Cimini: «La forza del mondo indie è l’insieme, ma spesso c’è una concorrenza inutile»

Il cantautore calabrese di stanza a Bologna ha appena pubblicato il suo secondo album, Pubblicità. Ce lo presenta insieme all’anteprima di una speciale live session
Cimini - Pubblicità - intervista - 1 - foto di Stefano Bazzano
Foto di Stefano Bazzano

Il profilo di Cimini è quello del perfetto cantautore indie: calabrese trapiantato a Bologna, artista del roster di Garrincha Dischi (già scuderia di band come Lo Stato Sociale e gli Ex-Otago), scrive canzoni magnificamente orecchiabili che raccontano le storture dell’anima e del mondo con testi affilatissimi e giocosi al tempo stesso. Una qualità che lo avvicina a uno grande conterraneo, Rino Gaetano, che infatti cita come riferimento. Ci vorrebbero ore per sviscerare a fondo quel concentrato di temi e citazioni che è Pubblicità, il suo secondo album fuori dal 1° aprile. Tentiamo comunque di fare una sintesi insieme a lui, che ci presenta il progetto con la parlatina sciolta e allegra che lo contraddistingue. Per l’occasione, vi presentiamo anche in anteprima una speciale live session del brano Domenica Mattina, registrata davanti al mare nel suo paese d’origine in Calabria, San Lucido.

Hai spiegato il titolo Pubblicità come un riferimento all’idea di attesa, di intervallo fra una cosa e l’altra, però per esempio in un pezzo come Hey Truman la pubblicità in senso letterale entra di prepotenza nel testo. Quali sono le sfaccettature di significato che questo titolo sintetizza?

Avrei voluto dare un altro titolo al disco, ma nel momento in cui ci siamo trovati a vivere questo periodo ho capito che la nostra vita stessa era legata al concetto di attesa. Ho pensato che nel “film della nostra vita” stiamo vivendo quel momento in cui avremmo tanta voglia di skippare in avanti e vedere come va a finire, ma invece dobbiamo aspettare che questa “pubblicità” finisca. Questo disco è partito da un’analisi di ciò che mi stava intorno e sono finito per analizzare me stesso.

Peraltro gli spot celebri che citi nel testo di Hey Truman risalgono tutti alla fine degli anni ’90, primi Duemila. Vogliono essere anche dei riferimenti nostalgici verso un periodo della vita che non c’è più?

No, ma trovo che quel modo di fare pubblicità fosse molto più coinvolgente e convincente di oggi. Poi questo è un disco iper-citazionista e Hey Truman è una delle ultime canzoni che ho scritto: quando ho messo a fuoco il concetto di pubblicità, mi sono reso conto che quelle che più mi erano rimaste dentro erano quelle tipo “l’ottimismo è il profumo della vita”. Erano slogan che volevano convincerti prendendoti tutto, emotivamente.

In Scuse dici: “Sanremo da quest’anno è tutta un’altra storia”. Quanto c’è di sarcastico e quanto di letterale in questo verso?

La grande lezione di Rino Gaetano è che il non senso alla fine ci prende sempre: è premonitore, spesso prevede il futuro e la sua verità torna periodicamente. Nel dire quella frase, all’inizio volevo prendere in giro il fatto che ogni anno – come nelle pubblicità del circo, che dicono che ogni giorno c’è uno spettacolo diverso ma sotto sotto è sempre lo stesso – dicevano che c’era più indie, ma alla fine io notavo una presenza costante: Al Bano e Romina. È vero, negli ultimi anni ci sono state novità rappresentate da amici del mio settore, ma alla fine si ritornava sempre lì, perché Sanremo deve accontentare tutti. A parte quest’anno, in cui davvero è stato un’altra storia. Sembrava di stare al MI AMI.

Peraltro nella stessa strofa dici: “La musica di oggi mi fa solo pena / Aspetto solo che mi rubi la scena”. Mi piacerebbe capire meglio il tuo punto di vista su questa rapidità di cambiamento della scena a cui ti riferisci.

È un po’ una frecciata ironica alla musica indipendente. È il classico esempio del saggio che indica la luna e dello stolto che guarda il dito. Il mondo indipendente è il dito che noi guardiamo. Spesso fra artisti indipendenti c’è una concorrenza incredibilmente inutile. È un “genere”, oppure una scuola, che è sempre cresciuto nell’insieme. Vedi per esempio le playlist: non vanno avanti grazie a un artista, ma grazie a un contenitore di artisti che hanno scritto canzoni interessanti.

