Ogni volta che ho la fortuna di incontrare Davide Panizza, fondatore del collettivo – se così possiamo definirlo – dei Pop X è un’esperienza surreale, così come sono surreali le sue esibizioni live. Un ragazzo dal viso pulito che sul palco si trasforma, anche grazie alla sua crew, in eccessivo performer: ogni concerto è un rave party tra basi spinte a volumi esasperati, travestimenti e nudità esposte in tutta libertà. Poco prima di Natale ha accolto Billboard in una piccola casa in affitto in pieno centro a Milano prima di un concerto del suo side-project Uccelli, assieme a Niccolò Di Gregorio e Giacomo Lanzeta. Sul tavolo pronti tè caldo e amaro al rabarbaro, in sottofondo una TV accesa su TeleCapri che trasmette televendite. Il 26 gennaio è uscito Musica per Noi, quattordici tracce che Davide ha cercato di riassumere in un track-by-track tanto nonsense quanto affascinante.

Quando hai cominciato come Pop X la gente cosa ti scriveva su YouTube?

Mi divertivo a insultare un po’ tutti ma non mi ricordo di preciso cosa scrivevano. Io Centro con i Missili, una delle prime che ho caricato, fu stata usata da un nerd di Torino, uno di quelli che fanno i gameplay e ci mettono sotto le canzoni. Da quel giorno ha iniziato a vederla un po’ più di gente.

Invece per il discorso delle performance dal vivo? I tuoi concerti non sono affatto tradizionali.

L’aspetto performativo si è sviluppato intorno al 2011. Quando sono andato in Finlandia per l’Erasmus – facevo la specialistica in musica elettronica – una volta alla settimana avevamo un’ora a disposizione in cui ci si trovava per fare improvvisazione. C’era gente che faceva di tutto, situazioni assurde. Una cosa un po’ alla John Cage, performativa. In un teatro poi c’era una serata in cui chiunque poteva proporre un’idea di performance e, se piaceva allo staff, avevi dieci minuti per realizzarla. Io misi su un paio di miei pezzi, cantavo, avevo dei trapani e giravo nel pubblico a fingere di trapanare la gente.

E da questo alle tue performance sul palco? È uno spettacolo molto straniante, soprattutto se uno non è consapevole di cosa sta per vedere.

Tornando in Italia abbiamo avuto la possibilità di partecipare a un festival vicino a Trento. Volevo fare qualcosa che non fosse solo andare in giro a suonare, ma fosse più legato al teatro. Io non me la sono mai sentita di suonare. Ho sempre cercato un modo di liberarmi dagli strumenti. Ovviamente non suonando devi fare qualcosa, devi riempire il palco. Quindi mi son detto: cerchiamo di inserire elementi che creino movimento. Ma senza dare grosse direttive. Così ho assoldato un po’ di gente per fare casino insieme. Sono fondamentalmente quelli che mi hanno seguito l’anno scorso durante il tour di Lesbianitj.



Per il disco nuovo? Pensi che ci saranno dei cambiamenti nel live?

Sì, vogliamo cambiare un po’ di cose. L’idea è quella di eliminare i visual, non perché non abbiano funzionato ma per fare una cosa diversa. E anche per motivare me stesso ad andare sul palco con una sensazione di nuovo. Lo stesso vale per per chi viene al concerto. Se riusciamo vorremmo una ballerina orientale. L’idea è quella di mettere al centro del palco una ragazza che balla per tutto il tempo, ricreando le atmosfere dei brani. Vorremmo svincolarci dalle canzoni: anche se dobbiamo comunque cantarle, in qualche modo.

Questo perché il disco ha un fil rouge che collega le tracce?

No, il live è completamente scollegato dal disco. Anche il disco è fatto di canzoni singole. Il problema sarà come trovare un filo conduttore tra disco e live. L’idea generale è di provare, in qualche modo, a trasporre le canzoni dell’album in un qualcosa di più musicale e strumentale, svincolarlo dalla voce. Noi suoniamo il disco ma improvvisiamo con le parole.

Facciamo un gioco: io ti leggo i titoli delle canzoni del nuovo album e tu mi dici una frase, un concetto, un sentimento che le riassuma. Si parte:

  1. Teke Kaki – Un pezzo con un’atmosfera alla The Sims ma con la voce che canta un rap in dialetto trentino.
  2. Orci Dentali – È nata mentre eravamo in giro a suonare: c’erano delle melodie che regolarmente in macchina tornavano. Babic (Luca Babic, uno dei membri del collettivo, ndr) cantava una strofetta e continuava a ripeterla. È la somma di una serie di canzoni che mi hanno ossessionato e che ho provato a ricantare, ma con una voce esasperata, di uno che ne ha piene le balle.
  3. Regina – In realtà vuol dire vagina. È la prima canzone, mi ha dato l’input per fare un nuovo disco. Tutto è nato da qua.
  4. Litfiga – Il testo nasce da una reazione ai pezzi di Liberato. Ne sono stato ossessionato: aprivo Facebook e lo vedevo ovunque. Ho voluto fare una mia versione napoletana.
  5. Carablia – È il pezzo più cupo.
  6. Serafino – È il pezzo che io preferisco. È una bella canzone, ha degli elementi di brani vecchi: una specie di nuova Paiazo.
  7. Chiamalo Negra – Ha un testo un po’ fastidioso, dice: «Lei non si offende se la chiami negra, chiamala negra adesso». Queste canzoni sono nate di getto, non ho mai scritto testi. Ci sono anche delle battute che riprendono una canzone di Gigi D’Agostino, The Riddle.
  8. Maturità – Son partito con l’idea un po’ morbosa di una persona che fa la maturità a settant’anni in una classe di liceali.
  9. Figli di Puttana – Il primo singolo uscito, ma su Spotify il titolo era diverso: La Prima Rondine Venne Ier Sera.
  10. Morti Dietro – È uscita sul mio canale vecchio di YouTube. Ho preso un video di Fanpage in cui una trans cammina per Napoli e sotto leggi i commenti. Ci ho fatto una canzone. Ho tirato in causa anche Babic che “dirige la marea e fa saltare la moschea”. Mi immaginavo questo Babic DJ al centro di una festa a Napoli che fa il DJ mentre io, anziano, lo osservo da una finestra.
  11. Outro/Intro – Due pezzi che sono da un po’ su internet, nati al volo a casa di Niccolò, con una struttura un po’ più libera. Non sono propriamente canzoni: hanno una musica e sopra delle persone che parlano.
  12. RABBIT – Abbiamo scritto su Facebook di chiamarci a un numero. Abbiamo registrato le voci e ci abbiamo fatto un pezzo. La voce di Babic viene trasformata in modo che sembri un mostro. Cos’è un rabbit? È un dildo grande così (gesticola, ndr) con delle ramificazioni, una roba mostruosa che mi è rimasta impressa. Da quel giorno abbiamo iniziato a chiamare Babic “Rabbit”. Lui si è calato così tanto nel personaggio che chiamava le persone e diceva: «Io sono il rabbit» – e loro: «Ah, e che cazzo è il rabbit?». Da lì è nato questo pezzo con un beat ossessivo: dura otto minuti.

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