“Voyager”, in missione spaziale con la musica di DJ Myke e Gabriel

Quando il viaggio conta più della meta, due generazioni si incontrano in uno stellare joint album. Leggi la nostra intervista
Gabriel e DJ Myke

Avete mai pensato di poter viaggiare attraverso la musica? Bene, se la risposta a questa domanda è sì, non vi resta che ascoltare Voyager, il nuovo progetto discografico di DJ Myke e Gabriel pubblicato lo scorso 11 dicembre per Believe.

Un joint album eclettico, che punta a proiettarci all’interno di tante dimensioni, eppure non sempre facile da comprendere al primo ascolto. Le ragioni sono diverse: in primis, per tutti i neofiti che si accingono a scoprire il mondo di DJ Myke, Voyager potrebbe risultare complesso per la prismatica ricerca musicale che contraddistingue lo storico producer, già noto per le sue collaborazioni con importanti artisti dell’urban italiano, uno su tutti Rancore. In secundis, questo disco è il primo lavoro di Gabriel, una penna promettente (ed intellettualmente impegnata) che con i suoi testi elaborati impreziosisce quasi in modo criptico la parte vocale del progetto. Abbiamo deciso di intervistarli per saperne di più…

Myke, di Voyager ho amato il tono cupo e solenne, enfatizzato da melodie cinematografiche (penso ad Hans Zimmer e ad Inception). Come è nato questo concept? Ti senti un po’ il padre artistico di questo promettente ragazzo?

Era un’idea che avevo da tempo: sono molto appassionato di astronomia e connessi, e il modo migliore per raccontarlo era dedicare un album al Voyager, che è la mia visione della creatività. Non sono il padre artistico di nessuno, al massimo sono come Mastro Geppetto per Pinocchio, dove però Pinocchio non è Gabriel, ma i miei beat. 

Ho apprezzato molto Hypercube, l’unica traccia strumentale, con un’apertura verso una dimensione diversa: aveva un intento preciso all’interno del concept o è stata inserita come puro esercizio di stile?

Diciamo che apro dimensioni diverse quando sono fuori dal tesseratto o dall’ipercubo, nel senso che quello è il mio brano, gli altri sono comunque dei compromessi, senza accezione negativa! Fosse per me, ne avrei fatti almeno altri tre!

Le influenze musicali in Voyager sono tantissime; ho sentito tanto “la scuola inglese” – The Chemical Brothers, The Prodigy o Crystal Method: quali sono gli artisti che ti hanno più influenzato negli anni? 

Gli artisti sono praticamente tutti quelli che mi piacciono, e sono tanti perché ascolto di tutto da tanto tempo! Comunque, quelli che hai citato ci stanno tutti. L’Inghilterra è una terra molto fertile per svariati generi e movimenti culturali e mi piace molto.

E il primo strumento che hai imparato a suonare (oltre al giradischi)?

Forse come tanti, il flauto a scuola (che ancora ricordo), ma meglio dire la tastiera, dopo i giradischi è quella con cui mi escono le cose più interessanti, poi vengono la batteria e il basso.

DJ Myke alias Micionero: non solo DJ e producer, ma anche icona sui social: il tuo profilo conta circa 19mila seguaci. Quanto sono importanti i social per la comunicazione musicale nell’epoca del digitale? Hai mai pensato di sviluppare un progetto audio-video tutto tuo?

Più che icona social, mi sento cuoco amatoriale e tuttofare nei lavori di elettricità, idraulica, muratura… I social sono importantissimi come mezzo di comunicazione, arrivano a tutti e sono usati da tutti, ma anche se si dicono liberi da politiche o restrizioni varie, in realtà si sono rivelati una sorta di eroina digitale. Ho sempre sognato in realtà di curare un progetto video nella sua interezza: sceneggiatura, regia, fotografia e musica, ma probabilmente rimarrà un sogno.

Gabriel, è ora di fare qualche domanda anche a te: tu sei la vera rivelazione di questo disco. Cosa significa il music business per un ragazzo di 18 anni? Ti senti cambiato a livello umano e musicale?

Sono molto cambiato nell’ultimo periodo, non solo musicalmente parlando, ma anche caratterialmente! Sono molto meno timido e molto più aperto rispetto a prima, tutto questo sicuramente mi è servito. La musica in generale mi ha portato ad una conoscenza più approfondita di me stesso, mi ha dato una valvola di sfogo in più: non voglio dire che senza non ce l’avrei fatta, ma sicuramente è qualcosa che mi ha fatto vivere meglio.

Come ci si sente a realizzare il primo disco con uno dei DJ più forti del panorama nazionale e non solo? 

Inizialmente mi sono chiuso in me stesso, avevo paura del confronto (chi non lo ha), paura di non essere all’altezza, ma andando avanti ho capito che tutto ciò non serviva a niente, se non ad affaticare il lavoro rendendolo inutile.

In Voyager ci sono tantissimi riferimenti filosofici e letterari. In questo lungo viaggio ti sei sentito più spettatore o demiurgo? Com’è nato e come farai evolvere questo amore per la storia e la filosofia?

Dal momento che nei testi creo la “storia” di ogni pezzo mi sento soprattutto un demiurgo, ma non puoi creare qualcosa senza osservare, quindi è importante essere anche spettatore. La filosofia non ha né passato né futuro, è dentro di noi: tuttavia, credo che non potrà avere grandi spazi dal punto di vista lavorativo. Ora si valorizzano molto più i lavori manuali piuttosto che le “banali” riflessioni: spero che questa concezione dell’uomo come solo lavoratore cambi in fretta, perché non è solo un banale lavoro, l’uomo è quello che pensa.

In molti tuoi testi ti rivolgi spesso ad una “lei”, e inoltre ricorre molto il termine “scappare”: come mai questo è un tema così ricorrente? Chi è la “lei” di cui parli?

Sicuramente, quello da cui fuggo nei miei testi sono principalmente io, scappo con la mia parte corporea per cercare di trattenere e capire il mio io musicale. La “lei” di cui parlo può sottintendere la musica, o più semplicemente condizionare l’ascoltatore affinché lui la identifichi nella persona più opportuna.

Chiudiamo con una domanda semplice: cosa pensi del rap game italiano? Ci sono artisti con cui vorresti collaborare?

Non amo particolarmente il rap italiano, penso abbia molte sonorità già sentite. Preferisco la musica in generale, e comunque odio classificare l’arte. Sicuramente ci sono molti artisti con cui vorrei collaborare ma non fanno parte della “categoria” rap: ultimamente ascolto musica americana, prediligo l’emo trap e l’alternative rock, che hanno una musicalità nettamente migliore rispetto al rap. Mi piacciono più di quella “finta cattiveria” da rapper che la maggior parte degli artisti fa trapelare nei loro testi.

Gianluca Faliero – Articolo in collaborazione con lacasadelrap.com

Ascolta Voyager di DJ Myke e Gabriel

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