Questa è stata la vera fortuna. Ma all’interno di questo mondo, che comunque resta una nicchia, c’è una concorrenza che ti fa sembrare che ogni novità debba subito lasciare il posto a un’altra. Però di questa concorrenza alla gente non gliene frega niente. Poi non è proprio vero che la musica di oggi mi faccia solo pena. Mi fa pena il fatto di voler inseguire una moda: allora la verità della musica si perde.

Cimini - Pubblicità - intervista - 2 - foto di Stefano Bazzano
Foto di Stefano Bazzano

Tirreno mi sembra un pezzo molto centrale nell’economia semantica dell’album, nel senso che il tema dello sradicamento del fuorisede è frequente nelle tue canzoni. Tu quando ti sei trasferito a Bologna cosa cercavi?

Io dalla Calabria sono scappato perché non c’era niente. Erano anche tempi diversi: sono andato via più di dieci anni fa. Avevo bisogno di riempire il mio bagaglio culturale. Ero sicuro che spostandomi avrei iniziato ad apprezzare questa terra che fino ad allora mi stava dando poco. Io ero un ragazzino sfigato, a scuola venivo preso in giro. Poi però ho capito che tutto quel vissuto avevo bisogno di interpretarlo in qualche modo, cosa che potevo fare solo spostandomi. È stata una cosa formativa: ho iniziato a valorizzare le mie scelte, i miei errori, la mia ingenuità, la mia crescita, di cui prima non vedevo il valore. Questo movimento che c’è stato dalla provincia alla città mi ha sempre accompagnato. Ho voluto celebrarlo in Tirreno perché so che è il movimento di tante persone che probabilmente hanno le stesse idee che avevo io una decina d’anni fa.

A corredo di questa intervista pubblichiamo in anteprima la live session di Domenica Mattina, che hai registrato davanti al mare nel tuo paese natale in Calabria. Anche rispetto alle cose che hai appena detto, mi spieghi il significato di questa scelta?

La Tirreno Session è stata una cosa molto egoistica. Intanto mi mancava il live, che per me è una necessità fondamentale. Quando abbiamo pensato di fare una sessione dal vivo, il mio primo pensiero è stato quello di dire: “Ok ragazzi, so che è difficile, però facciamola giù, sul Tirreno”. È stata l’esperienza più bella della mia vita: ci siamo messi sulla terrazza di un bar in costruzione e abbiamo suonato le canzoni che hanno a che fare con quei luoghi.

Domenica Mattina parla dei postumi di un sabato sera e soprattutto dei vent’anni. Appena superati i vent’anni ti fai tutte quelle domande un po’ esistenziali e ti chiedi se le tue scelte sono state giuste. Come dicevamo, il disco è citazionista e qui la citazione nascosta è Il sabato del villaggio di Leopardi. Io sono malinconico tendente al pessimismo, almeno nella mia sfera privata. Poi nella sfera pubblica ho sempre il sorriso, ma questo è un grande dualismo dei comici.

In generale la tua musica tratta temi che sono spesso serissimi – le disgrazie dei migranti, i problemi ambientali – con un approccio scanzonato o addirittura catchy. Hai mai il timore di essere frainteso? Oppure volutamente lasci che ci sia una stratificazione di livelli di lettura?

Credo nella stratificazione ma anche nel coraggio di dire certe cose. Spesso la paura di essere frainteso è reale, ma al tempo stesso penso che ne valga la pena. I primi a mettere in dubbio i miei testi sono i miei collaboratori, che per esempio mi chiedono se vada bene un brano intitolato Barconi che però parla d’amore. Quello che voglio dare io è proprio questo. L’amore e il concetto di immigrazione sono strettamente correlati: il viaggio dell’amore è molto simile al viaggio della speranza. Se noi non uniamo queste due forme – il sentimento e la necessità – allora non arriveremo da nessuna parte. Nelle mie canzoni voglio lanciare delle provocazioni ma non per forza delle soluzioni. Io non sono un farmacista che dà la cura. Penso che nello scrivere canzoni ci voglia sempre un po’ di coraggio, se no diventano una noia.

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