Il problema più spinoso è quello terminologico. Parlare di “emergenti” appare del tutto fuori luogo dato che alcuni di questi artisti hanno quasi vent’anni di attività musicale alle spalle. La parola “indie”, poi, si è talmente desemantizzata che oggi non definisce né un sound specifico né una reale appartenenza all’area indipendente. Qualcuno per rimediare propone l’utilizzo del termine “itpop”, ma non si capisce bene che cosa accomuni Cosmo ai Thegiornalisti o Coez a Pop X: le definizioni dovrebbero valorizzare le differenze invece che livellarle. Tuttavia da qualche anno è sotto gli occhi (e le orecchie) di tutti il profondo cambiamento della scena musicale italiana. Per dirimere la questione abbiamo chiesto a quattro protagonisti di questo cambiamento – Ghemon, Federica Abbate, Colapesce e Joan Thiele – di partecipare a una vera e propria tavola rotonda sui temi del nuovo panorama musicale in Italia. Questo è ciò che ci hanno raccontato.

Colapesce

Colapesce, nome d’arte di Lorenzo Urciullo, è fra i più rispettati ed eclettici cantautori di estrazione indipendente. Ha pubblicato tre album, tutti con 42 Records: “Un Meraviglioso Declino” (2012), “Egomostro” (2015) e “Infedele” (2017). Al momento Lorenzo è impegnato in un’attività live che lo porterà nei prossimi mesi sui palchi dei principali festival indipendenti italiani

Rinnovamento

Da un paio d’anni assistiamo a un rinnovamento molto forte della scena musicale italiana, proveniente perlopiù “dal basso”: dal mondo indipendente o addirittura dall’autoproduzione. Questo mondo si è dimostrato capace di raggiungere numeri importanti, spesso in sintonia con un pubblico trasversale. Per voi che lo vivete dall’interno, che idea vi siete fatti di questo cambiamento? E dove stiamo andando?

[G] Io sono abituato all’idea della partenza dal basso, essendo ancora indipendente ed essendo cresciuto in un ambiente come quello dell’hip hop dove è tutto tarato sul do-it-yourself. È bello che i ragazzi abbiano più interesse per la musica italiana. Mi ricordo quando c’è stato il momento di Neffa, Sottotono, Articolo 31, Subsonica, Sud Sound System, Carmen Consoli e così via: sembrava che ci fosse tanta musica nuova che stava uscendo. Guardando tutto ciò da adulto – e “da dentro” – adesso può sembrare simile a quel momento.

[Colapesce] La particolarità è che in questa scena musicale stanno emergendo varie figure molto differenti fra loro. Non solo nel rap: Joan per esempio fa qualcosa di completamente diverso rispetto a Ghemon, me e Federica. Questa cosa è molto interessante.

[Federica] È cambiata proprio la fruizione della musica, con l’avanzare di Spotify, YouTube e di tutti questi mezzi che permettono anche a giovani artisti – che non hanno una piattaforma come la radio o la televisione – di essere conosciuti e condivisi. Questo “passaparola” genera man mano quello che poi è il movimento dal basso verso l’alto.

[Joan] Siamo talmente in evoluzione che non è neanche una questione di essere indipendenti o con le major. Si tratta semplicemente di avere la forza di iniziare per poi capire il proprio percorso. Io ho iniziato a suonare dal vivo tantissimo quando ero più piccola, anche senza un disco, senza nessun tipo di materiale, e poi sono arrivata al mio percorso dal basso.

Tecnologia

Piattaforme di upload come YouTube e SoundCloud esistono da tempo ma solo negli ultimi anni hanno dimostrato tutto il loro potenziale nella promozione di nuovi talenti – anche di chi si vuole produrre da solo. Tuttavia il passaggio a un’attività duratura avviene ancora con il supporto di un’etichetta discografica. In che rapporto stanno i mezzi del web 2.0 con le più tradizionali strategie di promozione messe in atto dalle label?

