Perché l’UK drill sta finendo sempre più spesso in tribunale

I casi in cui le rime di giovani imputati vengono portate in aula e incluse nei processi sono in crescita nel Regno Unito
Headie One, fonte: Instagram
Headie One, fonte: Instagram

Le rime e la legge non vanno sempre d’accordo. Ma quello che emerge da un report della BBC riportato da Complex ha dell’incredibile. Nel Regno Unito, dal 2005 ad oggi, in ben 67 casi presi in esame sono stati utilizzati come prove barre e videoclip amatoriali ritenuti “incriminanti”. La maggior parte è concentrata negli ultimi due anni, e riguarda processi per omicidio. Buona parte degli imputati (la metà adolescenti) è composta da giovani maschi neri. Otto le donne accusate.

Ma a finire sotto accusa è anche questa tendenza a coinvolgere rap e UK drill nelle aule di tribunale, che per molti rischia di minare l’obiettività del giudizio finale e di distorcere lo sguardo su determinati contesti sociali e i rispettivi componenti.

Chi vuole l’UK drill fuori dal tribunale

Di questo avviso Abeena Owusu-Bempah, ricercatrice di legge alla London School of Economics, che lo scorso anno si è espressa così in un blog sulla frequenza con cui drill bars e clip amatoriali delle gang “compaiono” di fronte ad un giudice:

«La giurisprudenza mostra che testi e video musicali sono usati quasi esclusivamente come prove contro giovani neri accusati di reati gravi nelle aree urbane, di solito a Londra. Ciò indica una tattica deliberata, in base alla quale i pubblici ministeri sono in grado di attingere a narrazioni stereotipate per costruire teorie sui casi. In altre parole, i pubblici ministeri possono utilizzare testi e video per raccontare la storia di un rapper pericoloso che riflette stereotipi sui maschi neri come criminali. In tal modo, elementi della cultura giovanile nera si fondono con gravi offese. Lo vediamo anche nel legame con le gang».

Tra fiction e prove

Altro elemento controverso, la componente della fiction, impugnata come evidenza. È davvero possibile assumere come prova una narrazione musicale che si serve puntualmente di codici condivisi, immagini, iperboli, metafore, storytelling costruiti ad arte, esercizi di stile e citazionismo? Fino a che punto un pezzo drill può avere valore descrittivo o probatorio, soprattutto nella web-era? E ancora, quando l’arte può finire sotto accusa? Una barra può avere lo stesso peso di una testimonianza oculare?

La dottoressa Eithne Quinn, accademica dell’Università di Manchester che ha lavorato a quasi 20 processi come testimone esperta della difesa, ha istituito un progetto di ricerca, Prosecuting Rap, per fronteggiare il problema.

In un post sul blog dell’Università di Manchester, Quinn si è espressa così sui rischi che corrono gli imputati quando le loro rime (o quelle altrui) entrano in tribunale:

«Questa cornice realista può sembrare convincente nel contesto probatorio dell’aula. Con gli imputati a cui viene consigliato di non prendere posizione nei loro casi, il pericolo è che la musica parli per i giovani senza voce sul banco degli imputati».

Bisognerebbe forse tener conto anche di un altro rischio: il coinvolgimento indiretto degli artisti britannici più affermati. Considerato il ruolo giocato dall’emulazione nella musica amatoriale, nel momento in cui si fanno coincidere canzoni e prove, il rimando di responsabilità a modelli più affermati – nel caso inglese, al mondo di artisti come Headie One e 808 Melo – è pericolosamente dietro l’angolo. E il valore finzionale rischia di uscirne compromesso, così come la libertà di un movimento di raccontare uno spicchio di realtà servendosi di un linguaggio di rottura – che non sia “di Stato” – legato ad una forma d’arte.

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