Ugo Borghetti: «La musica? Il mio “Primo soccorso” per lasciar perdere le sostanze»

Per un altro dei pilastri della crew romana 126 è giunto il momento di un album tutto suo. Tra poesia e canzoni, c’è il racconto sincero, urgente e inquieto di un’intera generazione
Ugo Borghetti. Ph. Beatrice Chima
Ugo Borghetti. Ph. Beatrice Chima

Domani esce Primo soccorso, il primo album solista di Ugo Borghetti (Fenix Music). Classe ’92, al secolo Roberto Anzellotti – anche se nessuno lo chiama più così – per gli amici e per i fan è una delle colonne del tempio Lovegang, la crew dei 126 scalini più famosi di Roma. Insieme ad Asp126 ha realizzato un album nel 2019, Senza Ghiaccio, ma nel tempo abbiamo imparato a conoscere il suo stile esplicito e crudo anche in tanti singoli con altri colleghi del suo collettivo, e non solo.


Da Carl Brave con Scusa e Mezzo Cocktail, fino a Massimo Pericolo, Crookers e Nic Sarno in Ansia (brano contenuto in Scialla Semper), Ugo Borghetti è sempre stato presente fuori e dentro i dischi degli amici, ma era giunto il momento di un lavoro tutto suo. Non un capriccio, quanto l’esigenza di parlare finalmente dal cuore di cose sue, della sua Roma, del disagio e della confusione che abita la mente della sua generazione.


E a volte, quando l’ombra scura delle sostanze piomba sulle fragilità, che diventano mostri, si combatte per la salvezza con l’unica arma che si ha disposizione: la poesia, la medicina di Primo soccorso presente in ogni testo di Ugo Borghetti, col potere di curare anche le più grandi ferite.

La nostra intervista a Ugo Borghetti

Tanti singoli al fianco di diversi artisti, e poi nell’album con Asp126. Come mai un disco tutto tuo arriva solo adesso? 

Ti anticipo che vorrei ricominciare a fare musica tutti insieme, come agli inizi. Ma mi rendo conto sia giusto che ognuno si faccia conoscere singolarmente, anche se è una cosa a cui sono arrivato tardi. Sono sempre stato più per la musica del gruppo, della Lovegang, ma più vado avanti più mi rendo conto che fare del proprio serve anche artisticamente parlando. Questo è un disco di presentazione per me, in cui dico “questo sono io”.

In che periodo prende forma Primo soccorso e quali sono gli eventi che ti hanno spinto a raccontare queste tue storie?

Un cambiamento personale, soprattutto. Primo soccorso nasce dall’idea iniziale di fare un singolo, ma è anche l’idea della musica stessa, il mio primo soccorso nell’aiutarmi a lasciar perdere le sostanze, che è sempre stato il problema della mia vita. Il titolo di questo disco richiama il momento in cui sono andato a chiedere aiuto a Villa Maraini, una clinica che aiuta i tossicodipendenti, a Roma. Loro fanno principalmente primo soccorso, e c’è questo adesivo appena arrivi che mi è rimasto impresso e che è anche ciò che mi ha aiutato a evitare di fare altre cazzate. L’ho scritto nel periodo del lockdown, mi ha aiutato a cercare di “evadere” in quel periodo.

Hai detto “quando sono andato”, quindi è una scelta che hai fatto da solo…

Ora sono due anni che ho smesso e prendo il metadone. Erano diversi anni che cercavo di cambiare, ma non ce la facevo più, ho dovuto per forza farmi aiutare. Da solo riuscivo magari a star pulito due mesi, autocurandomi con gli psicofarmaci e altre cose che poi causano solo altri problemi. Non capivo come mi potesse aiutare il metadone, ma se già di testa vuoi smettere e sono anni che prendi una sostanza, non tanto per sconvolgerti ma per stare “bene” e affrontare le cose, conviene fare così.