[F] Sono cose che si intersecano. Sicuramente è una cosa che va di pari passo con investimenti che magari vengono “dall’alto”. Però è accessibile anche a chi ha un investimento piccolo da fare e ha qualcosa di interessante da proporre. Dipende molto anche dalla scena in cui quel movimento si crea. Ci sono scene come l’indie o la trap dove in qualche modo tutto viene inserito all’interno di un flusso che si auto-alimenta e si auto-appoggia. Invece nel pop questo è un po’ più complicato: secondo me non esiste nel pop l’appoggiarsi a vicenda, né una vera e propria scena musicale.

[C] Le playlist hanno facilitato questo processo di integrazione. Il 2.0 ha ribaltato il paradigma classico della promozione perché oggi potenzialmente anche senza spendere un euro puoi arrivare a migliaia di persone.

Anche grazie agli stessi software di registrazione, che sono accessibili a tutti.

[C] Quello ha ribaltato tutto ma ha pure livellato. La vedo come una cosa molto democratica e popolare perché tutti con 300 euro hanno accesso alla registrazione. Però è anche vero che ormai il suono è molto omologato proprio per questo. Quindi secondo me le figure del produttore e del discografico sono fondamentali per alzare lo standard.

[F] Forse oggi si è anche tornati al cantautorato. C’è questo grande ritorno dei giovani cantautori che si scrivono le proprie canzoni e cantano quello che scrivono.

[J] Si tratta di una necessità culturale nostra, anche se magari in maniera completamente diversa: io e Federica siamo più sul pop e siamo diverse dal cantautorato di Ghemon o di Lorenzo (Colapesce, ndr). Però il bello è che comunque tutti e quattro a nostro modo raccontiamo qualcosa.

[G] Mi viene da dire che qualsiasi persona che abbia un microfono e sappia leggere l’etichetta dello shampoo può diventare un cantautore o fare trap oggi – e questo ha livellato molto. Però c’è anche la facilità dell’accesso: da utente, mi piace tantissimo. Mi sveglio la mattina con una canzone in mente, apro la fonte e la trovo.

[C] Però tu sai cosa vuoi. Invece per il nuovo utente? Forse oggi è più facile perché vieni guidato da una playlist però è sempre una persona che decide. Non sei tu che ti crei un percorso ma c’è qualcuno che te lo sta creando. Questa è l’unica nota dolente, a mio avviso.

[G] Prima ti facevi una “mappa” diversa: con più lentezza ma più organica. Oggi c’è talmente tanto a disposizione che ci vuole una bussola. E forse gli artisti stessi possono essere questa bussola: magari facendo loro le playlist.

[J] Secondo me è bellissimo oggi poter aprire Spotify o YouTube e trovare l’infinito. È vero quello che dicono loro: non c’è la stessa curiosità dell’aprire un disco e ascoltarlo, però comunque puoi scoprire tantissima musica tutti i giorni. Io non mi lamento.

Federica Abbate

L’esperienza di Federica Abbate rappresenta un percorso artistico molto originale: partita come autrice (sue, per esempio, “L’Amore Eternit” di Fedez, “Roma-Bangkok” di Baby K e “Nessun Grado di Separazione” di Francesca Michielin), diventa cantautrice in un secondo momento, debuttando con il singolo “Fiori sui Balconi”, contenuto nell’EP “In Foto Vengo Male” uscito a maggio

Contaminazione

Nella nuova scena musicale italiana sembra che i tradizionali confini tra i generi si assottiglino fino quasi a scomparire. Pop, elettronica, hip hop, rock, cantautorato trovano nuovi terreni d’incontro e – cosa ancora più interessante – oggi hanno anche larghe fette di pubblico in comune. Ha ancora senso parlare di generi musicali?

[G] Un argomento ostico! Dal mio punto di vista di musicista so cosa è cosa e non mi interessa definirlo. Vorrei che la mia musica fosse un contenitore, un miscuglio delle mie influenze. È giusto che le identità vengano un po’ fuori. Quello che era sbagliato quando eravamo ragazzini noi – e che io giudicavo tale già allora – era quando le scene e i generi volevano rimanere nella loro parrocchia e non comunicare. Però chiamare le cose col loro nome oggi come oggi non è malaccio.

[F] Anche se secondo me oggi “pop” è tutto ciò che è popolare, che funziona. Ghali è pop, per esempio. Quindi in quel senso è difficile a volte definire le cose. Io vengo dal mondo dell’autorato, quindi ho influenze dall’hip hop perché ho lavorato tanto con quel tipo di artisti, oppure dall’indie perché sicuramente sono impregnata da quello che ascolto, così come dalla musica americana: alla fine diventa un tutt’uno.

