Il ritorno dei 99 Posse, Zulù: «La nostra musica è scomoda. Sempre»

I 99 Posse festeggiano 30 anni di carriera anche con il nuovo brano Comanda la gang. Abbiamo parlato con il loro leader storico di rap politico, dipendenze e speranze
I 99 Posse, al centro Luca O Zulu Persico. Foto: Gennaro Navarra
I 99 Posse, al centro Luca O Zulu Persico. Foto: Gennaro Navarra

I 99 Posse sono tornati e questa dovrebbe essere una buona notizia per chiunque. Non solo per chi li seguiva in concerto dagli anni ’90 tra centri sociali, locali e festival sparsi per la penisola. Non solo per chi è (o era) schierato a sinistra, dato che sono sempre stati tra i gruppi simbolo in Italia del rap politicizzato. Con le loro Curru curru guagliò, O’ documento, Rigurgito diventate inno da manifestazione e cantate a squarciagola per tutto lo stivale.

Lo è per tutti: perché quando un gruppo pubblica dopo anni (5 dall’ultimo album Il Tempo. Le Parole. Il Suono) una nuova canzone con la voglia di dire qualcosa è sempre un segnale di speranza. Ieri è uscito appunto il nuovo brano Comanda la gang, accompagnato da un video scritto e diretto da Mauro Ronga, e al telefono abbiamo chiacchierato con Luca “’O Zulù” Persico, storico leader del gruppo. Quest’anno i posse festeggiano un compleanno importante: i 30 anni della nascita nella famosa Officina 99 di Napoli. 30 anni di luce e ombre dove è successo di tutto: i problemi con le droghe di Luca e Massimo (Jovine), il depotenziamento di tutti quei movimenti no-global e di estrema sinistra che li avevano seguiti. E ora il Covid.

Da un paesino in montagna dell’Irpinia, a 40 chilometri da Napoli, risponde Zulù, con una voce decisamente accesa e ancora vibrante.

«Durante il lockdown sono entrato in depre perché avevamo il progetto di tornare a suonare coi Posse con un grande tour quando è stato ovviamente bloccato tutto. Ho cominciato a scuotermi tra giugno e luglio. Quindi, superato lo shock iniziale, abbiamo deciso di fare quello che avremmo dovuto fare dopo il tour: ovvero scrivere della nuova musica».

Quindi è nata così Comanda la gang?

Esatto, stavamo lavorando su 5/ 6 pezzi con calma quando a un certo punto è scoppiata una crisi di Governo. Dire che l’avevamo prevista è poco, ci dicevamo: “Ma tu t’immagini se succede così?”. Ed è successo, quindi per gioco abbiamo iniziato a buttare giù rime e a metterci sotto un beat. E alla fine è nata sul serio Comanda la gang. Ci siamo comportati un po’ come potrebbe fare un ragazzino che programma qualcosa e poi per pura energia decide di cambiare i suoi piani. È un modo per festeggiare i nostri 30 anni: non faremo un disco celebrativo ma vogliamo proporre musica nuova e vitalità. Questo è solo il primo brano».

A proposito di ragazzini: secondo te loro, o anche il pubblico più adulto, hanno voglia di ascoltare testi politici al giorno d’oggi?

Non ci siamo mai chiesti, in nessuna fase della nostra carriera, se la gente potesse aver voglia ad ascoltare i nostri testi. Ci siamo sempre confrontati con un mondo dove le priorità erano altre e i nostri testi sono sempre risultati scomodi. Quello che è sempre successo è che chi si sentiva vicino a certi temi ha voluto seguirci ed è entrato a far parte di una famiglia. L’emozione del pubblico mi arriva sul palco e diventa poi testo. Per questo motivo scrivo soprattutto quando sono in tour e per questo ero depresso durante il lockdown. Mi sono mancati il tour, l’ispirazione, e il rapporto che abbiamo – secondo me – unico con il nostro pubblico.

Dove e come riuscite a sentirvi con il vostro pubblico? Sui social? Via mail?

Il nostro pubblico si prende delle confidenze pazzesche con noi e noi siamo felici di permetterglielo. Ma è dura ora mantenere il rapporto, anche perché io non frequento per niente i social. Adoro parlare con la gente: se qualcuno passa mentre stiamo facendo il soundcheck lo fermo e mi metto io a fare domande.

