Giorgieness: «Prendere posizione è una scelta da fare in coscienza, non tutti sono tuttologi»

Giorgia D’Eraclea ha appena pubblicato il terzo album, Mostri: undici intensi brani in cui mette a nudo le proprie emozioni ancora una volta
Giorgieness - Mostri - intervista - foto de Le Scapigliate - 1
Foto de Le Scapigliate

Il sonno della ragione genera mostri, certo, ma i Mostri sono già dentro di noi. Anzi, siamo noi stessi, ciascuno splendidamente incasinato e diverso dagli, ma con il bisogno di condividere esperienze con i nostri simili per sentirci meno soli di fronte ai colpi bassi della vita. È quest’idea che dà forma al terzo album di Giorgieness, uscito il 28 ottobre per Sound To Be / Artist First. Undici nuovi brani dall’alto tasso emozionale, in cui si parla di dolore ma anche di rinascita. Ma Giorgia D’Eraclea è anche un’artista che non esita a esporsi su tematiche ad ampio spettro e una conversazione con lei è anche occasione per sviscerare le storture sia del mondo discografico che della società contemporanea in genere.

Parlando di Mostri, hai detto: “Oggi sento di poter dire di aver composto le canzoni che avevo bisogno di ascoltare, forse ancora più che di scrivere”. Qual è il rapporto “da ascoltatore” fra l’artista e le sue canzoni?

Con i dischi precedenti non mi è mai venuta tutta quella voglia di riascoltare. Questa volta invece è successa una sorta di magia: mi viene voglia di riascoltarlo. Credo sia legato anche al lungo tempo di lavorazione e a quanto sono cambiate le canzoni. Forse è anche il fatto che ci sono dentro delle cose che in questo momento ho bisogno di sentirmi dire.

Hai iniziato a lavorare al disco già da prima della pandemia. Quali sono stati i rimaneggiamenti apportati alle canzoni in un periodo di tempo così lungo?

Sì, infatti ci siamo ripromessi di non fare più un disco in così tanto tempo… Durante il lockdown ho scritto molto poco, solo Quello Che Vi Lascio. Tempesta per esempio è uno dei pezzi più vecchi ma non riuscivamo a chiuderlo, non lo sopportavo più. Poi invece abbiamo scritto il bridge ed è diventata una delle mie canzoni preferite del disco. Allo stesso modo ci sono pezzi come appunto Quello Che Vi Lascio in cui ho lavorato proprio sulla produzione. Così sono arrivata in studio con le idee molto più chiare. Lavorare a lungo su qualcosa è un’arma a doppio taglio, perché vorresti sempre fare meglio.

Hai definito Successo come il tuo dissing alla discografia. Quali sono le situazioni che ti hanno fatto incazzare di più in tutti questi anni?

C’è un tipo di atteggiamento che non mi piace: il dimenticarsi che dall’altra parte c’è una persona che sta investendo la sua vita in questo lavoro. Più che le risposte negative e i cambi di percorso, mi ha sempre molto affossato il non rispondere, il tenere le persone appese. Finché alla fine non ce la fai da solo. Quelli che prima ti dicevano che non vai bene, nel momento in cui funzioni sono i tuoi migliori amici.

L’altra questione è quella legata alle donne. È come se ci fosse una sedia messa lì in mezzo e dicessero: “Ok, adesso scannatevi perché ci si può sedere solo una”. Non è che sono cattivi i festival se non ci chiamano, loro ci devono rientrare economicamente: se ci sono solo due nomi femminili che possono fare un determinato pubblico, quelli saranno i nomi.

E allora da chi dipende il cambiamento?

Sono convinta che dipenda dalla discografia. Ci vuole in generale più coraggio nell’investire sull’artista in generale, non solo sulle donne. Una cosa che non capisco è il fatto di continuare a buttare fuori progetti che poi non vengono seguiti, non vengono fatti crescere, muoiono e devi ripartire da capo. Sarà un discorso economico ovviamente, però c’è un sacco di gente che lavora un sacco e tira fuori dei dischi splendidi, che però non viene seguita adeguatamente. Ci sarà sempre il pop da classifica, non è quello il problema. Ma mi dispiace che non si riesca a creare un altro modo di fare musica che possa andare oltre i bar e i club piccolini.

