Oggi il mondo cosiddetto indie pop è all’ordine del giorno delle case discografiche ma i milanesi Egokid appartengono a quella schiera di artisti da tempi decisamente non sospetti: muovono i primi passi come band nei primi anni Duemila e il loro primo album (The Egotrip of the Egokid, con una formazione più ridotta di oggi) risale al 2003. Negli anni i ragazzi sono diventati un punto di riferimento per il mondo indipendente e oggi si apprestano a dare alle stampe il loro sesto album: Disco Disagio (INRI) è in uscita a inizio 2019. Il disco contiene dodici nuovi brani più spensierati e ballerecci rispetto alle atmosfere del precedente Troppa Gente su Questo Pianeta (2014) ed è anticipato da una speciale release: il vinile 7″ di Cose Semplici / Statica. Diego Palazzo (voce, chitarre, tastiere) e Piergiorgio Pardo (voce, tastiere, theremin) ci raccontano il loro “art-pop dello scazzo”.

Egokid - Cose Semplici - foto di Lilia Carlone - 2

Egokid (foto di Lilia Carlone)

Il video di Cose Semplici è girato a Milano in zona Ortica, un quartiere periferico che negli ultimi anni ha conosciuto una certa rinascita culturale. Voi siete milanesi: come avete visto cambiare la città dal punto di vista dell’offerta culturale? Per esempio il panorama della musica dal vivo in città è molto diverso rispetto ai tempi del vostro esordio?

[Diego Palazzo] Abbiamo cominciato a suonare insieme agli inizi degli anni Duemila, quando a Milano c’era poco o nulla: quei due o tre locali di riferimento, il Leoncavallo e poco altro. Ora Milano sta vivendo una stagione di splendore, vuoi per i soldi che girano, la moda, vuoi anche solo per reazione al deserto dilagante nel resto d’Italia, fra locali che chiudono e politiche culturali inesistenti. Qui stiamo bene, nascono nuovi poli: penso a NoLo (nome informale della zona a nord di Piazzale Loreto, ndr), a Lambrate, Piazzale Lodi con la Fondazione Prada, oltre che all’Isola e agli immancabili Navigli. Insomma, ce ne sono di cose da fare. Sarebbe l’ideale se a questa crescita si accompagnasse anche una maggiore presenza della musica, di spazi dove suonare e costituirsi come scena.

[Piergiorgio Pardo] Quando quest’estate ho saputo del sold out al Mi Ami Festival è stato come assistere alla laurea di un amico d’infanzia. Mentre mi divertivo a mischiarmi con la folla dei ragazzi che cantava a memoria le canzoni di Evergreen di Calcutta lo stesso giorno dell’uscita, ho pensato che lo spettacolo fosse prima di ogni cosa quella grande nuvola di voci che si era posata sugli sciami di zanzare dell’Idroscalo. La grande nuvola ha anche altre forme, che stanno bene nei quartieri riqualificati, alle Colonne di San Lorenzo, nel Museo del Novecento, a ballare i DJ set di musica rock nei locali, nei cinema, alla Triennale, a Chinatown o al Teatro Franco Parenti.

Expo o meno, gli anni di Pisapia e Sala ci stanno gradualmente regalando una Milano diversa, più seria e meno seriosa, più efficiente e meno efficientista, più umana e meno bigotta, più colta e inclusiva. Un modello di pensiero divergente nello sfacelo in cui siamo finiti. Finché durerà questo piccolo “miracolo a Milano”, sarà questa una delle città da cui ripartire per creare un contesto in cui parole come musica e civiltà abbiano un senso oltre che un suono.

Voi siete un nome molto rispettato in quello che potremmo definire (con un po’ di cautela) l’alveo dell’indie pop italiano. Quel mondo negli ultimi due anni ha conosciuto una vera esplosione a livello di pubblico, artisti ed etichette. Dal vostro punto di vista quali sono limiti e pregi dell’attuale scena?

[DP] Stiamo tornando ai livelli degli anni ’90 e questo è un bene. La nota positiva è data dalla contaminazione. Ci si influenza di più. Il pop strizza l’occhio all’hip hop e alla trap, il rock (o quello che ne rimane) non è più così arroccato come un tempo su posizioni puriste. Questo è un bene. Il limite è quello dell’appiattimento, del cercare di andare dietro a una formula vincente. C’è un ripescaggio di certe glorie nazionali che, quando eravamo piccoli, ci facevano sanguinare le orecchie, mentre ora c’è una rivalutazione generale che mi lascia perplesso. Sarà effetto del sovranismo?

[PP] Se quella a cui assistiamo fosse veramente una scena, non sarebbe nemmeno il caso di scomodare la parola “limiti”. Parlerei piuttosto della diffusione di un gusto per il pop italiano, maturata al di fuori delle logiche e degli ambienti dei circuiti dei network radiofonici, delle etichette mainstream, di Sanremo e dei talent show. Come succede tutte le volte che la musica e la cultura giovanili sono “in buona”, gli “squali” sono arrivati dopo, attirati dai numeri, dai linguaggi nuovi, dalle situazioni, ed è avvenuto lo scambio che adesso fa apparire il cosiddetto itpop un affare d’oro.

