"Natura Molta": andiamo a vedere l'esposizione musicale di Gio Evan
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“Natura Molta”: andiamo a vedere l’esposizione musicale di Gio Evan

Gio Evan ha pubblicato il suo nuovo doppio album “Natura Molta”. 10 canzoni e 10 poesie per raccontare l’urgenza della felicità. La nostra intervista

Versi e note. Poesia e musica. Tutto questo è racchiuso in Natura Molta, il nuovo doppio album di Gio Evan.

Dieci canzoni e dieci poesie per un disco che celebra la forza rivoluzionaria della semplicità, percorrendo le sfaccettature della natura umana fatta di fragilità e coraggio.

Attraverso questo nuovo progetto Gio Evan canta l’urgenza della felicità, la difesa continua delle emozioni e l’allontanamento dall’individualità e dall’egoismo, per abbandonare l’io in favore del noi, fonte di speranza e di salvezza.

Il cantautore e poeta regala al suo pubblico un disco delicato, ma allo stesso tempo coraggioso, dove la voglia di raccontarsi e provare a raccontare gli altri è preponderante. E Gio, grazie alla sua sensibilità e al suo stile descrittivo pieno di sfumature, riesce a raccontare un mondo e delle storie che appartengono a tutti noi.

Noi lo abbiamo incontrato. Abbiamo parlato di Natura Molta e del suo tour che partirà il 27 novembre dai Magazzini Generali di Milano.

Parliamo del titolo del disco: ti piacciono i giochi di parole. Come ti è venuto in mente Natura Molta?

È un pensiero che mi portavo dietro da più di un anno. Io tendo a dire spesso «molto, tanto, assai», è come se mi piacesse utilizzare queste parole, come un intercalare, le ripeto spesso. Questo può essere un punto di riflessione. Poi mi sono ricordato che da piccolo avevo questa casa con i miei genitori e sulle scale esterne c’era proprio una natura morta. Mi metteva molta angoscia e chiedevo sempre ai miei di toglierla. Mio padre, in risposta, mi diceva: «Non capisci niente, è arte». Da qui mi è venuta questa voglia di far rivivere la natura morta.

Cosa rappresenta questa Natura Molta?

Al contrario di natura morta, è l’oggetto inanimato che diventa protagonista. Le canzoni sono corniciate ed è proprio la musica a fare da cornice. In questo disco, a differenza del primo, la musica è dosatissima, quasi spaventata dall’idea di uscire. È una mostra pittorica, però musicale. Vorrei che chi ascolta avesse la sensazione di andare a vedere «l’esposizione di Gio Evan», soffermandosi su ogni singola canzone.

Sempre parlando di giochi di parole, nel disco c’è un brano dal titolo Credo in Me Esteso. Tu dici che abbatte il cliché del credere sempre in se stessi. Questo è un modo per dire che non ci bastiamo più, che abbiamo bisogno anche degli altri per esistere?

Per come sto vivendo la mia vita e le mie esperienze, vedo che mi viene sempre meglio vivere quando ho la consapevolezza che, per esempio, in questo momento tu stai facendo parte di me. Se io ti separo da me, cado in sottigliezze che ci dividono e ci portano a non essere armoniosi insieme. Invece bisogna avere la consapevolezza che se guardi tutto dall’alto vedi un puntino, un’unità. Ecco, bisogna cominciare a prenderci cura di questa unità, perché altrimenti si sfocia nella guerra. La divisione ha sempre creato dualismo, competizione, l’io più di te. Quindi, quando smetteremo di competere, inizieremo a comprendere e staremo davvero insieme. Avremo una vera e propria «visione d’insieme». Mi sembra fondamentale, è una questione di salvezza.



Mi hai parlato di Van Gogh. Nei tuoi testi citi spesso degli artisti, di vario genere. Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?

Molto spesso sono i contadini. Hanno una connessione incredibile con la terra che rimane fedele alla vita, al bosco, alle piante, alle albe. Quindi sono loro i miei maestri, perché sono i migliori, quelli nascosti, che non si vogliono far vedere. Poi, ovviamente, c’è tutto il filone artistico che mi ispira tantissimo. Sono innamorato di Yves Klein, Joseph Beuys, Basquiat, Caravaggio… Sono veramente troppi. Tutti personaggi che si sono sacrificati per l’arte. Non mi ispirano gli scrittori, ma una volta mi ispirava molto il cinema. Per me Fellini è ancora un guru. Più che un regista, era un visionario formidabile.

Nelll’album ci sono due brani legati tra loro: Frana e Paura di Tutto. Il primo è una versione 2.0 del secondo. Perché?

Sono legati perché Frana è una canzone dove c’è un’azione, è una presa di coscienza. Mentre in Paura di Tutto si è sul passo prima, sul «so per sapere». Io sono un collaboratore della paura, un fan, diciamo così. È una rincorsa potentissima verso ciò che desideri. Siamo sempre stati educati a reprimerla. Invece, secondo me, quando sei pronto ad accoglierla, lei non ti fa male, perché quello che voleva lei era la tua prontezza a farla tua.

