Alla scoperta di HÅN e delle sue atmosfere “dreamy” per evadere dal quotidiano

Dopo un paio di EP pubblicati negli anni scorsi, l’artista originaria di Desenzano ha pubblicato il mini-album Projections on a Human Screen, che riconferma la ricetta di un indie pop intimista, sempre ben scritto e prodotto altrettanto bene
HÅN foto di Marco Sciacqua, Roberta Margescu - 11
HÅN (foto di Marco Sciacqua, Roberta Margescu)

Fatta eccezione per certa scena elettronica, non capita spesso di ascoltare progetti musicali italiani che non faticheremmo a immaginare sui palchi dei grandi festival europei. Ma qualche caso per fortuna c’è. Una delle più convincenti proposte in questo senso è quella che arriva da HÅN, artista che dalla piccola Desenzano si è costruita un mondo musicale sognando il Nord Europa (a partire dal suo nome d’arte, che nelle lingue scandinave ha a che fare con il campo semantico dello “scherzo”, della “beffa”).


Dopo gli EP The Children e Gradients con cui si è segnalata all’attenzione del pubblico italiano e internazionale (vale la pena ricordare che ha aperto concerti di Cigarettes After Sex e Bonobo e si è esibita in festival come Eurosonic Noorderslag e Primavera Sound), HÅN ha recentemente pubblicato il mini-album projections on a human screen (Sony Music).


La ricetta è sempre quella di un indie pop intimista, un po’ dreamy, non necessariamente minimalista o lo-fi, sempre ben scritto e prodotto altrettanto bene. Abbiamo raggiunto HÅN telefonicamente in quella stessa cameretta in cui crea la maggior parte della sua musica.

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HÅN (foto di Marco Sciacqua, Roberta Margescu)
Hai detto: “Questo album prende forma dalla mia camera da letto (luogo in cui scrivo la maggior parte della mia musica) ed entra nel mondo reale”. Possiamo usare la definizione di “bedroom pop” per la tua musica?

Non so in cosa si incaselli il genere del bedroom pop. Suppongo che si riferisca a suoni intimi e “home made”. Comunque concettualmente, per come è nato, il disco lo è di sicuro. L’ho scritto principalmente da sola, non c’è stato un procedimento come l’andare in studio a scrivere. È stato una sorta di diario personale che scrivevo in camera. Solo successivamente sono andata in studio per la produzione, a pezzi finiti.

Produci direttamente i tuoi pezzi o hai dei collaboratori?

Ho fatto questo disco con Giorgio Pesenti, che suona negli Iside ma è anche un producer che ha fatto parecchi lavori. E poi con un ragazzo di Londra, Owen, che compare anche nella prima traccia, Bicycle, come featuring (il nome d’arte è Killowen, ndr). In entrambi i casi cerco di tradurre la mia idea nella pratica. Non sono molto esperta in fatto di produzione: sì, uso Ableton ma sono consapevole di non poter raggiungere certe cose che magari ho in testa.

In un pezzo come la conclusiva Projections sento molto evidente influenza di Billie Eilish. Accetti il riferimento?

Fra l’altro quel pezzo è l’unico che ho prodotto interamente da sola. È stato registrato col telefono apposta per ottenere quella vibe. Sicuramente Billie Eilish è un’artista che ho ascoltato tanto, come moltissime persone, del resto. Però in generale penso di aver trovato una mia dimensione che magari all’inizio, quando ho iniziato a scrivere, non avevo molto chiara. Tendevo piuttosto a replicare artisti che mi piacevano. Ma sicuramente ci sono aspetti in comune con Billie.

Belle quelle idee con gli armonici di chitarra su Sonic Interlude: si tratta di una tua creazione?

No, io suono chitarra ma solo per aiutarmi nel songwriting. Quella traccia l’ha fatta il chitarrista che suona con me nei live, Michele. L’abbiamo usata come un’intro per il pezzo successivo. Sono d’accordo: è molto bella!

In un’ intervista dicevi: “La musica per me è stata una sorta di via di fuga dalla provincia. Facendo musica ho avuto la possibilità di scoprire un mondo che il mio contesto non rendeva accessibile”. Mi spieghi meglio?

Io sono nata e cresciuta a Desenzano, sul Lago di Garda. È un bel posto ma non è una metropoli, ci sono dinamiche diverse rispetto a una città. La musica è stata un mezzo – o una spinta – per uscire da una realtà molto “safe” ma anche molto limitata. Ascoltando tanta musica estera, ero affascinata da quello che succedeva in altri posti più grandi.

La maggior parte delle tue reference musicali sembrano provenire da un panorama europeo, più che italiano: in Italia manca una “scuola” di questo tipo?

Il problema è che non mi sono mai approcciata al cantautorato italiano, se non molto recentemente. Musicalmente è quella la tradizione italiana più forte. Anche per quello ho virato verso l’inglese. Adesso stanno uscendo molti progetti interessanti in italiano, di sicuro ci si sta aprendo a varie sonorità, vari stili. È comunque una cosa settoriale, ma tanti progetti sono trasversali, non incasellati in un genere preciso. Ultimamente ascolto un sacco di musica italiana.

In un’intervista ai tempi di Gradients dicevi che nel tuo festival ideale ci sarebbero in lineup Tame Impala, Bon Iver, Bonobo, Dream Koala e, fra gli italiani, Venerus, Any Other e Cosmo. Ora che i festival stanno ripartendo massicciamente in tutta Europa, riconfermeresti quella lineup?

Sarebbe abbastanza simile. Devo dire che non sono cambiati troppo i miei gusti!

Ci sono dei dischi internazionali degli ultimi mesi che ti hanno colpita in modo particolare?

Ultimamente ho ascoltato molto Jim-E Stack e Saya Gray, che è la bassista di Daniel Caesar.

Dove ti troviamo live quest’estate?

Suonerò a Brescia alla Latteria Molloy, a Bergamo in Piazzale degli Alpini e a Bari al MAT.

Ascolta projections on a human screen di HÅN


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