Successo è anche un pezzo molto rock. Visto che tu stessa suoni la chitarra, vorrei chiederti il tuo punto di vista sul potente ritorno di fiamma del rock a cui stiamo assistendo ultimamente. Mi riferisco non solo ai Måneskin ma anche ad artiste come Billie Eilish e Olivia Rodrigo che hanno fatto pezzi marcatamente rock.

Ho amato tutto il disco di Olivia Rodrigo, mi ricorda i Paramore, che ascoltavo a 16 anni! Sto vedendo anche X Factor quest’anno e sicuramente l’apertura c’è. La cosa che manca è ciò che è successo nel rock dagli anni ’70 ad oggi: è tutto un po’ vecchio. Le sale prove sono piene di quei gruppi lì. La mia paura è che, finita l’ondata Måneskin, torniamo ad avere paura delle chitarre. Quando sono uscita col primo album mi dicevano: “Voi siete matti a fare una cosa del genere, soprattutto con una voce femminile”.

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Foto de Le Scapigliate
Parlando di Cose Piccole hai detto che hai scritto la canzone in un periodo in cui non avevi “manager, etichetta, booking, ufficio stampa, soldi, avevo solo una manciata di canzoni”. Come hai vissuto quel periodo? E come ne sei venuta fuori?

Era finita una relazione, quindi sono tornata dai miei per sei mesi e nello stesso periodo ho mollato anche tutto il resto perché non mi trovavo più bene. Volevo solo scrivere e pensare all’album. Sono andata in tour, anche per rientrare in contatto con le mie canzoni. Era quel classico momento in cui anche le porte in faccia ti fanno lavorare di più. La cosa che ho fatto è stata non dare la colpa a nessun altro e cercare di migliorarmi. Penso che nella canzone si senta che non c’è dolore ma voglia di ricominciare.

Tu esprimi sempre le tue emozioni in modo molto sincero e anche viscerale. Ma in che modo riesci a fare questa profonda “autoanalisi” senza il timore di rivelare troppo della tua storia personale?

Ci sono cose di cui non parlerò mai, per esempio la mia famiglia. Come con i social, ho selezionato cosa dare agli altri e cosa tenere per me. Poi c’è quel sano egocentrismo di pensare che le cose che succedono a te poi interessino anche agli altri. Non ho paura del giudizio, so che questa cosa è utile. L’ho capito sei anni fa parlando di disturbi alimentari. Quando cento persone ti dicono di aver chiamato un centro per farsi aiutare capisci che forse è anche questo che fanno le persone esposte.

Infatti sei sicuramente fra le artiste che sui social si espongono maggiormente, peraltro su una quantità di argomenti diversi, dal gender gap al DDL Zan. Come valuti quegli artisti che, pur potendo farlo, non si espongono così tanto? E come vivi il rapporto con gli hater?

Da un lato penso che se hai una voce la devi usare, non solo per autopromozione. Ma d’altro canto non tutti siamo tuttologi, non tutti riusciamo a sostenere certe discussioni. A molti proprio non interessa, e a quel punto preferisco che non lo facciano. È una scelta che bisogna fare in coscienza.

Per quanto riguarda gli hater, io cerco sempre di fare post molto completi, per cui non capita spesso. Quel paio di volte che mi è successo non l’ho vissuta bene. Mi fanno male gli insulti personali, poi comunque razionalizzo. Mia madre è poliziotta: se allo stadio la insultano non è che prende il manganello e li picchia, perché sa che stanno insultando non la persona ma ciò che rappresenta. Quando iniziano ad augurarti lo stupro o cose del genere, ovviamente è un’altra cosa. Mi spaventa in quel momento l’idea di essere così esposta e vulnerabile. Ma ringrazio i miei compagni di elementari e medie per avermi “temprata” quando ero piccola.

Ascolta Mostri di Giorgieness in streaming

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