Noyz Narcos: «In “Virus” racconto ancora la mia ricerca personale, anche se può ritorcersi contro di me»

L’ottavo album dell’ottavo re di Roma è qui. Il rapper capitolino è tornato con un lavoro ricco di collaborazioni e amici – vecchi e nuovi – a ricordare che la musica non è un gioco, ma una necessità
Noyz Narcos
Noyz Narcos, conceived and produced by @circustudios photo by @consiglio c_o @the.freaks

Lo scorso 14 gennaio è stato il primo giorno dell’anno dove segnare con una X sul calendario un grande ritorno. Noyz Narcos, al secolo Emanuele Frasca, classe ’79, ha portato con sé un’ondata di contagiosa freschezza nella discografia italiana. Contagiosa perché il suo nuovo album di inediti, Virus – fuori per Thaurus/Believe – lo suggerisce sin dal nome. Freschezza, perché un Noyz così in forma dopo Enemy è proprio quello che ci serviva per iniziare bene l’anno.


Il percorso di Noyz, a Roma come in altre città, è la storia di una leggenda. Di rime violente, di concerti in centri sociali fino all’ultima goccia di sudore, di disagi urlati e schiaffeggiati sulla faccia delle persone sotto il palco. A colmare quel vuoto venne il giorno dei Truce Boys, che insieme a In The Panchine formarono il supergruppo TruceKlan e da lì, il resto si può solo raccontare.


Per chi l’ha vissuto è semplice. Per chi non era presente, c’è il coinvolgente docufilm Dope Boys Alphabet, diretto da Marco Proserpio e disponibile dallo scorso dicembre su Prime Video e LIVENow. Con le immagini di cassettine ritrovate in un archivio, diverse interviste e una storia che dai primi 2000 segue Noyz Narcos dall’inizio al momento presente, non vi mancherà più alcun tassello di questo racconto.

Quello di otto album, innumerevoli live, una veste horrorcore che con la sua verità spacca i dischi di platino appesi al muro e vi fa ricordare che dietro quelle pareti, spesso, c’è il sangue di chi ha messo se stesso nella musica. A ogni costo, anche con il rischio di smettere (cosa che, per fortuna, non è accaduta). Abbiamo raggiunto al telefono Noyz Narcos non tanto per discutere del suo passato leggendario, tanto per fotografare con lui un momento presente, in cui lui, come un Virus, convive con la gente comune, rendendoci portatori sani della sua musica.

L’intervista completa è nel numero di febbraio di Billboard Italia.

Hai presentato il tuo nuovo album con una frase su Instagram che mi ha colpito. “La mia musica è stata una piaga, un virus, una minaccia, soprattutto per me”. Perché minaccia? E, esiste un antidoto o un vaccino, a questo Virus?

Una minaccia lo è sempre stata. È una musica che ha usato dei toni forti nel parlare, una voce “alta”. Per questo è sempre stata un po’ minacciosa nei suoi modi. Soprattutto per me, lo è stata negli anni e immagino continuerà ad esserlo. E poi si deve sempre rispondere di quello che si dice nella musica, la gente gli dà molto peso e vuole sempre che tu la rivendichi. È una cosa che ti si può ritorcere contro, ma bisogna essere ben consapevoli di questo e pronti a rispondere a quello che può causare di male, anche verso te stesso.

Il disco è accompagnato da un set grafico e da un packaging molto particolare, che richiama il concetto di “virus” – che oggi è con estrema probabilità una delle parole più attuali. Com’è nato il concept?

È stata tutta una conseguenza di eventi. Prima ho trovato il titolo: un’illuminazione, di notte. Mi è venuto dopo averci pensato parecchio tempo. C’è chi parte da lì, ma per me è sempre stato l’ultimo tassello di un album. Il packaging è venuto in mente a me e al grafico con cui l’ho realizzato, Bufer, con cui avevo già lavorato in passato, e insieme (visto che anche io ho sempre un po’ smanettato fra grafiche, illustrazioni, tatuaggi), abbiamo iniziato a rendere in immagine quello che avevamo trovato come titolo. 

La cosa più classica che ti viene in mente del virus è l’immagine della sua struttura, una specie di “globulo”. Da lì siamo passati alle muffe, allo “slime”, cercando di dare un’identità a questo virus perché non ci piaceva il simboletto chimico. Così l’abbiamo immaginato come un flusso di melma verde che esce dai tombini e si mangia la città. Dal “blob” siamo arrivati a dire: “E se fosse proprio questa la cura?”. Perciò abbiamo invertito i flussi, pensando a questo virus come alla pillola di Matrix, una cosa che prendi senza sapere i suoi effetti collaterali. Poi siamo arrivati alla pasticca, al blister, e al packaging che ricorda i farmaci, con un brainstorming delirante in cui alla fine abbiamo trattato il virus come se fosse un farmaco esso stesso. 

Molto del tuo processo creativo traspare anche dal doc Dope Boys Alphabet, con molte riprese fatte da te stesso. Questa parte visiva vuole aggiungere qualcosa all’album che non sei riuscito a trascrivere? O volevi più che altro fare un punto della situazione prima di Virus?

Volevo fare un po’ un punto della situazione, perché nel frattempo, in questi anni – soprattutto questi ultimi due, paradossali – si sono aggiunti dei giovanissimi alla fanbase. Gente che magari, in due, tre anni che non facciamo concerti non ti ha mai visto suonare, persone che non hanno idea di quale sia tutto il percorso. Forse, gente che non ha mai visto dal vivo un Nokia, un monitor di un pc, di quelli col tubo catodico! Era già da un po’ che volevo far uscire parte di quelle riprese in qualche forma. E da una parte ho fatto bene a temporeggiare perché alla fine questo era il momento veramente giusto. Quello per affiancarlo a un disco di musica nuova, perché fungesse da preambolo al nuovo progetto, per spiegare un po’ tutto il percorso a chi non ce l’aveva ben chiaro. 