Ugo Borghetti: «A volte mi vergogno a scrivere una cosa che non sento mia»

Molte delle immagini del tuo album sono reali come quelle che mi stai raccontando ora. Parli di queste esperienze, ma riesci a ricreare anche Roma sullo sfondo. Questo perché non scrivi quasi mai in studio o a casa, giusto?

Esatto! Anche questo disco, pur nascendo durante il lockdown, l’ho scritto in giro, magari con il cane, o in giardino, o durante quelle poche passeggiate che si potevano fare. Non scrivo mai a casa. Anche Senza Ghiaccio era un album scritto in giro. Questo Primo soccorso, invece, è stato registrato un po’ in cameretta, un po’ in studio da Dr Wesh (producer dell’album, ndr). Molte tracce le ho scritte qua dietro, in una piazzetta. Mare l’ho scritta l’estate in cui eravamo ancora in lockdown.

Nel disco ci sono anche i featuring di romani come Gianni Bismark e Lil Kvneki, ma anche emergenti come S.o.f.i.a. e Barrabravas. Perché non c’è nessuno del tuo collettivo? 

Premetto che non abbiamo litigato! Ma ho pensato a dischi come quelli di Franco126 che non ha incluso nessuno della 126, o Tommy Toxxic, che ha fatto un disco senza featuring. Ma in nove tracce solo io senza ritornelli, e pur essendo roba mia, per come la vedo è ‘na rottura de cojoni. Quindi ho voluto inserire delle persone che hanno la stessa romanità mia, vedi Gianni Bismark, S.o.f.i.a., lo stesso Alessio (Lil Kvaneki), Lele (Barrabravas) sono tutte persone che rappresentano a modo loro anche il loro quartiere. Tormarancia-Garbatella, Trastevere, San Lorenzo, Magliana. E sono tutte persone molto valide in quello che fanno. Avrei voluto aggiungere anche Vaz Tè della Drilliguria, ma poi non l’ho fatto perché questi potevano rappresentare al meglio Roma.

Tutto made in Roma, insomma. Poi sono curiosa: ti hanno definito “l’artista più vero e crudo della crew 126”. Ti ci ritrovi in questa definizione? 

Sì! Perché è così, non sono uno che nella vita gira tanto intorno alle cose. Non mi faccio condizionare sulla scrittura dei testi, o dalle mode, o dalle censure. Magari la bestemmia è un po’ eccessiva, infatti sto cercando di evitare. Ma non è una cosa che serve per riempire un vuoto, è uno stato d’animo, non si può nascondere. Certe volte è pure vergogna. A volte mi vergogno a scrivere una cosa che non sento mia, non esplicita: deve uscire così come se la dovessi dire se stessimo faccia a faccia.

Roma, Milano, Lovegang

Forse anche questo guida la tua scelta del parlare molto, in uno stile diretto, sincero, poetico/parlato. È un flusso di coscienza vicino alla cultura romana, in esempi come Franco Califano…

A me, onestamente, non sapendo rappare o comunque non sapendo fare melodie, ed essendo le mie tracce degli sfoghi, mi viene naturale parlarci sopra. Se mi mettessi a fare trap o drill sarei uno come tanti. Quello che dovrei fare è smussare la cosa, non posso andare avanti quindici anni a parlare! La dovrò evolvere. Una cosa che mi hanno detto è che sono vicino a una roba americana che chiamano spoken word… ma sono molto più vicino a Califano che a quella roba là, anche se non vorrei mai mettermi al livello del Maestro. Anzi, magari arrivare a quello che riusciva a farti vedere lui con le canzoni, era come guardare un quadro con lui. Io non so se ancora ci riesco come vorrei.

Prima te l’ho detto, però! Si vede Roma attraverso le tue parole. E mettendola a confronto con la città della discografia, Milano… Come la vede un romano che fa musica, come te?

