Broadcast, nelle ristampe della Warp un patrimonio indie da riscoprire

A undici anni dal forzato, inevitabile addio alle scene, la Warp pubblica contemporaneamente ben tre loro album con materiali d’archivio. È un segnale forte e chiaro di come la band sia meno dimenticata e più attuale di quanto si pensi
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Trish Keenan dei Broadcast (fonte: ufficio stampa)

Broadcast, chi sono costoro? O, meglio, chi erano, visto che il loro ultimo disco – la colonna sonora di Berberian Sound Studio di Peter Strickland – è del 2013 e altri non ce ne potranno essere per la tragica scomparsa della frontwoman Trish Keenan, avvenuta nel gennaio 2011 causa complicanze derivate da una polmonite?


La domanda non è peregrina. A ricordarli non sono poi in tantissimi, anche per colpa di una carriera purtroppo priva di piazzamenti di rilievo nelle classifiche che contano. Eppure, il tris di “veri” album pubblicati dalla band tra il 2000 e il 2005, marchiati da un’etichetta importante quale la Warp, seppe conquistare l’attenzione e il consenso di parecchi addetti ai lavori. Oltre che del pubblico in sintonia con quella tendenza che all’epoca era definita indietronica.


Era una formula con al centro sintetizzatori, drum machine e “trattamenti”. Aveva tra i suoi principali precursori i mai abbastanza lodati Stereolab e spaziava liberamente nella vasta area avant-pop. Affondava le radici nel folk e non disdegnava aperture intelligenti verso il mondo delle colonne sonore e della psichedelia, nel senso concettuale del termine. Il tutto ben prima di XX e Alt-J, per citare qualche nome contemporaneo con il quale si potrebbero riscontrare pur vaghe affinità.

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Broadcast, una band di culto

Godette di un ampio culto, la compagine di Birmingham che aveva come suoi elementi-cardine la cantante, tastierista e chitarrista Patricia Anne Keenan (per tutti Trish) e il bassista James Cargill, entrambi songwriter e manipolatori di suoni.

Il culto evidentemente è ancora vivo, se sette anni dopo le ristampe in vinile degli album storici la Warp ha voluto commercializzare in formato LP e CD ben tre dischi confezionati con registrazioni per così dire “accessorie”. Si tratta di Microtronics, che raccoglie ventuno brevi brani strumentali in origine apparsi su due compact formato 3″ acquistabili solo ai concerti del 2003 e del 2005. Poi Mother Is the Milky Way, con i pezzi di un altro “tour only CD” datato 2009. Infine, Maida Vale Sessions, del tutto inedito, con quattro brevi live incisi nella sede londinese della BBC tra il 1996 e il 2003.

Sono materiali che di sicuro infiammeranno i fan dei Broadcast. Ma risultano, a ben vedere, stuzzicanti anche per i semplici appassionati, sia a livello strettamente artistico sia sul piano del valore di testimonianze, di documenti che aprono finestre non scontate sul percorso del gruppo.

Tale percorso comunque non può certo prescindere, in sede di analisi, da The Noise Made by People (2000), Haha Sound (2003) e Tender Buttons (2005), tutti sostanzialmente della stessa (alta) qualità. Nonché da quel Work and Non Work che nel 1997 mise assieme i contenuti dei due singoli e dell’EP precedenti al contratto con la prestigiosa label fondata a Sheffield nel 1989, un autentico faro per le musiche “futuribili” degli ultimi tre decenni.

Degli sketch musicali

Scendendo più nel dettaglio, Microtronics allinea “pillole” di durata oscillante tra i 59″ e i 2’11”. Non canzoni (e non solo per l’assenza della voce) bensì “sketch” musicali dalle diverse inclinazioni numerati progressivamente. Abbozzi non sviluppati in modo più compiuto, insomma, nei quali non è tuttavia difficile cogliere idee interessanti che avrebbero potuto fungere – e magari, in qualche caso, l’hanno fatto davvero – da punto di partenza per composizioni più estese e ambiziose.

L’idea di “sketch” è riproposta in cinque degli undici episodi di Mother Is the Milky Way, vale a dire tutti quelli più corti di un minuto. Gli ulteriori sei sono invece canzoni a tutti gli effetti. Suonano come demo più o meno evoluti sui quali l’ensemble avrebbe potuto costruire quel quarto LP propriamente detto che inspiegabilmente non fu mai realizzato. Giunse invece, nel 2009, un disco in sodalizio con lo sperimentatore e grafico Julian House, Broadcast and the Focus Group Investigate Witch Cults of the Radio Age.

L’articolo forse più stimolante del lotto è però Maida Vale Sessions, per la sua natura di “live” e per la presenza di un inedito del primo periodo (l’onirica, lisergica Forget Every Time), oltre a riuscite versioni di futuri classici del repertorio come i singoli Echo’s Answer, Come On Let’s Go e Pendulum. Il consolidato canone espressivo non viene stravolto, ma c’è la prova che le alchimie della coppia (e dei suoi fiancheggiatori stabili e non) erano riproducibili con successo anche fuori dallo studio/laboratorio.

Un’occasione di riscoperta

D’accordo che oggi domina la politica dello sfruttamento a oltranza degli aficionados di ogni nicchia. E d’accordo che le tirature dei tre prodotti non saranno altissime. Ma se una Warp investe in maniera tanto massiccia e convinta su una band fatalmente “archiviata” per sempre, può voler dire solo che quella band è tuttora viva nei cuori, nella memoria e nella Storia.

Alla faccia di coloro che, quando si poteva farlo in tempo reale, non hanno ritenuto di concederle la meritata considerazione. E per la gioia di quanti, all’epoca assenti o impegnati altrove, approfitteranno magari della ghiotta occasione per un’imprevista e bella scoperta.


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