[J] La contaminazione secondo me oggi è inevitabile da un punto di vista culturale. Siamo arrivati ad ascoltare generi completamente diversi, questa cosa si è molto sdoganata. Chi ascoltava solo hip hop adesso ha vedute più ampie. Secondo me è la bellezza di oggi quella di non poter definire tutto ciò che si ascolta, che si riesca a scoprire o rilevare un’identità per quello che è.

[C] Anche per me è fondamentale. Il mio ultimo disco è proprio così: si intitola Infedele apposta. C’è dal jazz al fado portoghese passando per l’elettronica: questa cosa secondo me è una ricchezza più che un limite. Però, come dice Ghemon, devi avere un’identità forte, altrimenti sembra un esperimento in cui provi a caso delle cose.

[J] Magari tempo fa non c’era questa attenzione maniacale su quella che era la produzione. Oggi c’è una voglia di produrre e di fare una ricerca propria non solo nella scrittura ma anche sulle sonorità. Solitamente si ha la tendenza ad aggiungere moltissime cose e a sovra-produrre, quando in realtà bisognerebbe riscoprire e semplificare.

[G] Mi vengono in mente due cose importanti. Avendo noi una tradizione di musica italiana popolare molto forte, ci è mancato per un bel pezzo l’essere al pari dei nostri coetanei all’estero, perché siamo chiusi dentro uno standard. Per cui il fatto che adesso questa cosa sia più semplice, secondo me ci fa fare un bel passo in avanti. Dall’altro lato – penso all’hip hop e alla trap – la contaminazione deve arrivare dalle seconde e terze generazioni, con l’influsso di altre culture che portano nella musica una maniera nuova di leggere.

[C] Non sei per il “produciamoli a casa loro”…

[G] Esatto, è bellissimo vedere questo tipo di incrocio in generi che non sono propriamente da strada: puoi vedere un ragazzo di terza generazione di origini slave o arabe fare magari il cantautore. Questa è la contaminazione che potrebbe essere bella e divertente in un futuro prossimo.

Major

Parallelamente assistiamo anche a un’osmosi fra il mondo delle major e mondo indipendente: gli artisti indipendenti approdano alle major – senza che questo sia più considerato “peccato” – e le major propongono artisti “indie-friendly”. È un’altra barriera che sta scomparendo. Come sta cambiando l’ecosistema discografico in Italia da questo punto di vista?

[F] L’industria discografica secondo me è sconvolta da questo momento in cui non ci sono neanche più regole: tutto si auto-genera, si auto-alimenta…

[C] …e si auto-distrugge anche.

[F] Esatto. Come si comportano le discografiche? È una domanda complessa, bisognerebbe forse farla a un discografico. Immagino che in generale la discografia sia un un momento di destabilizzazione, perché non riesce più a trovare un “codice”.

[C] Però c’è un nuovo flusso. Secondo me si era tutto un po’ appiattito, e invece il fatto di andare a cercare nel “sottobosco” (parola bruttissima ma rende l’idea) è positivo. Se facciamo un’analisi storica è sempre stato così: dal punk in poi viene tutto dal basso. I discografici ci arrivano sempre un po’ dopo, magari dopo che artisti indipendenti cominciano a fare numeri importanti già da soli.

[G] C’è stata un’evoluzione e negli ultimi anni anche la discografia “classica” ha dovuto adattarsi a dei tempi liquidi. Forse si ritorna all’idea di accompagnare la carriera di un artista, che secondo me è quello che la casa discografica deve fare guardando un po’ più sul lungo termine. Penso che in questo sostrato di nuovi cantautori italiani un po’ di “ciccia”, un po’ di artisti che possono durare ci sono.

[J] Nel mio caso per esempio, visto che sono con una major (la Universal, ndr), non noto questa differenza sostanziale perché mi sento abbastanza fortunata: non ho mai sentito pressioni. Noto una certa freschezza fra le persone che ci lavorano. È gente nuova, giovane, e comunque capisce che la personalità viene prima di tutto.