La sensazione, però, è che siano arrivati alla ribalta dei singoli artisti con i loro talenti e le loro caratteristiche individuali e non un’intera scena, forte, compatta, in grado di difendere i propri dinamismi e di farsi pagare per rimanere in evoluzione. I singoli artisti sono di per sé più deboli e il mainstream riesce a imporre loro il modello sperimentato, quello che, dati alla mano, si spera che funzioni di più. Il risultato è che stiamo ascoltando molti più dischi uguali fra loro di quanto sarebbe concepibile per un mercato comunque piccolo, che i meccanismi produttivi dell’itpop sono diventati in breve tempo gli stessi dell’establishment e che certi talenti diversi dal gusto imperante o non emergono o vengono in qualche modo “spersonalizzati” perché siano funzionali. Tutte le volte che accade è come perdere un’occasione d’oro.



Nel 2019 uscirà il vostro nuovo album Disco Disagio, un lavoro synth pop dal piglio piuttosto ballereccio. Saranno passati cinque anni dalla pubblicazione del precedente disco Troppa Gente su Questo Pianeta: in questo lasso di tempo ci sono stati degli artisti o degli album che avete tenuto d’occhio a livello di produzione?

[DP]
Volevamo scrollarci di dosso il suono rock e lugubre del disco precedente e riabbracciare la gioia di vivere. Per questo disco ci siamo ispirati a cose lontane nel tempo come gli Electric Light Orchestra ma anche ad artisti più recenti come Metronomy, MGMT, gli ultimi Tame Impala. E poi la techno tedesca, l’electro, cose che abbiamo ballato fino allo sfinimento e che sono rimaste nel dna.

[PP] Citerei anche io Metronomy, Tame Impala ed MGMT. Aggiungerei poi almeno la Unknown Mortal Orchestra, gli Hot Chip, Kendrick Lamar, Frank Ocean e – lo dico con una punta di orgoglio – dischi come Ultraviolence di Lana Del Rey, Lemonade di Beyoncé e l’ultimo dei Daft Punk. Ma anche cose italiane: Iosonouncane (che per me è il più bravo di tutti), Calcutta (un genio nello scrivere canzoni pop mai ruffiane, mai generiche, bellissime), Colapesce (anche lui un musicista di spessore), e Cosmo (che è riuscito a coniugare dance e cantautorato in modo straordinario, un vero poeta della fattanza, gli voglio bene). In tutto questo si può riconoscere ai Cani un ruolo di pionieri, che si ami la loro musica o meno.

Adesso esce il 7″ di Cose Semplici / Statica: un “singolo” nel senso più tradizionale del termine. Nell’epoca della musica liquida qual è la bellezza di pubblicare un prodotto del genere?

[DP] Non siamo mai riusciti a pubblicare qualcosa in vinile e fare uscire un doppio singolo in 45 giri era un nostro sogno nel cassetto…

[PP] Anche perché ha le dimensioni perfette per entrare in un cassetto, come il mare del resto.

Fra poco partite con un mini tour in giro per l’Italia per presentare i nuovi brani. Il vostro rapporto col pubblico è cambiato in tutti questi anni? Avete notato un ricambio generazionale?

[DP] Per fortuna chi ci seguiva agli inizi è ancora interessato alla musica in modo viscerale: sono quelli che comprano i dischi, che vanno ai concerti, nonostante i figli, i nipoti e la pensione che si avvicina. Ma ci sono anche nuovi ascoltatori che ci scoprono solo ora. Ed è quella la sfida da cogliere.

[PP] Sì, e anche un ricambio di Botox. Due sfide al prezzo di una.

Voi avete tanti progetti paralleli, sia musicali che professionali: in che modo questa varietà di esperienze si riflette nelle vostre creazioni musicali?

[DP] Tutto fa brodo. Da una parte l’insegnamento, che è comunque una palestra in cui imparare a comunicare, entrare in empatia oltre che un punto di vista privilegiato sulla contemporaneità. Poi ci sono i progetti musicali, come i Baustelle, che mi hanno dato l’occasione di crescere molto artisticamente in questi anni, e il progetto Palazzo insieme a Giacomo Carlone, dove ho finito per relegare il lato più oscuro, melancolico, narco-elettronico dell’ispirazione. Si tratta di mondi in un equilibrio che è andato definendosi lentamente, con la maturità.

[PP] Fare il giornalista musicale e il conduttore radiofonico sono grandi passioni: me lo dico tutte le volte che ricevo un compenso. Stessa cosa dicasi per il vocal coaching e l’attività di autore di canzoni per altri. Su un altro fronte certamente considero un sudato privilegio il fatto di insegnare materie letterarie a degli adolescenti che arrivano ad avere anche vent’anni e che hanno personalità dalle quali puoi ricevere spunti, informazioni, modelli, gusti. Mi sento una grande responsabilità nell’essere una persona che vive il mondo dei ragazzi anche da un altro punto di vista e quindi si diverte molto a stare con loro e a cercare di condividere cose come la cultura, l’arte, l’ascolto, il rispetto reciproco, la professionalità. Tutta vita, insomma. La mattina quando mi sveglio mi sento un musicista punk col vizietto dell’insegnamento, poi dipende da come va la giornata.


Egokid – Prossime date live

9 novembre – Circolo Ohibò, Milano

23 novembre – La Limonaia Club Fucecchio, Fucecchio (FI)

24 novembre – Controverso Scafati (SA)

25 novembre – Scumm, Pescara

30 novembre – POP & LOW, Torino