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Bais racconta il suo “Diviso Due”, traccia per traccia

Prima parte del nuovo lavoro dell’artista uscita lo scorso 13 maggio. I testi affrontano le contraddizioni e il dualismo che il cantautore vede nella sua arte come nella vita
Bais racconta il suo "Diviso due", track by track
Bais, foto ufficio stampa

Giusto qualche giorno fa, il Billboard Radar parlava, tra i vari artisti e lavori, anche di Bais e del suo nuovo progetto. Diviso due è la prima parte del nuovo album del musicista. Questa separazione, contrapposizione è un po’ la chiave di volta di tutto il progetto, con canzoni che rivelano il dualismo che l’artista vede nella sua arte come nella vita. Dopo aver presentato Che fine mi fai a Sanremo Giovani, Bais è pronto ora – ricco di tutto questo nuovo materiale – ad esibirsi sul palco del MI AMI a Milano e su quello dello Sziget Festival di Budapest.

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Per andare più a fondo, nel vivo di Diviso due, abbiamo chiesto a Bais di raccontarcelo con un track by track in esclusiva.


Il track by track

Due anni / Il mio disco

Nella mia testa, dal momento in cui l’ho scritta, è sempre stata la prima canzone dell’album. Mi diverte iniziare il disco con la frase “Non è servito a niente il mio disco”, che lascia libera interpretazione se sia riferito al primo EP Apnea o a Diviso due. È un pezzo nato al pianoforte un po’ di tempo fa, l’ho lasciato decantare per quasi un anno e poi ho deciso di produrlo insieme a Fight Pausa. Mi piace molto il suo andamento, a tratti incerto e rarefatto, a tratti stabile e sicuro. È un imbuto per calarsi al meglio nell’atmosfera e nella dualità di Diviso due.

Per un attimo

È una riflessione sul peso del tempo e sulla sua mancanza. Le gioie della vita e l’immediatezza con cui prendono possesso di noi, inebriandoci (“fammi ciò che vuoi”), dialogano con il desiderio di cercare pure, incorrotte forme di esaltazione, anche solo per la durata di un attimo.

Trovami una cura

È un’altra canzone iniziata più di un anno fa, che ha successivamente trovato una nuova forma all’interno dell’album. In questo pezzo mi guardo allo specchio, mi guardo attorno, vedo le persone a me care. Tutti soffrono per qualcosa e desiderano trovare una cura. Trovami una cura è stato ed è tuttora un appiglio sicuro per me, spero lo possa essere anche per chi la ascolterà.

DNA

Nata da una jam con Carlo dei Post Nebbia e Francesco Gambarotto. Non lo considero un feat, per me è una collaborazione, una canzone tanto mia quanto loro, essendo appunto nata da un’improvvisazione tra noi tre. Ha questo immaginario lisergico e sospeso che oscilla tra il peso statuario delle strofe e la leggerezza apparente dei ritornelli e ci porta verso un finale incerto in cui abbiamo inserito (come outro) una registrazione fatta col telefono del primo giorno in cui ci siamo trovati a suonare insieme (magari sarà l’inizio di un nuovo pezzo che faremo insieme, chissà). Un’altra cosa che mi piace molto di DNA è che io e Carlo cantiamo insieme dall’inizio alla fine, a tratti non riesci a distinguere le nostre singole voci.

Diviso due

È un intermezzo dai tratti sudamericani. Mi piaceva l’idea di inserire una canzone che non fosse uno strumentale ma che non avesse nemmeno un testo. Sopra questa chitarra bossa nova canto il mantra “tun tududun…”. Non so da dove sia uscito, ma è stato uno di quei momenti in cui chiedersi da dove arrivano le canzoni non ha senso e ci si deve soltanto fidare dell’intuizione.

Repubblica

È una sperimentazione di un nuovo linguaggio. Il testo, scritto a quattro mani con Walter Ferrari, sembra aver preso i connotati di un articolo di una costituzione. Nel finale c’è un plot twist in cui le parole trovano nuove combinazioni che sovvertono l’ordine e il senso iniziale della canzone. La parte strumentale l’ho prodotta con i Mamakass. Mescola un sacco di influenze e ascolti che abbiamo in comune. Anche questa canzone è nata da un’improvvisazione in studio.

Che fine mi fai

È stato il primo singolo di questo disco. È nata da un riff di chitarra che suonavo a tempo perso qualche anno fa. Me lo sono portato appresso, senza alcuna fretta di trovargli una collocazione. Un giorno di primavera, suonando lungo il fiume, mi è saltato in mente un motivetto: “Che fine mi fai fare”… Ho iniziato a cantarlo in loop e mi accorgevo che non mi stancava, mi faceva stare bene.

Lucciola

È la canzone più mediterranea che ho scritto. Sa di salsedine e ti lascia addosso quella sensazione che è un misto di gioia e stanchezza, che si prova dopo una lunga giornata al mare. Pochi giorni prima di andare in studio a registrarla, Dodi (il sound engineer dello studio) mi ha chiamato e mi ha parlato della possibilità di far venire in studio due jazzisti russi che si erano appena rifugiati in Veneto per scappare dalla guerra che era appena scoppiata. Così Sasha Mashin (batterista) e Makar Novikov (contrabbassista) sono venuti in studio a registrare i rispettivi strumenti lasciando un segno indelebile su questa canzone.

Ascolta Diviso Due di Bais

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