Ghemon

Giovanni Luca Picariello, in arte Ghemon, viene dal mondo hip hop e non può certamente essere definito un emergente visto che ha all’attivo cinque album. L’ultimo, “Mezzanotte”, è uscito a settembre 2017 e ha ricevuto elogi trasversali grazie al suo approccio melodico e al sound “classico” da black music delle parti strumentali

Album

Con lo strapotere di YouTube e Spotify, che hanno rivoluzionato le modalità di fruizione della musica, acquisiscono sempre più peso i singoli rispetto agli album: praticamente un processo inverso rispetto a quello che si verificò in tutto il mondo negli anni ’60. Cosa rappresenta per voi oggi la forma-album?

[J] Oggi il singolo è sicuramente il modo più semplice e diretto. Mi sono resa conto che è difficile oggi ascoltare. Ascoltare una canzone oggi è “insta”, dura 24 ore. Adesso forse sto esagerando, però se tu vedi le classifiche viral va tutto a periodi e poi passa. Mi dispiace che ci sia di meno quella voglia di vedere il percorso dell’album. Quando ascolto un disco, sento un progetto che ha bisogno di nascere e morire, raccontando qualcosa.

[C] Anche io guardo non solo il singolo ma l’intera opera. Ho una visione d’insieme anche a livello di scrittura, quindi fra i testi e le produzioni vedo un unico grande progetto. Ha ragione Joan: oggi è difficile fruire un intero album, si punta di più sulla canzone perché è più facile, c’è un riciclo più veloce. Però l’idea di “insta” che diceva lei un po’ mi angoscia. Secondo me la canzone deve durare nel tempo. Comunque nel mio pubblico, che è una nicchia, l’idea dell’album c’è ancora.

[F] Secondo me il disco è diventato un po’ un feticcio, lo si vende agli instore dove la gente a volte lo dimentica. Innanzitutto è diventato un punto d’approdo per l’artista: lo puoi fare solamente quando riesci a venderlo. La cosa triste è che ormai è quasi più importante la foto che fai con l’artista che non l’ascolto della sua musica.

[G] Posso dire la mia? A me della questione dei singoli non frega veramente un cazzo! (ride, ndr) La comprendo, la approvo per gli altri artisti, ma non è il mio stress perché il mio caso è fare un disco. Ho la soluzione: dischi più brevi, più spesso.

[F] Vero, infatti l’EP oggi è una formula snella e veloce.

[G] Comunque vedere una figura intera è importante. Non è solo la sequenza delle canzoni. Cosa ho voluto dirti con questa sequenza? Il concetto che c’è dietro ancora mi affascina molto. Oggi nella musica italiana non c’è un solo modo di procedere ma tanti diversi. Quindi magari Federica va avanti a singoli e io a EP e album, purché funzioni.

Radio

Da parte degli addetti ai lavori si parla molto della nuova scena musicale italiana ma di fatto nelle ore centrali della giornata, tranne poche felici eccezioni, sulle radio nazionali si continua a sentire quasi sempre il pop mainstream italiano e internazionale. Poiché la radio rimane ovviamente il principale mezzo di accesso alla musica da parte del grande pubblico, questo “ritardo” nel promuovere i nuovi talenti impedisce loro il contatto con il tradizionale pubblico della musica leggera in senso lato. Cosa si dovrebbe fare?

[C] Passarci in radio…

[G] Questo discorso della radio mi sembra molto simile a quello dei CD. Stampiamo ancora i CD perché è il sommerso che ancora si vende, anche se sappiamo che andrà a morire. Fin quando i nostri ascoltatori (che vanno dai 50 agli 80 anni) non sono tutti morti e non sono rimpiazzati completamente, noi non cambiamo modi. Questo però è un peccato perché ci si perde una generazione che con la radio non ci ha mai avuto tanto a che fare. Io invece trovo che sia un mezzo bellissimo. Si continua a fare la radio per ascoltatori casuali e per tutta una fascia di persone da una certa età in su. È una cosa che sta succedendo identica anche con la televisione.

