Thelonious B.: «La nostra arte? Non si può spiegare, è come svelare la magia»

Il duo romano post-trap torna con sei nuovi brani per la riedizione di “THB”, l’album d’esordio che segna per Brown e Kirua la chiusura di un cerchio, finalmente completo
Thelonious B., crediti Theo Soyez
Thelonious B., crediti Theo Soyez

Hanno pubblicato solo un disco ufficiale, ma i Thelonious B. sono in giro da parecchio tempo. Anzi, per essere precisi contano già quasi dieci anni di attività, se pensiamo che i primi vagiti di questo gruppo – ora meglio identificato dai membri principali THB Brown e THB Kirua – risalgono al 2013.


In questi anni c’è stata una lunga gavetta, culminata con la partecipazione a uno degli eventi chiave per la formazione della cosiddetta scena di SoundCloud a Roma (il 3018). Poi, i primi singoli come duo pubblicati nel 2019. E poi ancora, il successo nazionale grazie ad alcune hit e collaborazioni realizzate con Daytona KK, Rosa Chemical, Radical, in particolare con il brano più rappresentativo di una certa idea di “collettivo” che si è andata sempre più ad affinare: Lobby.


Con l’ingresso in Thaurus nel 2020, questo duo iconico in bilico fra post-trap e emo-rap ha dato vita al primo album THB, che ha macinato milioni di stream sulle piattaforme e attirato l’attenzione di una grossa fetta di pubblico del genere. Venerdì è uscito THB I, il repack (anche se loro non lo considerano tale) di questo progetto, che aggiunge sei brani ai dodici già presenti, con all’interno diversi featuring nuovi e non. Brani che indicano non solo il completamento di una formazione che i Thelonious B. hanno iniziato con l’album, ma anche – probabilmente – una nuova direzione per il duo nel prossimo futuro, in attesa di un legittimo THB II. Ne parliamo con loro nella nostra intervista.

Parto subito con la domanda quasi più ovvia: come mai un repack a due anni di distanza e non un nuovo album? I fan forse si aspettavano un progetto del tutto nuovo…

Kirua: La prima cosa che mi viene da dire è che non è un repack. Abbiamo anche cercato di comunicarlo il più possibile, perché quello che facciamo adesso è uscire con altre sei tracce e la copia fisica di un disco al quale volevamo dare l’importanza che meritava. È un po’ come il completamento di un percorso, ci sembrava molto più artistico cominciare così che fare un qualcosa di nuovo. Inoltre lo facciamo a gamba tesa, escono sei video oltre alle tracce, tutti insieme.

Brown: In questo periodo poi abbiamo accumulato tantissime canzoni, ma non era chiuso il discorso THB. Ci abbiamo messo il cuore in quel disco, e senza live né copie fisiche da portare ai concerti, volevamo dargli risalto e non tornare subito con del nuovo, non era giusto. Pensa che all’inizio dovevano essere dodici le tracce nuove, non sei. E poi questa cosa ci serve per riaprire la nostra stagione 2022!

Questi sei nuovi brani rappresentano un “completamento spirituale”, quindi, dove dite anche qualcosa che non avete potuto esprimere nei brani già editi?

Kirua: Be’, quando abbiamo fatto uscire il disco il 30 ottobre 2020 eravamo in una grande fase di spinta, però con il nuovo lockdown e con la stagione chiusi in casa ci siamo detti: “Ok, a questo punto finiamo il primo disco”. A livello di coerenza artistica e musicale ci sentivamo ancora legati a quello.

Non ve lo siete vissuto a pieno, insomma, anche con pochi live.

Brown: Esatto. Abbiamo iniziato a scrivere THB II dopo i primi live. Ma lì avevamo capito che ci sarebbero state nuove tracce di THB.

I Thelonious B. Da sinistra, THB Brown e THB Kirua

Conosco il vostro background che passa per alcuni collettivi di Roma. I Thelonious B. sono diversi oggi da quegli inizi?

Brown: Ai tempi, Kirua nemmeno rappava! C’erano persone che già facevano musica e lì ho iniziato a capire come potevo creare qualcosa di mio, è da lì che è nato il progetto Thelonious B., che era diverso da quello che stava succedendo a Roma in quel momento. Abbiamo sviluppato una cosa diversa, dalle idee al concept di fare musica. Ognuno ha il suo metodo e noi abbiamo portato avanti il nostro.

