I Hate My Village, il “Gibbone” è fuori dalla gabbia: «Vogliamo perderci in una dimensione cosmica»

Il progetto sperimentale creato da Adriano Viterbini, Fabio Rondanini, Alberto Ferrari e Marco Fasolo amplia i propri orizzonti sonori con un nuovo, denso EP. Dal 26 agosto parte il tour
I Hate My Village - Gibbone - intervista - foto di Paolo de Francesco
Da sinistra a destra: Marco Fasolo, Fabio Rondanini, Adriano Viterbini, Alberto Ferrari (foto di Paolo de Francesco)

Cominciata quasi per gioco un paio di anni fa con la pubblicazione dell’album eponimo, continua l’avventura degli I Hate My Village. La band composta da Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35), Alberto Ferrari (Verdena) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle), per non presentarsi a mani vuote all’appuntamento della riapertura dei concerti ha voluto regalare ai fan un piccolo antipasto di quello che potrebbe essere il carattere del secondo album, di prossima uscita. Venerdì 6 agosto è uscito l’EP Gibbone: quattro tracce in cui – accanto alle ispirazioni africane su cui era omogeneamente costruito il primo disco – troviamo aperture nuove, dal respiro “cosmico”.

Perché questo titolo così “primordiale”? Anche con una copertina che ricorda un po’ la scimmia di 2001: Odissea nello spazio.

Adriano: Forse un po’ per ricollegarci alla copertina del nostro primo disco. È fatta dallo stesso artista, Scarful. Lui conosceva quali erano le nostre premesse iniziali, cioè fare una musica che attinge alla nostra passione per la musica africana ma ben consapevoli che abbiamo una forte personalità. Scarful con la sua magia riesce sempre a rendere visiva quella che è l’emozione del nostro incontro. Quando siamo insieme stiamo talmente bene che facciamo tutto con grande leggerezza e spontaneità.

Uno dei punti di particolarità di Gibbone è la modalità di registrazione: avete fatto tutto su un quattro tracce, praticamente in presa diretta.

Fabio: In questo caso abbiamo registrato la maggior parte del materiale – tranne una canzone – in un’unica session su musicassetta su un quattro tracce. Poi l’abbiamo riversata su digitale facendo pochissime sovraincisioni e poco editing. Invece il singolo Yellowblack nasce da una session più complessa, in studio, su supporti diversi. Il supporto ci dà dei limiti ed è molto interessante, il nastro come la cassetta. Noi non amiamo editare più di tanto quello che facciamo. In generale se abbiamo un’idea la seguiamo, tendiamo a tenerci sempre un margine di improvvisazione e di “sporcizia” a cui ci affezioniamo immediatamente.

Le registrazioni di Gibbone a quando risalgono? E quanto tempo ci avete messo in totale?

Fabio: La registrazione su cassetta risale a poco prima della pandemia. Invece il singolo e il confezionamento dell’EP sono recenti. Gibbone nasce dalla voglia di andare live. Avevamo un sacco di materiale da parte. Vogliamo lavorare al prossimo disco senza nessuna fretta, ma volevamo fare i concerti portando qualcosa di nuovo. Il gibbone rappresenta anche un po’ l’uscire dalla gabbia. Questo è il momento in cui uscire.

In Gibbone troviamo la musica di derivazione maliana a cui ci avete abituati ma anche ma anche sonorità nuove, a più ampio spettro. Penso alle atmosfere “cosmiche” della title track o al noise di Hard Disk Surprize. È un’anticipazione di quello che potreste fare in futuro?

Adriano: Noi siamo continuamente alla ricerca di stimoli. Quello che esce da questo EP è una volontà appunto più cosmica, spaziale, dove potercisi perdere. Anche l’idea che la nostra azione sia un po’ figlia del caso ci fa stare bene. L’unico momento in cui sentiamo che il nostro incontro ha un valore è quando siamo in una stanza e suoniamo insieme, senza la consapevolezza di registrare qualcosa che poi diventerà qualcos’altro. Penso che questa sia la differenza del nostro modo di porci rispetto a tante altre realtà che in questo momento vedono la musica come un pretesto per arrivare da qualche parte.

