Willie Peyote: «In “Pornostalgia” mi manca fare musica con la leggerezza di prima»

Esce domani il sesto album di inediti dell’artista torinese: è un incontro-scontro con se stesso e il suo pubblico, vecchio e nuovo, per tirare le somme sul passato e affrontare con consapevolezza il futuro
Willie Peyote. Foto di Chiara Mirelli
Willie Peyote. Foto di Chiara Mirelli

L’ultima volta che abbiamo incrociato Willie Peyote è stato poco prima della sua partecipazione a Sanremo, in quello che sembra ormai il lontano 2021. Quella prima volta per lui è stata anche quella di un Festival senza pubblico, che paradossalmente – nella sua cornice surreale, così come l’assenza di concerti negli ultimi due anni – ha portato il rapper e cantautore torinese a riflettere su come sia cambiato il suo, di pubblico, dopo sei dischi e un’esposizione così enorme a livello mediatico. E perché no, anche a domandarsi se sia in qualche modo cambiato anche lui, come artista e come persona.


Sono tutte domande a cui cerca di trovare una risposta nel suo nuovo album Pornostalgia, che esce domani per Virgin Records/Universal Music Italy. Un album che personalmente ho accolto con il termine “nuovo” non perché sia il più recente di una serie, ma perché in questi dodici inediti (e uno skit) c’è un Willie Peyote diverso, anche se è lo stesso di sempre. Ah, una contraddizione, si direbbe. Come le tante che affronta di petto anche lui, con il sarcasmo e quel riso amaro che compone l’inchiostro della sua penna, aggressiva, lucida e più autocritica che mai.


Sin dal primo singolo, Fare schifo, Guglielmo Bruno alias Willie Peyote ha messo in chiaro le cose. Non è un errore andare controcorrente, anzi è una rivoluzione che in pochi possono permettersi. O meglio: coloro che sono capaci, come lui, di mettersi in discussione, in un disco che rivela tutta la maturità di un uomo – e di un artista – che si è definito con le proprie forze. E che non ha paura, nonostante queste, di avere anche dei difetti. D’altronde, sono questi che ci spingono ad essere sempre la migliore versione di noi stessi.

Nel nuovo album ti ho sentito tirare alcune somme: partiamo dalla frase “Bello Sanremo ma non ci vivrei”. 

“Mai dire mai”: mi hanno risposto così tutte le volte che l’ho detto!

Con il senno di poi, lo rifaresti? Che esperienza è stata per te? 

Tornassi indietro, rifarei la scelta di partecipare, senza dubbio. È stata molto formativa, è un’esperienza bella sotto tutti i punti di vista. Mi ha cresciuto moltissimo, ora so di saper gestire anche un palco così importante, e tutta l’ansia e la pressione che ho avuto in quei giorni. Il brano Mai dire mai (La locura) è stato capito anche più di quello che mi aspettavo. Ho anche vinto il Premio della Critica, quindi meglio di così non poteva andare. E proprio per questo non vedo perché tornarci! Si sono incastrati tutti i tasselli, ma funziona bene quando sei l’underdog e nessuno ti conosce, la seconda volta non ti puoi più giocare l’effetto sorpresa. O rifai quello che hai già fatto, oppure giochi una nuova carta e non è detto che funzioni.

Ascoltando il nuovo album sembra che ci sia ancora tanta rabbia verso il “sistema musica”, quel mercato – incluso Sanremo – di cui fai però parte. Penso ai brani Ufo e All you can hit

C’è scomodità nel contrasto che nasce da questa cosa. Forse col tempo è sempre più difficile trovare una posizione intermedia, quindi quella che sembra rabbia in Ufo nasce dalla sensazione di trovare con fatica un modo di collocarmi in questo meccanismo senza farmici inghiottire, riuscendo comunque a giocare secondo le regole. Perché delle regole esistono: cambiano col tempo, ma non le faccio io! Posso fare le mie regole trovando il mio metodo, ma cambia intorno a me il mondo e devo cambiare io. Quindi questo disco racconta anche tutto il percorso di questi due anni.

Willie Peyote, cover di "Pornostalgia"
Willie Peyote, cover di “Pornostalgia”

Canti anche: “Io sto già nell’Olimpo di autori italiani: Gaber, Guccini, Silvestri, Bersani. E loro per primi ora sono tranquilli che la tradizione qua sta in buone mani”. Mi sembri quindi ben consapevole di quale sia la tua dimensione. Dove si trova oggi Willie Peyote visto da Willie Peyote? 

