattutto per chi come noi è abituato a suonare tanto dal vivo. Adesso il nostro unico feedback è quello dei numeri, ed è un processo molto miope e crudele, perché cambia totalmente la percezione del valore che hai. Questa cosa è davvero ansiogena per un artista, soprattutto oggi, che non hai altri mezzi con cui comunicare perché è tutto fermo.

Però voi avete trovato anche degli altri mezzi per comunicare con il vostro pubblico, come la sit-com che avete realizzato con Deejay Tv.

Abbiamo sempre scherzato tra di noi sul fatto che la nostra vita ci sembra un po’ una telenovela. Quindi abbiamo contatto Francesco Mandelli e Michela Croci per tradurre il nostro mondo con delle cose che vanno oltre la musica. Ci siamo sempre divertiti un sacco a fare progetti insieme, da mettere tre tonnellate di sabbia nel nostro cortile a spedire un fan a fare il Cammino di Santiago. Sono queste idee che ci fanno andare avanti, quindi in un momento in cui non si può fare musica dal vivo abbia trovato un’altra strada.

Tra l’altro ho visto che avete realizzato come gadget per il disco uno zerbino. Scelta curiosa, ma assolutamente perfetta perché racchiude il concept dell’album.

Ci abbiamo impiegato tre giorni a farne 130 e saranno in edizione limitata. Ci siamo divertiti molto a farli e questo si ricollega al fatto che abbiamo sempre tantissime idee. Sai, a volte ci guardiamo negli occhi e pensiamo che forse dovremmo averne un po’ meno (ride, ndr.), ma ci divertiamo davvero nel farle diventare realtà.

Dobbiamo liberarci delle nostre etichette

Vorrei tornare al discorso che abbiamo fatto all’inizio. Ci sono due parole che sono molto ricorrenti: umani e vita. In sigarette in mano a Dio cantate “Se non scegliamo noi la nostra vita, la vita non è nostra”.

Il brano nasce da un’immagine di Dudu: le nuvole sono il fumo della sigaretta di Dio che guarda verso il basso. Questa canzone però non parla di Dio, ma di quanto sia effimera la vita e di quanto, spesso, troviamo delle scuse per non viverla a pieno. Volevamo anche far capire che non è che se sei di sinistra sei più empatico, o se sei religioso l’amore ha un significato diverso. Tutto dipende da noi, non dalle etichette che ci cuciamo addosso.

Il vostro disco è molto politico, lo abbiamo detto all’inizio. Oggi, forse più che mai, gli artisti hanno deciso di metterci la faccia per parlare di argomenti importanti. È giusto dire quello che si pensa, anche se nel nostro Paese c’è ancora una visione a “compartimenti stagni”, quindi ognuno deve parlare solo di quello fa?

Credo che ci siano due cose importanti e da tenere a mente: essere vivi è politico. Parlare di politica è diritto e dovere di tutti. Il discorso “sei musicista, parla di musica”, è ignorante secondo me. Poi certo, dall’altra parte appena hai il megafono in mano hai una grande responsabilità e ne devi essere cosciente. Bisogna fare attenzione, informarsi più che si può e pesare bene le parole, perché quello che dici potrebbe formare l’opinione di tanti.

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