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“Trenches Baby” è un viaggio in tutte le anime di Rondodasosa

Il disco d’esordio del rapper milanese classe 2002 è una catabasi che parte dagli abissi del passato per arrivare alla luce del presente e del futuro
Rondodasosa
Rondodasosa

Nella letteratura greca (e non solo), la parola “catabasi” indicava la discesa negli Inferi di una persona ancora vivente. Una discesa che però, dopo un viaggio negli abissi più profondi e oscuri della Terra e, perché no, dell’anima umana, prevedeva sempre una risalita verso la luce. Se la catabasi di Dante iniziava con un “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate“, quella di Rondodasosa si apre con un decisamente più accogliente “Welcome to Tranches Baby“.

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Accogliente nei termini, s’intende, ma non nelle intenzioni. Trenches Baby è infatti un viaggio introspettivo e a tratti oscuro nella storia e in tutte le anime di Mattia (questo il suo vero nome) prima di essere Rondo. Una storia, quella del fu Mattia Barbieri, che parte dalle case popolari di San Siro e di via Zamagna, lì dove tutto è iniziato, e plana sui tetti delle classifiche di mezza Europa. Una storia che guarda al futuro senza dimenticare mai il passato, con la testa rivolta in su, overseas, ma i piedi ben piantati nel cemento del quartiere.


Quel quartiere che per Rondodasosa non è solo casa, ma un vero e proprio status symbol che lo ha plasmato e che ora è chiamato a rappresentare fuori dalle mura che lo circondano. Il legame di Rondo con la sua Zona 7 è talmente viscerale che per lui non vale nemmeno la formula “puoi togliere un ragazzo dal quartiere, ma non un quartiere dal ragazzo”. Perché Mattia, dal quel quartiere, non ha alcuna intenzione di uscire. E questo attaccamento atavico alla zona è, con buona pace di tutti i puristi detrattori della nuova generazione, una delle cose più spiccatamente hip hop in circolazione in questo momento.

Non solo drill: Rondodasosa ha sperimentato e ha fatto centro

Hip hop che, per altro, Rondo maneggia neanche troppo timidamente in Sin cara, un brano prodotto a sei mani da Nko, MILES e Low Kidd in cui palleggia rime e flow prima su un beat che è rap purissimo – solo barre, niente ritornelli, tanto da sembrare quasi un freestyle – e poi, senza alcuna esitazione su una base decisamente trap.

Tutti coloro che si aspettavano un disco interamente drill, infatti, resteranno sorpresi durante l’ascolto. Perché sì, in Trenches baby ci sono tutti i topoi della trap quali l’egotrip, le thotties e le bitches un po’ gold digger che lo vogliono ora che è all’apice del successo mentre prima «nessuna ragazza lo amava», lo slang che risulterà pressoché incomprensibile a qualunque persona sopra i 24 anni, i giri di notte high per la city. Ma non è tutto qui.

Sotto la facciata da bad boy e sopra i beat quasi tutti a firma del fedelissimo Nko (con le incursioni di Synthetic, Daniel Taylor, Zekiro, Picasso, MILES, Peter Bass, Low Kidd, Sixpm e Charliejay) c’è tutto l’universo personale e musicale di Rondodasosa, che prima di essere una star destinata a brillare oltre i confini, è prima di tutto un ragazzo di 20 anni con le sue paure, l’amore che come lo vivi a quell’età forse non lo vivi mai più, i dubbi sul futuro e la voglia di sperimentare anche uscendo dalla propria comfort zone.

Ad accompagnare Rondo nel suo viaggio anche Lazza, thasup e Ghali

E così Rondodasosa spazia dalla sua amatissima drill (terreno in cui non ha più bisogno di dimostrare di essere un giovane re), a sonorità che fino ad ora non erano ancora state sviscerate, come l’RnB dei primi 2000 a là Craig David di Yamaha o il latin da club di Playa. A farlo però non è da solo. Ad accompagnarlo in questo viaggio nella propria storia ci sono Lazza – uno dei padrini artistici di Rondo -, il fratello di zona Vale Pain, thasup (in un pezzo, Drillmoon, forse un po’ meno convincente e incisivo del precedente c!ao), Capo Plaza (molto apprezzato senza autotune), Rose Villain, Ghali e – come quota internazionale – Gazo e Russ Millions.

Eppure, nonostante le varie collaborazioni, quello di Trenches Baby rimane il viaggio personalissimo di Rondodasosa, passato «dal blocco a tutto questo» solo grazie a se stesso e alle sofferenze e le fatiche che trovano la propria espiazione catartica nell’ultima, significativa traccia, Dolore 2, alla fine della quale Rondo, dopo essere passato nella propria città (interiore) dolente, riesce finalmente a riveder le stelle. Ché tanto, anche se si fallisce, «non vuol dire che non c’è speranza alla fine».

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