Quella frase lì cerca di restituire un minimo il fatto che va bene tutto, sono un insicuro per definizione e mi piace anche esserlo. Ma so che le poche cose che ho raggiunto nella mia vita non mi sono state regalate, e quindi questa è una consapevolezza che non mi toglierà nessuno. Poi l’ho resa un po’ più colorita, perché in quel pezzo lì volevo proprio essere molto “rap”, e anche la musica arriva da tutto un percorso di ascolti che ho fatto in questo periodo. Non mi vedo da fuori, ma so che se qualcosa l’ho raggiunta non è stato per caso.

Non sono mai orgoglioso, anzi, il giorno in cui mi vedrò bello e bravo vorrà dire che ho sbagliato qualcosa, ma un minimo questo mi sembra giusto ribadirlo: so di saper scrivere. Poi, certe volte mi riesce meglio, certe peggio, ma sai: due di quei nomi ho la fortuna di conoscerli veramente, quindi so che non l’avrebbero presa come lesa maestà. Nel caso di Giorgio Gaber, ho avuto la fortuna di conoscere bene anche Lorenzo, il nipote, e di conoscere bene tutta la produzione di Gaber e in qualche modo penso che ci siano dei punti di contatto. Con grande umiltà! Non sto dicendo che sono il nuovo Gaber, dico solo che l’ho studiata quella cosa e cerco di portarla avanti. 

Willie Peyote, foto di Chiara Mirelli
Willie Peyote, foto di Chiara Mirelli

All’opposto, però, nell’ultimo brano dell’album – Sempre lo stesso film – ti analizzi in modo molto critico, è come una confessione su tutto il tuo percorso. 

L’ultimo pezzo è il più vero che io abbia mai scritto, probabilmente. Il take di voce è l’unico che ho registrato, a casa mia, subito dopo averlo scritto, e abbiamo tenuto quello perché è troppo vero. Anche per le implicazioni non chiare che ci sono dentro, molto personali, non poteva essere rifatto. È stata una delle poche volte in tanti anni in cui mi sono sforzato per scrivere un brano e finirlo nell’arco di qualche ora, è stato difficile. È uscito dopo una conversazione lunga con alcuni ragazzi e amici con cui stavo lavorando al disco. Ero in crisi, mancava qualcosa, e ho trovato la chiave. Racconto delle cose a una persona alla quale non avevo fatto in tempo a raccontarle e mi ha tirato fuori delle cose che non mi aspettavo. Sarà dura cantarlo dal vivo, faccio fatica anche a parlarne.

Cosa avresti fatto se il tuo destino non fosse stato quello dell’artista?

Ecco, la consapevolezza di cui parlavamo prima nasce da questo. Io non ho mai pensato di fare altro nella vita. È strano essere insicuro e al tempo stesso così convinto. Però sono sempre stato determinato, non mi sono mai dato la possibilità di un piano B. Quello a cui mi porta questo ragionamento è che però oggi mi impegno a capire anche la burocrazia del mio lavoro, cercando di gestire le parti tecniche, anche perché un uomo di 37 anni deve essere in grado di farlo. Essere “artisti” e basta mi sembra una stupidaggine, ma ho sempre pensato che fosse comunque l’unica chance che avevo.

Parliamo dei tuoi ospiti. Samuel, con cui hai condiviso i palchi dei Subsonica. Due dal rap di vecchia e nuova generazione (Jake La Furia e Speranza), la band FASK che è parte della tua indole rock. E poi Godblesscomputers, un po’ di black e un po’ di elettronica. Come mai queste scelte?

Da un lato c’è la necessità musicale a chiamare. Dall’altro, in questo disco si è riuscita a fondere molto bene la necessità anche personale. Samuel e Aimone, ma anche Emanuela Fanelli, sono persone con cui in questi anni mi sono confrontato tanto sui temi che affronto poi nel disco. La loro partecipazione è stata chiamata “da sola”: un pezzo come Robespierre era perfetto con la voce di Aimone, anche se non ci sono tutti i FASK. Stesso vale per Samuel: in questi due anni abbiamo capito insieme ‘sto lavoro come si fa! Lui per me era un idolo prima, e poi è diventato un amico. Insomma, ci sono persone che sono lì anche per la loro importanza nella mia vita “vera”.