Io penso che al giorno d’oggi la musica si faccia ovunque, anche troppo dappertutto. A Milano c’è il lavoro, le case discografiche, passi di là e firmi. C’è chi fa il primo disco e poi si trasferisce a Milano con la convinzione che ti tirino i soldi addosso appena scendi a Stazione Centrale. Puoi benissimo fare musica da Roma e avere l’etichetta a Milano. Non la vedo una cosa essenziale, è più una moda, per me, anche se per molti è un punto d’arrivo. Ma ormai musica la fai ovunque con un microfono, il video lo fai col telefono. Ho fatto uscire tracce in quarantena col telefono. Se sei uno che dice qualcosa non ti fai prendere dalle mode, puoi fare musica come ti pare, poi il lavoro verrà.

Ugo Borghetti. Ph. Beatrice Chima

Il vostro merito, tra l’altro, è il fatto di aver costruito nella vostra città un fenomeno da zero con la Lovegang. Quali sono i progetti futuri a livello di collettivo, anche extra musicali?

A livello di brand, grazie a Filippo Lancellotti, Adriano e i ragazzi che ci lavorano, stiamo andando come treni. Ci sono due uscite mensili. E poi si collabora con brand come Kangol, che comunque rappresenta l’hip hop! Io comunque noto che un po’ tutti ci stiamo risentendo e abbiamo voglia di fare musica tutti insieme. Anch’io subito dopo questo vorrei fare già un altro disco. Comunque veniamo da due anni difficili, con questa pandemia, non è stato così facile vedersi, fare musica. Anche se stiamo lavorando: penso che il disco solista di Asp126 arrivi a breve, pure lui si merita tanto. Già in Senza Ghiaccio era forte. In un collettivo rimasto unito come il nostro ci sta anche che uno si faccia conoscere da solo. Rimane anche un culto fare poche cose e come Dio comanda, non ‘ste cose, le gang…

È una frecciatina sottile?

(Sospira, ndr) Stanno sfociando nel ridicolo. Te lo dico sinceramente, sento certe canzoni… ma che è musica quella? Però ti dico chi mi piace: Simba La Rue per esempio, lo seguo da una vita. Ma non parlo di quel giro, c’è ‘sta cosa emo-trap che devono essere per forsa “sad”… È tutto portato all’estremo, perché forse non c’è più nessuno che abbia qualcosa da dire, o hanno finito i modi per farlo. Non si capisce se è trap, drill, sono copie di copie.

Per esempio: per quanto si possa parlare male della Dark Polo Gang, almeno provano a fare qualcosa che è solo loro! Tipo, la nuova con Tony e Sfera ha un sound diverso. Tutti poi si accodano alla cosa che va di più in quel periodo. Con la DPG siamo cresciuti insieme, e nei testi dicono molte più cose di uno che si pensa “trap”, con quattro parole messe in croce ripetute in tutti i versi.

Anche una nuova Lovegang è impossibile che ci sia?

Gli unici che vedo come noi, e non in senso di copia, per me sono la Wild Bandana. Loro sono gli unici che come noi sono riusciti a mantenere un collettivo unito. Vedi tutti gli altri separarsi, da fratelli quando uno fa successo e l’altro no, non è facile stare insieme. Io per fortuna mi sento le cose che escono ma ‘ste cose di Instagram, le sfide sui ring, boh…

Ti senti un po’ una pecora nera in tutto questo?

Più che altro mi sento l’unico stronzo che dice queste cose! Lo so che sono cose che pensano tutti, ma per convenienza non le dice nessuno. Io credo nell’intelligenza umana, ma a ripensare a certe cose ti giuro…

Come ti aspetti che i fan prenderanno questo tuo disco?

Se hanno preso bene Mare, che è quella col mood più differente, penso gli piacerà anche il resto. Mare si staccava un po’ ed è quella che mi preoccupava, ma finché son sicuro che quella roba piace anche a chi mi segue dal giorno zero, poi è soltanto questione di farla arrivare a più orecchie possibili.


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