“Nuovo gioco, nuovi euro, esco contento dalla major”, dici in No Ratz con Capo Plaza e Guè. Devo ammettere che mi ha fatto sorridere. Cosa serve veramente oggi a un artista per muoversi agilmente nella discografia?

Secondo me serve la consapevolezza di avere nelle mani qualcosa di valido, e saperlo gestire a tuo favore, ovviamente. Se un artista non ne è consapevole ed è costretto ad andare da un discografico per farsi impostare la musica, il personaggio, il percorso, non va bene. Ultimamente tanti, bravissimi tra l’altro, arrivano un po’ spauriti a questo momento qui, e si mettono totalmente nelle mani di una discografica che poi non è detto che faccia delle mosse centrate. Magari farà della tua musica un uso sbagliato rispetto a quello che ne avresti fatto tu. La consapevolezza ti può permettere anche di decidere se vuoi essere indipendente o no, è una cosa personale. Per me è sempre stato importante avere il controllo sulle mie cose, conoscere bene il prodotto che sto vendendo e sapere che giro deve fare. Non me lo devo far prezzare da un’altra persona. 

C’è anche da dire che molti tra i ragazzi nuovi non hanno nemmeno il tempo per fare gavetta.

Molti partono dall’albergo a cinque stelle e dal disco d’oro. Non hanno nemmeno il tempo di fare musica in studio o dei live, che già viaggiano con lo chauffeur e hanno il disco in FIMI a vent’anni. Tutta un’altra cosa rispetto al percorso che ha fatto Noyz Narcos. 

In questo nuovo capitolo non sono mancate anche le soddisfazioni: Raekwon (Wu-Tang Clan), Cam’Ron (Dipset), diversi ospiti internazionali. Ci sono altre soddisfazioni che vorresti toglierti nella musica?

Tante! Altre collaborazioni, certo. Ci sono persone con cui mi piacerebbe lavorare e mondi da sperimentare (tranne il reggaeton). Tutto sta nel vedere quanto prende bene a te e quanto al pubblico, è un’alchimia fra le due cose.

Spesso è comparso il tema del “ritiro”. Cosa ti blocca veramente? Sei stanco di un mondo sordo o di dover – se devi – seguire l’immaginario di un personaggio che tutti vorrebbero rimanesse uguale, quando tutti noi crescendo cambiamo?

Pur crescendo, io resto sempre abbastanza coerente con quello che ero, ma non è una forzatura. È che a me piacciono davvero ancora le stesse cose che mi piacevano all’inizio, e so che è paradossale. Mi vesto ancora come mi vestivo vent’anni fa, ho trovato la mia identità tanto tempo fa e ancora faccio e mi piacciono quelle cose lì. È frutto di una ricerca meticolosa di quei tempi, e adesso è sotto gli occhi di tutti, la cosa più normale del mondo.

Eravamo in pochi fissati, non era una roba comune, a scuola eri facilmente un alieno. Ero l’unico, non solo della classe, ma della scuola a essere in quel modo lì. Sono rimasto aggrappato a quella ricerca, sudata e faticata, che facevo da pischello e che secondo me è ancora la cosa più figa che ci sia. E se in certi momenti ho deciso di mollare, è perché mi sono accorto che la gente parlava un linguaggio ormai totalmente diverso dal mio e le interessava tutt’altro. Invece ho scoperto che molti ancora amano quello che amo io e parlano la mia “lingua”. Avevo solo una percezione sbagliata di come andassero le cose. 

Ultimamente ho notato che la tua “generazione” di artisti, alla lunga, si riconferma con attitudine, qualità e numeri. Ci stiamo finalmente rendendo conto che è una maratona e non i 100 metri?

È una cosa che abbiamo notato entrambi. 

E ho notato anche che ti trovi bene con le nuove generazioni. Da Sfera a Geolier, passando per la crew 126. Come stanno crescendo questi ragazzi? Possiamo confermare 126/LoveGang come successori del TruceKlan? Hanno passato l’esame?

Devo ammettere che pensavo mollassero prima, queste nuove leve! Invece li vedo belli motivati, vanno dritti al punto, hanno voglia. Questa cosa l’hanno presa seriamente, non è passeggera. Di questo sono contento, perché li davo molto più per spacciati sul “prendersi il momento”, mentre chi è in ballo da cinque, sei o sette anni continuerà anche in futuro.

Sulla 126, conosco bene Franco, Kety e gli altri, che mi hanno raccontato il periodo “pre” in cui loro venivano a sentire noi suonare. Però, non credo che si tratti del “passare un esame”, siamo semplicemente fatti della stessa pasta e siamo figli della stessa città. Parliamo una lingua simile senza forzature, ed è normale che abbiamo avuto questa affinità tra di noi. 

Per quelli che saranno – si spera il prima possibile – i live, quale sarà la formazione che ci dobbiamo aspettare?

Non lo so, è una cosa che ho preso in considerazione da poco visto che avremo ancora un po’ di tempo per organizzarli. Sicuramente voglio fare qualcosa di nuovo, la squadra sarà quella di sempre, ma vorrei riuscire a inserire qualche novità.

A cura di: Stefano Tasciotti, Cristiana Lapresa

Ascolta Virus, il nuovo album di Noyz Narcos


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