Questo lo vedo nello “switch” di stile che ha portato a formarsi i Thelonious B. e a prendere la strada delle sonorità, come le definiscono per voi, più post-trap. Eppure si dice che sia ora il momento della post-trap. Avevate già anticipato i tempi?

Brown: Non saprei in che categoria inserirci, ma posso dirti che c’è proprio un paradosso. Gran parte delle volte sento dire che la trap sia morta, solo che nel periodo in cui si è detto di più noi non abbiamo pubblicato nulla per poter dire la nostra. Però, allo stesso tempo, mi sembra che in quello che facciamo siamo sempre un po’ in anticipo sui tempi rispetto a quello che succede in Italia. Quindi non ho mai capito perché si dica che sia morta, se quello che facciamo noi in realtà non è stato già fatto!

E poi capisco che al pubblico in generale, di una canzone arrivino prima elementi più istintivi e facili da capire, che nel nostro caso sono contenuti sulla droga, per esempio. O modi di dire, che sono stati utilizzati molto nella trap romana, e quindi al primo ascolto può sembrare che appartenga a quell’universo là. Alla fine si può dire che sia post-trap perché abbiamo preso le uniche due o tre cose che ci piacevano della trap italiana, e le abbiamo reinterpretate con un altro mood. Il nostro approccio è anche diverso da altri sul suono, perché riarrangiamo tutti i beat come si potrebbe fare nel rock o nel pop, ed è un approccio più a 360°, ci teniamo molto.

E nei nuovi sei brani mi sembra anche di cogliere altre sonorità, che forse guardano in particolare la scena South americana di un po’ di tempo fa. Non lo fanno in molti: è segno di un ritorno al passato e a uno sguardo all’estero che ha ancora molta importanza in Italia?

Brown: Dell’America, a parte qualche nome che sta “andando” ora, noi prendiamo ispirazione più che altro da cose un po’ più vecchiotte. Il South, Chief Keef, quel mondo lì. Ma in America ci sono tante wave. In Italia se qualcuno prova a fare un qualcosa di americano e poi non va, allora si pensa che non funzioni. O se andava nel 2016 magari non va nel 2022. Invece per me è esattamente l’opposto, noi ci ispiriamo a ciò che ci sembra più figo.

C’è chi non sa nemmeno chi sia Chief Keef, quindi non se ne è abusato di quell’influenza lì. THB I sicuramente verrà categorizzato come trap e forse tra qualche tempo non andrà più, ma noi volevamo fare quella trap là, con quel tipo di influenze. E poi Kirua, che mixa anche i brani, si ispira a quelle cose per mixare. Non come i top in America, magari più come i pazzi in uno scantinato, ma a noi piace così.

Torno ai vostri testi, perché prima mi parlavate dei contenuti. Droghe, sesso, non che sia una novità, ma avete mai ricevuto particolari critiche al riguardo? 

Kirua: Mi’ madre (ride, ndr). Mi trovo sempre a dover argomentare questa cosa la maggior parte delle volte!

Brown: Per me invece è il contrario, non ho ancora ricevuto un complimento sui miei testi, che secondo me spaccano! Anche se il commento medio è che parliamo sempre delle stesse cose. Ma il motivo è che non scriviamo con un ordine, e se facciamo cinque canzoni in cui parliamo della stessa cosa, magari è perché nelle prime non ci piaceva. Oppure lui (Kirua) dice qualcosa che mi fomenta in un brano e io poi la ritiro fuori in un altro pezzo. A furia di fare così si è creato il nostro linguaggio, scrivendo ci vengono in mente le parole giuste e coerenti per quello che facciamo. È vero, magari ti arriva subito solo il sesso o la droga, ma devi far caso a come lo diciamo, magari c’è un filo di ironia che fa sì che alcuni capiscano e altri no.

Voi sentite l’esigenza di spiegarli i vostri testi?

Kirua: No, al contrario, è una cosa che odiamo. Stavo pensando ad esempio a delle ipotetiche domande di un intervistatore, e penso che la domanda più stupida che ci sia, sia chiedere di spiegare la propria arte.

Brown: In certe interviste alla fine ci pentiamo di aver detto troppo, perché ci sembra di svelare la nostra magia!