Noi abbiamo una forte volontà di portare alla gente una musica dove ci possa essere un’attenzione da entrambi i lati. Vorremmo anche svincolarci da quei rapporti un po’ vampireschi che ci sono fra artista, promoter, pubblico, portando una musica fatta in modo genuino e spontaneo. Uno dei complimenti più grandi che ci hanno fatto è stato quando alla fine di un concerto ci hanno detto: “Grazie a quello che ci avete fatto sentire stasera ci avete fatto venire la curiosità di ascoltare altra musica”.

Quando entrerete in studio? Magari dopo i concerti di questa estate?

Fabio: Probabilmente sì, ma noi ci vediamo quasi a intervalli regolari. Facciamo session in cui appuntiamo idee. Ricominceremo di nuovo con ancora più stimolo. Abbiamo un sacco di materiale messo da parte. Quello che l’EP può svelare è che un po’ tutto può succedere, senza essere per forza sperimentali a tutti i costi o essendo anche immediatamente pop. Anche quella è una vena che scorre nel nostro sotterraneo.

Io trovo che con un progetto come IRA di Iosonouncane l’attenzione verso i suoni del mondo o sonorità “cosmiche” stia conoscendo in Italia una specie di salto di qualità. Voi come vedete questo fenomeno?

Fabio: Sono assolutamente d’accordo. Quello su cui rifletto è che a un certo punto uno si deve misurare con un pubblico che può essere internazionale. Questo è ciò che vorremmo riuscire a fare. Abbiamo già avuto riscontri all’estero, a livello sia di artisti che di pubblico. La sfida è sia essere coraggiosi qui che provare a uscire un po’ dall’Italia. Abbiamo tanti artisti che hanno le carte in regola per farlo.

Voi questo percorso verso l’estero come lo immaginate? Tramite featuring con artisti locali, tramite festival in giro per l’Europa?

Fabio: Adesso lo vediamo complicato, chiaramente. È anche un lavoro enorme. Quella del featuring è un’ottima idea.

Adriano: Comunque spero che I Hate My Village trovi una strada naturale. Stimiamo artisti come Caterina Barbieri o Alessandro Cortini, che possono suonare in giro per il mondo senza per forza fare featuring con qualcuno. La cosa più importante è fare se stessi anche nel proprio microcosmo. La musica africana è anche questo: se i Tinariwen o Bombino o Rokia Traoré suonano ovunque, anche al Coachella, è perché hanno seguito se stessi e la propria musica.

In Italia cose così si vedono ancora poco…

Fabio: In realtà non ci manca nulla. La nostra lingua suona interessante all’estero, persino il nostro accento inglese. Ora vediamo se i Måneskin risolveranno tutta la faccenda!

Voi sarete in tour per i festival italiani fra fine agosto e inizio settembre. Cosa ci dobbiamo aspettare da questi live?

Fabio: Cercheremo di far ballare la gente, cercheremo la leggerezza. Sarà uno spettacolo diverso dal precedente. Suoneremo l’EP ma anche idee nuove. Un concerto degli I Hate My Village è un laboratorio a cielo aperto, anche per noi. Sul palco celebriamo il contatto col pubblico e anche la nostra libertà.

Prossimi concerti degli I Hate My Village

26 agosto – San Mauro Pascoli (FC), Acieloaperto

27 agosto – Torino, Todays Festival

28 agosto – Milano, Circolo Magnolia

29 agosto – Galzignano Terme (PD), Anfitetro del Venda

3 settembre – Roma, Spring Attitude

4 settembre – Marina di Eboli, (SA) Barezzi Summer

5 settembre – Putignano, (BA) Farm Festival

6 settembre – Bologna, Summer Superheroes

Articolo Precedente
Anitta, credits: ufficio stampa

Anitta, super-star mondiale: sicuri di conoscerla davvero? L'intervista

Articolo Successivo
Dua Lipa

Dua Lipa è l'icona pop della sua generazione


Articoli correlati
Total
3
Share