Parliamo di Himalaya Cocktail. In questo brano la nostra parte più superficiale dialoga con quella più profonda. Com’è nata questa canzone?

È nata da un disagio super emotivo. Era fine agosto 2018. Mi sono ritrovato in un loop e ho detto «no, sono scappato 10 anni dall’Italia per non stare in fabbrica e adesso devo fare la fabbrica nell’arte? Non esiste». E quindi ho scritto un romanzo. Ho fatto una cosa nuova e così mi sono ripreso un po’ di vitalità. Avevo deciso di non fare più musica, volevo fare altro. Poi siamo partiti per l’India. Ricordo questa meditazione devastante, tipo nove ore seduto, rincoglionito da tutto ed è lì che mi è arrivato tutto il testo della canzone. Ho aperto gli occhi e ho detto «devo fare questo». Himalaya Cocktail è questo: l’ultimo cocktail dato alla città, per poi andare in ritirata. È la canzone scritta in India che ci ha riportato in Italia con in testa tutto il progetto e la voglia di ricominciare.



Ci sono due collaborazioni nel disco: una con Tom Rosenthal (Metodo), l’altra con Dellera (Giacca Avvento)…

Tom Rosenthal è il mio cantautore preferito da almeno 8 anni. È partito tutto un po’ per scherzo. Lui è molto attivo sui social e gli ho scritto, dicendogli che stavo facendo un disco e avevo una canzone che mi sarebbe piaciuto fare con lui. Mi ha risposto, gli ho mandato il demo e dopo neanche 24 ore mi ha detto che gli sarebbe piaciuto lavorare insieme. Ero felice come un bambino. Tom mi ha invitato a Berlino a vedere il suo concerto, per parlare e capire come fare il brano. Abbiamo chiacchierato ed è stato super semplice lavorare insieme. Con Dellera è stato ancora più semplice. Sono andato a vedere gli Afterhours a Bologna e mi sono emozionato guardandolo. Ci siamo conosciuti e abbiamo fatto varie date insieme e quindi mi sembrava giusto metterlo nel disco, nel brano Giacca Avvento.

Nel disco c’è un mood ricorrente: il volersi staccare dalla massa, il cercare di farsi riconoscere per la nostra individualità. È così?

Sì, io mi sento un pesce fuor d’acqua. Non è un complimento, non mi dico «grande». È una cosa faticosa, a volte mi fa male. Perché tutti vanno alle feste e io no? Vorrei, ma non ci riesco. Mi sento con altri valori dentro, con altre priorità. L’apparenza mi sa di niente. Condisco diversamente le mie insalate e questo esce molto nella mia scrittura, perché a volte mi sento sovversivo. Sui testi c’è questa cosa, deve esserci. Se per un anno il tuo team va alle feste e tu non ci vai non puoi non scrivere «Questa sera c’è una festa e io non ci vado». Per forza, è una tua abitudine. Poi in realtà tutto questo lo compenso bene quando sono sul palco, perché quando scendo mi immergo nel pubblico fino all’alba e sto bene.

A proposito di palco, parliamo di tour. Cosa ci dobbiamo aspettare?

Un varietà notevole. Abbiamo provato a dosare tutte le forme e le abilità. Ci sarà poesia, teatro, gag, un po’ di tutto, ma soprattutto tanta musica. Ci saranno varie novità sperimentali. Saremo in 8 sul palco e sono sicuro che sarà davvero bello.

Alcune frasi tratte dalle tue canzoni sono spesso usate come didascalie su Instagram e Facebook. Come percepisci questa cosa?

Sono contentissimo. Una delle cose che mi dicono spesso è «mi hai descritto perfettamente». Questo per me significa che forse non ho tutti i torti quando dico che siamo la stessa cosa. Il mio lavoro è proprio questo: arrivare sempre dove sono anche gli altri. Nei sentimenti, nelle tragedie, nelle guerre interiori, nelle predisposizioni alla felicità. In tutte queste cose ci incontriamo sempre. Quando le persone usano le tue parole vuol dire che funzionano e questo mi dà una grande carica. Le mie parole sono di tutti e questo è bellissimo.

Ascolta qui Natura Molta di Gio Evan



Le date del tour

27 novembre: Milano, Magazzini Generali

28 novembre: Roma, Monk

30 novembre: Napoli, Common Ground

6 dicembre: Firenze, Viper

13 dicembre: Taneto di Gattatico (RE), Fuori Orario Circolo Arci

14 dicembre: Cesena, Vidia

28 dicembre: Conversano (BA), Casa delle Arti

11 gennaio: Brescia, Latteria Molloy

16 gennaio: Bologna, Locomotiv

17 gennaio: Roncade (TV), New Age

18 gennaio: Livorno, The Cage

25 gennaio Venaria Reale (TO), Teatro della Concordia

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