Checco de Lo Stato Sociale presenta il suo EP: «Per sfottermi mi chiamano “designer delle emozioni”»

Abbiamo intervistato Francesco Draicchio per l’uscita del suo Checco, secondo capitolo dei 5 ep solisti firmati dai membri dello Stato Sociale
Checco (al centro) e Lo Stato Sociale / foto: Jessica De Maio
Checco (al centro) e Lo Stato Sociale / foto: Jessica De Maio

Una ne fanno, cinque ne pensano. O viceversa. Si sono presi lo spazio di 5 EP: non solo per esprimere il dettaglio delle singole personalità artistiche, ma anche per riaffermare una formula di collettivo che in Italia sono gli unici a detenere. Dopo l’esordio di Bebo, venerdì scorso è uscito Checco dello Stato Sociale, che ha dalla sua una manciata di canzoni lineari, che per una volta rinunciano al gioco, in favore di una forma asciutta e disarmante di intimismo. Ogni venerdì ognuno di loro pubblicherà il suo EP prima della partecipazione al Festival di Sanremo. Ne abbiamo parlato proprio con lui, Francesco “Checco” Draicchio.

Nei comunicati di lancio dite che «solo voi avreste potuto permettervi» un progetto come questo dei 5 EP, in che senso?

Arriviamo dal mondo delle band indipendenti, ma siamo sempre stati un collettivo senza ruoli fissi. Il raggio d’azione del collettivo si è ampliato: questo è un progetto dello Stato Sociale, in cui i brani di ogni EP sono sempre firmati da tutti, ma ciascuno ha scelto il “vestito” che preferiva per i propri pezzi.

L’ampliamento in cosa consiste concretamente?

Oggi si tende a fare uscire un singolo brano in modo da catalizzare gli ascolti, noi invece usciamo con 25 canzoni diverse nel giro di poco tempo, immaginando di poter chiedere 20 minuti di immedesimazione per ogni EP. Non ci interessava accumulare clic, ma allargare lo spazio di condivisione.

Visto che vi chiamate Lo Stato Sociale e venite dalla Bologna universitaria e dall’indie, non possiamo definirla una vera e propria scelta controculturale?

L’informazione oggi è rapidissima e sovrabbondante. Spesso non riusciamo a farci una opinione consapevole sulle cose e a livello culturale questo genera non solo appiattimento ma anche divisione. Siccome non possiamo umanamente ascoltare le voci di tutti, ci concentriamo solo su quelle più vicine a noi: da un lato è un modo per difendersi dall’eccesso e dalla confusione, dall’altro si finisce col rimanere nella propria bolla di conoscenza, separati da quelli che non ci assomigliano in qualche modo.

Tra offerta musicale e design delle emozioni

Questa sovrabbondanza non caratterizza anche la musica?

Di recente ho sentito delle polemiche riguardanti la quantità di musica che ogni venerdì viene immessa sulle piattaforme di streaming. C’è chi vorrebbe una specie di stop, ma non credo che si tratti di arginare la produzione, quanto piuttosto di aiutare le persone a scegliere: il ruolo del giornalismo e della comunicazione in generale è cruciale in questo momento.

E l’artista invece cosa fa?

Si pone delle domande, prova a leggere il mondo e a metterlo in un racconto che sia condivisibile da molti: né giusto, né sbagliato, semplicemente in grado di risuonare insieme ad altri racconti e ad esserne valorizzato.

Il tuo tono di voce sembra molto più intimista rispetto a quello consueto delle vostre canzoni.

Gli altri del gruppo mi sfottono, Alberto mi chiama “designer delle emozioni”.

Il romantico della situazione?

Direi il più introspettivo. Effettivamente è raro che io riesca ad esternare le mie emozioni: in questo disco ho cercato di dire cose che covavo da tempo e non ero ancora riuscito ad esprimere.

Per esempio, Luce è un brano intensissimo

È nato la notte dopo aver saputo della morte di Mirko Bertuccioli dei Camillas, che per me era una sorta di padre musicale, importante e severo. Eravamo molto amici e ogni volta che gli facevo sentire qualcosa di mio mi ripeteva “tira fuori le cose che vuoi dire”. Il testo è nato proprio nell’istante in cui ho realizzato che Mirko non avrebbe mai più potuto sentire il mio lavoro. Ho sentito subito il bisogno di essere più aperto “qui ed ora”. Quando alla fine canto “così distante da te”, mi riferisco all’intervallo che passa fra ciò che sono e ciò che vorrei essere: è la paura di vibrare, di bruciare, di vivere completamente l’istante.

Produzioni e recensioni-lampo

Mi sembra che a questa sincerità delle liriche faccia riscontro l’aspetto musicale, che è molto diretto, quasi scabro…

Sai io sono stato informatico e matematico fino al maggio del 2020: aprire i meccanismi e ripulirli di tutto ciò che è superfluo è un po’ una mia deformazione. Questo artisticamente si traduce nel timore di riempire tutti gli spazi, di non mettere a fuoco le cose e ciò da paura diventa cifra stilistica. Le canzoni sono nate già in modo molto essenziale, provini a volte fatti solo di un organo e di un click e consegnati così com’erano ad Andrea Sologni dei Gazebo Penguins, che ha prodotto l’EP e a Giacomo Gelati degli Altre di B, che ha suonato le chitarre in un modo molto interessante.

Vi siete avvalsi tutti dello stesso produttore?

No, assolutamente, ognuno di noi ha avuto un suo team.

E come ti sembrano gli EP dei tuoi compagni? Ti va di fare delle recensioni-lampo?

Il disco di Bebo mi piace perché è politicamente scorretto. Quello di Lodo è molto libero, ma anche un po’ paraculo, dice delle cose che probabilmente non si sarebbe mai sognato di dire col gruppo, ma sostanzialmente le fa cantare agli altri, perché il disco è pieno di ospiti. L’EP di Carota è molto soft, pieno di suoni freschi, molto nuovi, mentre Albi è il più Stato Sociale di tutti.

Un festival dello Stato Sociale

Hai pensato a come vi piacerebbe promuovere questi 25 pezzi, quando finalmente si potrà riprendere a suonare?

Mi fa specie che nemmeno un evento come Sanremo, con tutte le risorse che muove ogni anno, verrà usato come laboratorio per sperimentare delle soluzioni possibili. L’incertezza è tale che non abbiamo pianificato nulla.

Però si può sognare, anche per scaramanzia…

Un festival dello Stato Sociale che inizi dal pomeriggio, in cui tutti noi suoniamo gli EP e poi alla sera concertone totale fatto solo di bis, uno di quei concerti da dove la gente possa uscire con addosso il sudore degli altri. Credo che sia questo il fatto musicale che manca di più ai ragazzi in questo momento: girare per concerti e ritrovare i propri fratelli in giro per sudare insieme. Non riesco ad adattarmi, ad abituarmi al pensiero che tutto questo non ci sia.

Non adattarsi è buon segno. Vuol dire che abbiamo bisogno di uno Stato Sociale.

Ascolta Checco de Lo Stato Sociale

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