Speranza e Jake La Furia sono due artisti con cui volevo collaborare da tanto. Senza Jake forse non farei il rapper! Sono uno di quelli cresciuti con Mi Fist, e anche i successivi, certo. Ma quello e Turbe Giovanili sono due dischi del rap italiano che mi hanno spinto a fare il rap. In Speranza invece ho sempre trovato una vicinanza nel suo approccio alla scrittura, nel suo essere vero: man mano che diventava più noto, la mattina si svegliava comunque e andava in cantiere, una vita vera che gli leggi in faccia. Li ho messi a giocare in un campo che è il loro, ma non è il loro! Entrambi hanno due o tre picchi nel pezzo I soldi non esistono, che dicono tutto. E poi, il brano parla di soldi in un modo che non ti aspetti, non come se ne parla di solito. 

Willie Peyote: «Sono abituato a concepire l’arte come un medium. Se è solo intrattenimento, ti lascia lì dove sei»

Ti dico anche un’altra cosa: se togliamo le strumentali e lasciamo i testi, la tua scrittura potrebbe funzionare nella stand up comedy, per quanto con un retrogusto amaro. Tu che rapporto hai con questo tipo di arte teatrale, visto che hai chiamato Michela Giraud, Emanuela Fanelli e anche altri in passato?

Non è la prima volta infatti e spero non sia l’ultima. Mi sono avvicinato qualche tempo fa alla stand up, oggi in Italia se ne parla molto e finalmente si sta raggiungendo anche un grado di popolarità e riconoscimento molto ampio e ne sono contento. Molti ragazzi possono esprimersi in un contesto che restituisce anche molto all’ascoltatore. A me piace molto, l’ho studiata e trovo che sia una forma espressiva che lascia molto spazio alla scrittura. Sei tu da solo con un microfono, e non hai neanche la coperta di Linus della musica. Riuscire a fare dei discorsi come alcuni degli artisti che seguo, sulla società e sulla persona, sull’umanità, andando a fondo e rimanendo anche così lievi, talvolta è l’obiettivo che dovrebbe avere l’arte.

Parafrasando Emanuela: far ridere, ma far anche riflettere. A forza di dirlo ti sembra una presa per il culo, ma è l’obiettivo di tutti noi. Almeno, di tutti coloro che partecipano a questo disco, e di quelle persone che costellano la mia vita e con cui ho instaurato un rapporto. Non è meglio o peggio di cosa fanno gli altri, ma sono abituato a concepire l’arte come un medium che deve aiutare l’ascoltatore portandolo verso qualcosa. Se è solo intrattenimento, ti lascia lì dove sei. Un bel film, un bel libro, un bel disco, ti devono cambiare in qualche modo. Anche poco, ma è qualcosa: avere un dubbio o una domanda in più, restituendo al pubblico qualcosa di diverso dall’arte per puro intrattenimento. 

In particolare Emanuela Fanelli, a metà del disco nel suo skit, spiega un po’ tutto il significato dell’album. 

Per dire due parole su di lei, ho avuto la fortuna di conoscerla in questi ultimi due anni perché abbiamo partecipato a una “conversazione” in una collana di libri, e a causa di quello ci siamo conosciuti meglio. Entrambi l’abbiamo vissuto in modo contrastante l’aver fatto un libro, e confrontarmi con lei mi ha aperto davvero un mondo. In quel bellissimo monologo lei riesce a prendere il senso di quello che ho scritto io nel brano precedente, a spiegarmelo, ribaltarmelo e vincere sul piano della poesia, perché chiude con la frase più bella del disco. Riesce in tutto questo a prendere per il culo me, lei e quello che stiamo facendo. Ha una capacità espressiva e una profondità di pensiero incredibile, ci tenevo molto.

Willie Peyote: «Oggi mi trovo in una condizione tale in cui devo capire di nuovo il mio rapporto con la passione e il mio lavoro»

Tu che significato hai nascosto in Pornostalgia? Per cosa prova nostalgia più di tutto, Willie Peyote?