Sono curiosa di sapere una cosa. Di base c’è Roma, poi nella musica si fa spesso “l’upgrade” milanese per alcune cose che riguardano la discografia (e lo raccontate anche nelle tracce), ma perché proprio Napoli/Aversa per concludere il disco e girare i video?

Kirua: Quando ho iniziato io a fare musica, Brown all’epoca montava anche video per Drefgold, Ketama, Daytona KK… Così quando ho conosciuto Michele (Daytona KK, ndr) ci sono entrato in stretto rapporto e da lì il legame è cresciuto. Ci siamo venuti a trovare a vicenda, lui veniva spesso a Roma e noi andavamo a Napoli. Quando siamo arrivati in questa città, che è molto particolare di suo, siamo stati accolti con calore da tutti, come se fossimo chissà chi.

Una volta, ti racconto un aneddoto, Brown si era fatto male a una caviglia e avevamo perso il treno per tornare a Roma. Carletto, che è la persona che citiamo in On Gang (Basta fare una chiamata a mio cugino Carletto, ndr), è rimasto con noi tutta la sera e ci ha riaccompagnato di notte a Roma in macchina, tornando subito dopo a Napoli. Ci siamo ritrovati in mezzo a persone di valore, persone come Michele che ci ha insegnato tante cose. Se penso a dei punti di riferimento in Italia, nella musica, per me oggi, sono Daytona e Brown.

Quindi Napoli è stata molto importante.

Kirua: Abbiamo creato delle situazioni lì, varie conoscenze, amicizie. Io poi lavoravo con Giacomo, del team di Daytona, che è ingegnere del suono e insieme a me ha mixato le tracce dell’album. Per farlo sono rimasto per mesi a Napoli. Il video di Cavallini ad esempio racconta l’esperienza che ho avuto io là. Ho preso una casa ai Quartieri Spagnoli, ho conosciuto dei ragazzini davanti un bar in piazzetta, e loro mi hanno riconosciuto e gli ho proposto di seguirmi per registrare una canzone. E con loro abbiamo fatto il video insieme.

Brown: Mi viene in mente la risposta alla domanda sui testi di prima. Ogni cosa che scriviamo ha una causa specifica, descriviamo un momento che ci emoziona ma non lo spieghiamo, magari in una frase c’è un periodo di tre mesi. Sono cose dette in un certo modo che ricordano quel momento lì della vita.

Kirua: E poi la nostra creatività non è filosofia da spiegare. È una cosa che si manifesta di getto!

Mi lego ancora alla Campania perché mi vengono in mente i collettivi come SLF. Con loro avete in comune l’idea di “famiglia”, di gang. Qual è il collante più importante secondo voi per tenere insieme una cerchia?

Kirua: Nel calderone ci metto due cose. La prima è quella più “brutta”, e si collega al discorso per cui necessità fa virtù. Ci diamo una mano anche nel lavoro, ognuno con la propria storia. E poi il legame umano. Io conosco Brown da quando gli ho scroccato un kebab in terza liceo e non mi riesco più a staccare.

Brown: Per me la vicinanza a livello umano è la cosa più importante, ancora prima della musica.

Nell’immaginario collettivo però i Thelonious B. sono un duo. Non è strano che si parli di “gang”, ma alla fine comparite spesso e volentieri solo voi due…

Kirua: Ti potrà sorprendere ma è così perché nello specifico stiamo facendo tutto noi tre. Noi due e Zombie Roger, il nostro grafico/art director/fondatore come lo vuoi vedere.

Brown: È come quando si fa un film, lo scrivi ma non puoi fare tutto tu. Siamo come dei direttori di progetto, nella maggior parte del tempo dirigiamo i lavori finché non viene fuori quello che vogliamo noi. Ma non tipo dittatura, molte cose sono idee di altri che si integrano benissimo con quello che vogliamo!

Kirua: Però poi torniamo ad essere abbastanza dittatoriali (ride, ndr).

C’è qualcosa che vorreste aggiungere alla fine di questa intervista?

Brown: Vorrei dire che, come ogni nostra cosa, l’abbiamo fatta nel caos più totale, con un gomito rotto, un’operazione e sei video che abbiamo caricato a tre minuti dall’uscita. E questo è il mood dei Thelonious B.


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