Generic Animal con “Benevolent” è riuscito ad addomesticare il mostro. L’intervista

Luca Galizia torna con “Benevolent”, un disco dove affronta e racconta la paura, ma non solo. La nostra intervista
Generic Animal
Generic Animal, foto di Guido Borso

«È una settimana piena di imprevisti… e sta per uscire un disco, sai com’è». Dall’altro capo del telefono c’è Luca Galizia, aka Generic Animal, pronto a raccontarmi il suo nuovo album, Benevolent, in uscita domani, venerdì 18 marzo, per La Tempesta Dischi.


«Sono gasato, ma non vedo l’ora che finisca la settimana così realizzo un attimo quello che ho fatto. Tutto è sempre un po’ sospeso tra l’annuncio virtuale e i festeggiamenti, e io vorrei solo festeggiare» ha detto ridendo. «È tanto che aspetto di uscire con l’album».


Generic Animal ha pubblicato Presto poco prima dell’inizio della pandemia. Mentre tutto era fermo, però, lui ha lavorato al suo nuovo progetto, insieme al fidato compagno Fight Pausa e ad una serie di amici: Alvin Mojetta, Manuele Povolo, ClausCalmo e Jacopo Lietti.

Un progetto, composto da dieci tracce, dove Luca parla di terapia, paure, sogni e non solo, tutto ovviamente in chiave Generic Animal.

La nostra intervista a Generic Animal

Ricordo benissimo la conferenza che hai fatto per Presto, poco prima del lockdown. Sei stato uno di quegli artisti che si è dovuto scontrare con un album uscito all’inizio della pandemia.

Se ci penso da una parte sembrano trascorsi dieci anni, ma dall’altra è come se il tempo si fosse accorciato in base a umore, stato d’animo e lavoro. È stata dura, ma allo stesso tempo ho avuto anche tanta libertà di sperimentare tanto, che non sempre è un privilegio. In alcuni periodi del 2020 ho cominciato a registrare il disco, trascinandolo un po’ fino al 2021, e questo mi ha dato un motivo in più per andare avanti. Invece all’inizio del 2020, con la quarantena, è stato tosto. Sono rimasto scottato come tanti, ma tutte le professioni portano le diverse cicatrici di quel periodo.

C’è anche chi, comunque, ha risentito meno di tutto quello che è successo.

È come la storia di quell’uomo che è sopravvissuto ad entrambe le bombe nucleari, anche se si trovava nel luogo in cui sono esplose. Sembra che ci si sia un po’ divisi tra chi ha avuto il culo di aspettare, uscendo in un secondo momento con gli album, e chi è rimasto travolto totalmente.

Ho il ricordo del tuo concerto annullato a febbraio, quando a Milano cominciavano a chiudere tutti i locali di sera e i live venivano rimandati. E ci sembrava plausibile che saremmo tornati alla normalità dopo un mese, invece ci siamo visti all’Idroscalo a metà luglio…

Quello è stato lo strascico per tutto l’anno, poi per fortuna nel 2021, con un po’ più di sacrifici, sono riuscito a fare dei live con la band, facendo capire sicuramente meglio quello che è Generic Animal dal vivo.

Per quest’anno hai già pensato alla dimensione live di Benevolent?

Ad aprile inizierà il tour e staremo sempre in band, che esisteva già tre anni fa e ha continuato a resistere alle intemperie, con anche nuovi membri. Porterò un po’ di tutto ai live. Essendo al quarto disco mi sento quasi una sorta di responsabilità nel dover fare i pezzi giusti, accontentando il pubblico, ma facendo anche la mia jam e godendomi il concerto.

Parlando del disco, perché Benevolent? Hai spiegato che è un atteggiamento positivo verso l’invidia e l’arroganza.

È una parola ostica per dire in realtà una cosa bella, e penso rispecchi il disco, dove comunico spesso i concetti in maniera contorta. Benevolent è associata a Kappa, nome di una creatura giapponese che si chiama appunto Benevolent Kappa. Secondo una leggenda è un essere maligno che abita i fiumi e caccia nei villaggi. La particolarità è che se tu riesci a sottometterlo diventa buono. Da quando sono stato in Giappone, a inizio 2020, mi ha affascinato in maniera quasi ossessiva.

Quindi è stata quasi immediata la scelta del titolo?

Sì, perché l’alternativa era un secondo self-title (ride, ndr.). Invece ho voluto associare questa creatura dalla parvenza oscura, che attende nell’ombra, alla vita che a volte è un po’ inquietante.

Piccolo è il singolo che apre il disco, legato alla terapia, e non a caso l’hai inserito all’inizio.

In quel periodo stavo ascoltando molto l’ultimo album dei Vampire Weekend e musica anni ’80 più up-beat, da Paul Simon al post-punk. Un po’ tutto il disco è una “macchia” di questo brano, con le chitarre che lo riprendono. Questo perché ho iniziato a scrivere la demo con un pedale un po’ strambo, che ha fatto partire un meccanismo di scrittura e arrangiamento che non si è fermato. Ci sono almeno tre canzoni, a livello di composizione, legate a Piccolo: So, Incubo e Livefest.

