Stabber è il produttore del momento. L’intervista

Nitro, Raphael Gualazzi, Coma_Cose, Inoki: nei crediti di album molto diversi usciti in questi mesi c’è sempre Stabber. Il nostro incontro (telefonico)
Stabber, foto di Fabrizio Di Nucci
Stabber, foto di Fabrizio Di Nucci

Se avete letto i crediti di molti dischi e brani usciti in questo periodo avrete trovato un minimo comune denominatore: la produzione di Stabber. Il produttore dell’Aquila, al secolo Stefano Tartaglini, ha firmato, infatti, la produzione di album profondamente diversi tra loro come quelli di Anastasio (Atto Zero), Nitro (GarbAge, dove ha firmato anche la direzione artistica), l’ultimo EP dei Coma_Cose, DUE, e l’album di Raphael Gualazzi, Ho Un Piano. Ma il nome di Stabber, al secolo Stefano Tartaglini, compare anche nell’ultimo pezzo di Inoki, Trema, nei lavori di Coez e dei Selton, e al momento sta lavorando con Malika Ayane.

Ora Stabber è a Milano, dove vive da un anno e mezzo, ovviamente chiuso in casa come tutti. Anzi, in studio. E forse non soffre nemmeno tantissimo questa quarantena forzata. «Contando che sarei dovuto partire per una vacanza in Giappone perché non staccavo per lavoro da luglio scorso, sì un po’ mi dispiace ma vabbe’ continuo – quasi – normalmente».

Stabber come è possibile che il tuo nome appaia ovunque?

Ma no, dai! Il fatto è che credo di essere riuscito ad interessarmi a vari generi molto diversi tra loro mantenendo il mio stile. E quindi penso che questa sia diventata proprio una mia caratteristica.

Come hai iniziato?

Negli anni ’90 ascoltavo  Wu Tang, Portishead, Sangue Misto. Ero un rapper ma L’Aquila era talmente piccola che non potevo fare granché. All’università studiavo fisica e mi ero comprato l’attrezzatura per produrre anche, ma era decisamente soltanto un hobby. Mentre preparavo la tesi, poi, mi sentivo spesso con Danno dei Colle Der Fomento su Myspace e dato che dovevo andare a Roma, sempre per la tesi, ho iniziato a vedermi con lui. Abbiamo iniziato a frequentarci e a collaborare e così è nato l’album Artificial Kid che è diventato un piccolo cult che abbiamo anche portato in giro in tour. Poi c’è stato il terremoto all’Aquila, era il 6 aprile del 2009, e ha cambiato tutti gli equilibri. La musica non era più un hobby ma era diventata il mio lavoro. Avevo deciso di non fare più il rapper ma soltanto il produttore. Dieci anni fa non era neanche una scelta così scontata perché non guadagnavi niente, era abbastanza impensabile.

Quali sono le più grandi differenze tra dieci anni fa e oggi?

Prima era un hobby che poteva darti qualche guadagno. Le cose sono totalmente cambiate grazie a Bugiardo del 2007 di Fabri Fibra, da lì si è creata attenzione reale intorno al rap. Da allora sono arrivati i Club Dogo, Marracash e via dicendo. Siamo riusciti a passare dai centri sociali ai palazzetti sold-out, in nemmeno 10 anni. Una cosa impensabile dove sono stati superati persino i numeri del pop.

Ripensando al tuo passato che cosa diresti a un ragazzo che vuole iniziare oggi a fare il produttore?

Ora puoi avere guadagni importanti. Su YouTube puoi imparare un sacco di cose mentre noi dovevamo fare tutti da autodidatti: ci mettevamo davanti a un campionatore e cercavamo di capirci qualcosa. Ma con tutta questa disponibilità, io credo che sia importante contare un po’ di meno sulla propria ambizione e concentrarsi sulla ricerca di un suono originale, che sia davvero unico e particolare. In questo momento nella trap e nel rap è tutto piuttosto simile. Devi imparare a distinguerti.

Pensi che ci sia stato un brano in particolare che ti abbia fatto conoscere al grande pubblico?

No, in realtà sono tanti anni che collaboro con moltissimi artisti, però credo di essermi venduto piuttosto male. Non uso i social per auto-promuovermi, per esempio, e molti miei amici me lo hanno rinfacciato. Ho lavorato in quasi tutti gli album di Salmo e in Faccio un Casino di Coez. Però so che ora la gente se ne sta rendendo conto di più.

Come si struttura in genere il tuo lavoro con gli artisti?

Gli approcci cambiano molto. Per esempio, con i rapper fai sentire un beat e loro ci lavorano sopra, è – quasi –  piuttosto semplice. Invece con un musicista come Gualazzi il lavoro è completamente diverso. Ho cercato qualcosa di diverso per lui ma ho voluto dare un approccio vicino al rap con il sampling. Un approccio vicino alle origini di quando  prendevamo un vinile e con la puntina andavamo a cercare il suono figo da utilizzare. Ho pensato di mandare a lui dei sampling di batteria per fargli scegliere il suo preferito e poi mandarlo in loop, così poi poteva costruirci la sua parte di pianoforte. Ci siamo palleggiati le idee finché siamo arrivati a una soluzione e in 2 giorni ce l’abbiamo fatta.

Con ogni artista è andata in maniera differente: coi Selton l’idea era partita da loro e poi io lavorato come sound designer. Coi Coma_Cose è stato ancora differente: Fausto mi aveva mandato un’idea di base e poi io ci ho lavorato sopra, poi ci siamo riconfrontati di nuovo. Su Guerre Fredde è durato di più questo processo mentre La Rabbia (entrambi contenuti nell’EP DUE) è stato istanteneo. Comunque credo che sia meglio quando il tutto avviene in maniera spontanea perché se i tecnicismi abbondano eccessivamente si perde molto.

Con Inoki per Trema è stato un approccio old school non c’eravamo mai incontrati ma ovviamente lo conoscevo di fama, essendo una colonna della golden age. Ci siamo visti in studio e avevo 4/5 beat pronti da fargli sentire. Ha scelto, ha scritto il pezzo in pochissimo tempo, proprio meno di un’ora, e tutto era pronto in un pomeriggio. Poi è stato rielaborato ma in un pomeriggio era pronto. Questo è l’approccio migliore.

Con chi è più semplice lavorare?

Probabilmente sarà scontato da dire, ma i giovani hanno meno pre-concetti. Gli artisti più rodati hanno dei back ground importanti quindi non è facile rapportarsi con loro. Però dipende.

Cosa stai ascoltando in questi giorni?

L’ultimo disco di King Krule, 070 Shake, Jay Electronica e sto riascoltando Anhoni.

Secondo te Stabber come usciremo da questo periodo di quarantena che cosa ci aspetterà? Come cambierà il panorama della scena musicale?

In questo periodo la gente non sta ascoltando musica e soprattutto non ascolta il rap. Tutto si muove in maniera molto lenta. Ciò che sta andando molto in questo momento sono le dirette Instagram. Arca ha il suo canale Twitch dove tutte le sere presenta uno show: parla, suona e ti permette di vedere come nasce un suo pezzo. E lo stesso fa James Blake e molti altri. Io credo che verranno inventati dei modi totalmente diversi per attirare gente. E per quanto mi riguarda non so bene come farò, perché non amo stare sui social quindi non mi va di mostrare come nasce un mio beat come magari fanno altri colleghi. Vedremo, forse alla fine sarò costretto a farlo, chi può dirlo.

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