Ci sono canzoni che i fan vi chiedono di risentire dal vivo e tu/voi ormai affrontate a fatica?

Ehh, no non ci sono. Dovrei dire Rigurgito o Curru curru guagliò ma sono molto legato a entrambe quindi non c’è.

Invece quella che suonate con più piacere?

Di solito è l’ultima perché è bello vedere le reazioni del pubblico. Bisognerebbe presentare le nuove canzoni prima dal vivo, studiare le reazioni delle persone e poi registrarle almeno un paio di mesi dopo che è finito un tour. Questo era anche lo scopo iniziale delle registrazioni, parlo di 100 anni fa: far sentire il concerto a chi non era riuscito ad andarci. Oggi è esattamente l’opposto: si tende a riprodurre fedelmente le tracce con lo stesso suono delle registrazioni. Secondo me è sbagliato. Bisogna cercare l’energia del suono del live ma si è persa questa tendenza!

Nel video di Comanda la gang sono protagonisti dei ragazzini a scuola che nemmeno ora, a detta di tutti, è ai primi posti dell’agenda politica…

Proprio così. Si è visto come i contagi si propaghino di più nei luoghi di lavoro e meno nelle scuole. Ma perché chiudono le scuole? Luogo dove si studia e si può solo migliorare? Perché non genera profitto e noi come società rimaniamo ancora legati al capitalismo e al PIL.

Nel video i ragazzini fanno di tutto per prendere il potere che è sempre in mano alla “solita gang”, rappresentata in questo caso da professori e bidelli. Neanche loro sono esenti da comportamenti sbagliati perché gli alunni cercano di organizzare delle elezioni comprandosi i voti con le caramelle. Anche l’esempio che diamo noi adulti è molto importante.

Stai ascoltando qualcosa della nuova scena rap napoletana?

No, sono piuttosto monotematico. Ho scoperto qualche anno fa i Dubiosza kolektiv, un gruppo bosniaco ska-rock che spacca, una commistione tra i Clash e Skrillex e ora ascolto solo loro. Ho 10 minuti di macchina o vado a correre? Li ascolto. E poi spesso in casa si sentono Capo Plaza e Sfera Ebbasta perché vuole così mio figlio.

E ti piacciono?

Dal mio punto di vista esagerano con lo spingere su certi temi e potrebbero spaziare un po’ di più. Però mi piacciono molto il flow e i beat. Tanti miei coetanei e colleghi non li apprezzano. Io sì perché mi incuriosiscono.

Hai raccontato tu stesso con sincerità il tuo rapporto con la droga, il crack, che ha rovinato molti momenti della tua carriera musicale. Oggi come rivedi quel periodo e come ti senti rispetto a quella condizione psicologica che porta una persona a dipendere da una sostanza, qualsiasi essa sia?

Mi sento su un altro pianeta, ormai sono passati più di 10 anni. Non li conto nemmeno più. Rimani con le orecchie drizzate verso quello che la vita ti può dare e a un certo punto, per fortuna, la dipendenza passa totalmente. Oggi ho un figlio di 8 anni, una compagna, una vita completamente diversa. Tutto quello che ho passato mi ha formato come persona ma ora è finito.

Per caso hai visto il documentario Sanpa?

No. Sono sempre stato dall’altra parte della barricata fin dagli anni ’80, ho sempre pensato che ci fossero dei metodi migliori rispetto a quelli di San Patrignano. Non ho voluto vedere il documentario perché il tutto mi mette un po’ di tristezza.

Vi è capitato, per caso, di recente, di risentire Meg, grande protagonista insieme a voi soprattutto nel periodo di Cerco tiempo e Corto circuito?

No, mai, saranno più di 20 anni che non ci sentiamo più.

In Comanda la gang viene criticata in toto la classe politica, italiana-europea, e voi da sempre criticate il modello di sviluppo della società contemporanea. Secondo te ci può essere un lato positivo di questo periodo storico?

Tutte le forme di solidarietà popolare che si stanno creando per aiutare le persone in difficoltà. Magari sono mondi in contrapposizione ma molto attivi e vivaci. È da lì che nasce la speranza per il genere umano.

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