Rkomi e il nuovo album “Taxi Driver”: «Il mio Vietnam? Calvairate»

Un’anteprima dell’intervista con Rkomi – fresco di nuovo album – che potrete leggere per intero sul prossimo numero di Billboard Italia
Rkomi, credits: Tarfu Studio
Rkomi, credits: Tarfu Studio

Altra corsa, altro viaggio. Rkomi è tornato con un nuovo album, Taxi Driver. L’omaggio è di quelli vertiginosi, ma fermarsi al capolavoro di Scorsese per leggere il disco sarebbe riduttivo. Certo, l’avvicinamento alla release è stato perfettamente aderente all’immaginario del film, soprattutto riguardo al teaser lanciato per annunciare la tracklist e i tanti ospiti presenti. Ma c’è tanto materiale umano da scoprire dentro l’abitacolo.

Per il post-Dove gli occhi non arrivano Mirko si è rimesso nuovamente in gioco con se stesso, tanto nella solitudine quanto negli incontri. E ascoltarsi, di questi tempi, non è da tutti. Soprattutto nel panorama musicale odierno. Lo abbiamo contattato via Zoom per farci raccontare l’album e tornare su una delle fasi più importanti della sua carriera. Potrete leggere l’intervista completa sul prossimo numero di Billboard Italia di maggio. Nel frattempo, godetevi un estratto con le corse in taxi di Rkomi in sottofondo.

Che arco temporale abbracciano le esperienze racchiuse in Taxi Driver?

Ci sono stati tanti brani non presenti rispetto al passato. Di solito sono molto più risoluto. Ma era un progetto difficile e differente, quindi ho scartato tante cose. L’unico brano di due anni fa, un mesetto dopo Dove gli occhi non arrivano, è Ho spento il cielo. Poi ci sono anche dei pezzi di due mesi fa, chiusi proprio all’ultimo in vista della consegna. Sono contento perché c’è qualcosa di nuovo anche per me. Spesso quando pubblichi dei brani tanto vecchi lo senti. In questo caso ci sono brani che svecchiano un po’ e aiutano il mio orecchio ad essere ancora più gasato.

La pandemia ha cambiato molto i tuoi piani?

Sicuramente ha ritardato, ma perché nutrivo grandi speranze che potesse cambiare tutto da un momento all’altro. Poi mi sono reso conto che così non poteva essere, e che sarebbe stato un percorso molto più monitorato. Quindi abbiamo cambiato un paio di volte le date. Allo stesso tempo mi ha fatto anche bene, ho stretto altri rapporti.

Taxi Driver è anche alienazione. Nel film di Scorsese si fanno i conti con i fantasmi del Vietnam. Qual è stato il Vietnam di Rkomi?

Il mio vero Vietnam – con tutte le differenze del caso – è Calvairate. Il mio passato, il posto da cui arrivo, le compagnie. La mia entrata nel mondo della musica con un hip hop molto serrato, crudo e diretto, per quanto poi tenda a essere criptico nelle mie descrizioni da paroliere. Tutto un passato molto forte che spesso non faccio presente. Ma dovrei, visto che i miei colleghi lo fanno nonostante a volte non abbiano vissuto certe cose. L’alienazione può derivare anche da quello, dagli scompensi, dalle mancanze sia economiche che culturali.

Cancelli di mezzanotte è la perla dell’album?

È forse la parte più felice di essere debole e consapevole di Travis Bickle. La sofferenza più nuda e cruda.

Cioè?

Quando scrivo la notte, che siano rime o pensieri, sono molto più nudo. Molto meno spaventato di dire determinate cose a me stesso. C’è questo gran coraggio di essere fragile. «Non sono giù, sono morto»… è pesante come chiudo la strofa. Chiello poi è stato fortissimo, Shablo meraviglioso. Sono un grande fan di quel pezzo, musicalmente abbiamo fatto un lavoro incredibile.

Qual è la strofa di questo disco che aspettavi di scrivere da più tempo?

La strofa con Gaia. Forse il livello più poetico che abbia mai toccato. È difficile per me emozionarmi con i miei brani. Con quello è successo.

Puoi leggere l’intervista completa sul prossimo numero di Billboard Italia

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