È una domanda che mi sono fatto anch’io. Io non sono così nostalgico perché il passato era meglio. Credo che in questo disco si parli molto del rapporto che ho con il mio lavoro, che come dicevamo è l’unica cosa che avrei fatto nella vita. E l’avrei fatta anche gratis, invece oggi mi pagano per farlo! Ma oggi mi trovo in una condizione tale in cui devo ri-capire il mio rapporto con lui/lei, con la passione e il mio lavoro. La nostalgia a cui faccio riferimento è che non sempre vivo con lo stesso trasporto e amore questo lavoro. Ho iniziato perché a prescindere dal riscontro che avevo, io stavo bene solo facendolo.

Oggi ho nostalgia di quella sensazione lì, di avere la leggerezza di farlo come una volta. Non è dovuto al fatto che sono in major o altro, ma a me, a come sono cambiato, forse invecchiato. Mi sento troppo responsabile di ciò che scrivo e troppo tirato da tanti punti diversi. Perciò sì, mi manca la leggerezza con cui affrontavo questa cosa, che era e continua ad essere la cosa più bella che ho. E mi chiedo: sono ancora capace a fare questa roba qua? La faccio come prima? Provo la stessa gioia nel farla?

E ti sei dato una risposta?

Non ho fatto in tempo! Io vivo di domande, non di risposte. Se farò un prossimo disco, la risposta è nel fatto che ho fatto il prossimo disco. Tutti i dubbi sono anche figli del fatto che sono due anni che non suoniamo, che non incontriamo le persone. Non ho il polso della situazione. Anche il Talk Tour – i PEYOTeMES, gli incontri che partiranno da domani sera al Santeria di Milano per poi fare tappa in altre città d’Italia, ndr – li facciamo per questo. Mi manca suonare, anche, ma è un rapporto dove non c’è condivisione fino in fondo, io sono sul palco e gli altri sotto. Invece volevo riprendermi un po’ di quello che mi manca, cioè la sensazione del “perché faccio questa cosa? A qualcuno serve davvero?”.

Ci sono degli elementi diversi rispetto al tour di Iodegradabile, che purtroppo si è interrotto a pochi giorni dal primo lockdown? 

Ci stiamo ragionando! Bisognerà capire anche dall’ascolto delle persone quali sono i pezzi che effettivamente funzionano di più. Nel tour precedente suonavamo tutto il disco, ma ora vorrei fare un live che è anche un excursus attraverso tutto il percorso. Un po’ per riallacciare il discorso con me stesso, e un po’ anche per il pubblico, perché in mezzo c’è stato Sanremo che ha portato tanta gente nuova a conoscermi, a cui voglio dare un quadro complessivo. E poi voglio mettere entrambi, me e loro, nella condizione di sapere con chi abbiamo a che fare.

Io accetto (anche se in UFO lo dico in modo polemico) che ti sia piaciuto il pezzo di Sanremo ma che non ti piaccia io. È legittimo. Al tempo stesso, ti lascio la possibilità di scegliere: o ti piacciono tutte, o se decidi di venire per un pezzo, non sentirti indispettito se faccio anche altre mie cose che potrebbero non piacerti. Sanremo stesso mi ha portato a rapportarmi con il pubblico in modo diverso da prima. Non vorrei passasse il messaggio che io voglia scegliermi il pubblico: a me piace essere scelto, quindi sono aperto a chiunque. Ma, così come con il primo brano entro in modo dirompente, voglio che sia chiaro di cosa stiamo parlando!

Parliamo del singolo Fare schifo. Hai voluto prendere le parti di chi non è mai sotto i riflettori in una società in cui tutti vogliono invece esserci costantemente. Cosa farebbe cessare questa continua ricerca di attenzione e perfezione, secondo te? 

Secondo me serve darci il tempo per capire le cose, discernere in profondità nei concetti, contenuti, ragionamenti. È che abbiamo sempre troppa fretta di esserci. Abbiamo tutti la FOMO, e a me spaventa perché è nella profondità di ragionamento che si riesce a sedimentare qualcosa. È triste che le uniche cose che ci rassicurano siano cose del passato. Per questo continuano a fare reboot, rifare dischi, film, libri. Qualcosa di nuovo sarà valido, ma se continuiamo a non dare valore alle cose che facciamo, per forza le uniche a cui diamo valore sono quelle del passato, a cui abbiamo dato quel tempo di sedimentare! Dobbiamo avere meno fretta. E nel pezzo parlo anche della forzatura di essere sempre contenti anche dei nostri difetti. A volte però è giusto non piacersi, perché è un motore per cambiare.


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