[C] La radio è ancora un mezzo fortissimo, il potenziale è pazzesco. Arriva ancora ovunque, soprattutto nella provincia, dove c’è un pubblico vastissimo. La radio, per esempio al sud – io vengo dalla Sicilia, a differenza di Ghemon che è “del nord” (di Avellino, ndr) – è fondamentale e può avere una funzione pedagogica interessante.

[G] Da qualche parte bisogna iniziare: perché un cantante diventi familiare deve essere passato in radio. Ci vuole un po’ di coraggio. Qualche radio lo fa, qualche altra un po’ meno.

[F] Oggi infatti c’è una discrepanza fra la musica che realmente la gente ascolta e la musica che va in radio. Se tu vai a vedere la classifica radiofonica e la classifica viral Top 50 sono completamente diverse. Addirittura a volte ci sono pezzi che nonostante vengano passati in continuazione non salgono nella classifica viral, perché alla gente in realtà non piacciono. Anch’io spero che da parte delle radio ci sia la volontà di rischiare sui giovani, soprattutto per i circuiti del pop, come nel caso di me e Joan: abbiamo tantissimo bisogno del mezzo radiofonico.

[C] Però non deve influenzare la scrittura: molti scrivono per la radio. Così si distrugge l’identità degli artisti. Se è l’unico modo per farsi conoscere, molti poi cedono a questa cosa.

[F] Infatti c’è questo dilemma enorme fra l’esprimersi e l’essere compresi. A volte l’artista dice: “Cavolo, ma io cosa devo fare per farmi passare in radio? Devo fare l’uptempo, il pezzo ‘happy’, devo dire cose semplici”. Finisci con lo snaturarti.

[J] Una cosa che noto è che quando uno fa le cose appositamente perché vadano in un determinato modo poi non funzionano mai.

[G] C’è una discrepanza fra le radio e internet. Rispetto a internet, dove spesso uno si sceglie un “flusso” in cui entrare e poi scopre nuove cose, le radio potrebbero favorire questo: la cassiera di Bordighera non ci inciampa proprio nella musica di Ghemon o di Colapesce perché viene da altro, ma magari ha quella sensibilità e la radio è questo mezzo che aiuta la diffusione per far arrivare le cose anche a persone che normalmente non rientrerebbero nel tuo pubblico ma che invece si possono appassionare.

Joan Thiele

Alessandra Joan Thiele si esprime con stilemi musicali molto internazionali e poco italiani: quelli dell’electropop. Vera cittadina del mondo e girovaga, dopo l’EP d’esordio omonimo del 2016, con cui si è conquistata il plauso del tradizionale pubblico indie, e un’azzeccata cover di “Hotline Bling” di Drake, Joan pubblicherà il 15 giugno il primo album full-length, “Tango”

Itpop

Domanda secca: l’itpop esiste davvero o è solo un’astrazione?

[C] Io ho postato una foto ultimamente sul mio Instagram che spiegava la cosa: era una foto piena di cazzi di gomma con su scritto “itpop”. Ha colpito migliaia di persone. Non lo so, non mi appartiene.

[F] Ovviamente c’è stata questa ondata di cantautori indie. Poi alcuni diventano pop e altri no, come nella trap.

[J] Comunque si tratta di generi già popolari: la trap è un genere popolare.

[C] Però è un termine interessante perché sicuramente svincola il termine “indie”, a cui sono particolarmente legato a livello ideologico. “Indie” l’ho sempre vissuto come indipendenza vera e quindi quasi come una cosa politica, e invece se ne era appropriata tutta una serie di artisti che secondo me non c’entravano assolutamente niente con la scena musicale indipendente. Il fatto che adesso c’è l’itpop ha scaricato un po’ questa cosa.

[G] È come l’origine del termine “hipster”, che a un certo punto è stato usato in un altro senso. Per quanto mi riguarda, io ho capito che facendo questo miscuglio, le scatoline in cui mettere come definizioni le cose sono sempre un mezzo per avvicinarsi a chi ascolta. Comunque la cosa dei cazzi di gomma fa molto ridere.



Credits
Foto: Flavio & Frank
Styling: Ramona Tabita per TheStylePusher
Colapesce: camicia e total look Paul Smith
Federica Abbate: total look Trussardi
Ghemon: giacca Trussardi
Joan Thiele: Bomber Fiorucci, top N21, jeans MSGM