A proposito della produzione, la demo l’hai realizzata tu e l’ha riportata “in bella” il sodale Fight Pausa. Com’è stato questo processo?

Molto più semplice di Presto, che era un lavoro tabula rasa, dove si partiva da concetti più piccoli e disordinati, mentre qui ho chiuso i brani e poi siamo andati in studio a registrare scegliendo chi doveva suonare cosa. L’atmosfera poi la crea sempre il produttore, dall’ombra delle voci all’apertura stereo delle chitarre. Carlo ha una forte influenza su di me e mi fido di lui, perché essendo un fedele compagno so che maneggerà la mia musica con fedeltà. Presto è stato un bel lavoro, ma eravamo più spaventati, mentre a sto giro ci siamo divertiti tanto.

Generic Animal, parlare di paura per affrontarla

Hai parlato di paura in relazione a Presto, sentivi di dover lavorare in un modo diverso perché il disco usciva per una major?

Diciamo che avevo delle aspettative diverse. È stato un lavoro immenso, con un team gigante, che il Covid ha spazzato via. Mi sentivo comunque alle prime armi nel senso aziendale della cosa. Poi, non è una questione personale, mi sembra che il mercato della musica in generale funzioni così: ti danno quanto basta, aspettano che tu sia sul carro dei vincitori e se non ci sei hanno semplicemente investito quello che bastava. Se mi ricapiterà in futuro spero di avere meno paura e più coraggio per saper gestire la mia musica e il mio marketing. Ai tempi è stato tosto, perchè è stato immediato il risultato di quello che non vorrei definire “un fallimento”, ma un vuoto.

Nel disco c’è proprio un brano che si chiama Paura di. C’è quella sensazione di lanciarsi senza una rete di sicurezza o comunque qualcosa che ci faccia sentire protetti.

In alcuni momenti c’è quello sconforto per cui anche se hai tutte le cose del mondo ti senti solo, perché pensi che il peso del mondo sia tutto sulle tue spalle. Passi dei periodi in cui sei appiattito da questi pensieri e ti senti intorpidito, non senti sensazioni “drammatiche”. Poi arriva quel momento in cui ti senti davvero conto che non vuoi perdere tutto quello che hai e dai un peso diverso a tutto, sconfiggendo quell’oblio che hai sempre nel retro della tua testa.

Le bugie bianche e Riverchild

Parlando invece di Clermont, chi è?

Come ho fatto anni fa con Gattini, che sembrava un pezzo stupido ma invece è triste, Clermont è il nome del cane che ha vissuto con la mia famiglia quando avevo 4 anni. Avevo molta paura di lui, non l’ho mai approcciato davvero, e ad un certo punto ricordo che è sparito e i miei genitori mi hanno detto che era andato a vivere in un grande pratone con altri cani. Quando sono cresciuto ho scoperto che in realtà l’avevano dovuto dare via perché era malato. È una metafora per parlare di come gli adulti affrontano e traducono gli sbattimenti, mentendo ai piccoli, perché è l’unico modo per salvarli dalla tristezza, dal dolore e dal lutto.

Parla un po’ di quelle che spesso chiamiamo “bugie bianche”.

Esatto. Da grande però le dici in un certo modo, omettendo cose magari. Invece un genitore che deve parlare ad un figlio piccolo si inventa una sorta di fiabetta per fargli unire i punti.

In Incubo invece dici: “E anche se avessi tutti i soldi / che servono a dare forma ai sogni / non infranti o quelli mezzi rotti / li spenderei per i ricordi”. Anche qui, ci si ricollega al concetto di paura.

È una sorta di meccanismo di difesa, ma trovo un po’ stantio il pensiero della malinconia ostentata come qualcosa di estetico e bello, quando in realtà a me ha rotto un po’ il c***o (ride, ndr.). Questa strofa l’ho scritta per Non dormo mai di Mecna. Poi però alla fine c’erano troppe persone nel brano, quindi si sono tenuti solo i ritornelli.

Riverchild, invece, è l’unico brano strumentale di Benevolent è sembra una sorta di “spartiacque” tra la prima e la seconda metà del disco.

È vero quello che dici, perché l’ho scritto a metà del processo creativo nel disco, ad aprile 2020, in piena quarantena. È stato il mio primo approccio alla produzione casalinga e questo pezzo mi ha mega esaltato, perché mega dark e legato al “paludoso” del mostro in copertina. Inizialmente volevo darlo a qualcuno, ma è chiaro che ho cambiato idea. Penso che nella musica contemporanea non ci si prenda più tanto la libertà di fare ciò che ci piace. Io invece voglio esprimermi liberamente, inserendo un brano come Riverchild in mezzo alle altre dell’album.

Le date live di Generic Animal

1 aprile – Rivoli (Torino), Circolo della Musica (special guest Marco Fracasia)

2 aprile – Bologna, Dumbo

8 aprile – Roma, Monk (special gueest Nicolaj Serjotti)

9 aprile – Pisa, Lumiere (special guest Fanciullino)

27 maggio – Milano, Mi Ami Festival


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