Neima Ezza: il quartiere, la 7 Zoo, i periodi difficili da cui si può imparare molto

Partendo dal recente EP “Giù”, l’artista milanese di origini marocchine ci ha raccontato il suo mondo che gravita intorno a Milano Ovest. Incontro con un rapper che farà strada
Neima Ezza - Giù - 1
Neima Ezza (fonte: ufficio stampa)

Negli ultimi mesi si è parlato molto di Neima Ezza su giornali e telegiornali, senza che lui lo avesse propriamente cercato. Il rapper milanese d’origini marocchine di Zona 7 (ovvero San Siro da cui provengono anche Rondodasosa, Vale Pain, Kilimoney, Sacky e Keta: i ragazzi della 7 Zoo) è stato al centro di episodi di cronaca nera abbastanza surreali di cui non entreremo troppo nel merito.


Lui, che risponde al nome di Amine Ezzaroui, classe 2001, a gennaio di quest’anno è finito agli arresti domiciliari perché accusato di aver fatto delle rapine a danni di minorenni insieme a un altro rapper del suo gruppo, Baby Gang. Accuse ritirate dopo pochi mesi per la lacunosità delle prove nella ricostruzione dei fatti. In pratica: non erano parsi attendibili gli album di fotografie che erano stati mostrati alle vittime ma chiaramente il processo deve ancora avvenire.


Quando incontriamo Neima Ezza in un bar, in un pomeriggio milanese di luglio caldo e afosissimo, lui appare subito il contrario di quello che uno potrebbe immaginare da questi racconti di cronaca. Avviene spesso così e già lo si potrebbe intuire dai suoi testi un po’ nostalgici e spesso introspettivi. Ma Neima Ezza è davvero gentile, affabile e molto ponderato nei suoi giudizi.

È proprio nel periodo in cui è stato costretto a rimanere in casa per gli arresti domiciliari che ha scritto la maggior parte dei testi di Giù, l’EP uscito a inizio luglio per Epic Records / RM4E. Periodo dove è riuscito anche a trovare un aspetto positivo da cui imparare qualcosa.

Mi pare che in Giù tu abbia scelto una direzione molto più pop rispetto al passato, se prendiamo per esempio Basta potrebbe essere anche un singolo radiofonico.

Ho voluto rendere il suono più appetibile e morbido per tutti. Ho cercato qualcosa che potesse piacere ai più grandi ma anche ai più piccoli, insomma anche a chi non mi ascoltava da prima ma mantenendo la mia identità. Parla d’amore, di amici, di periferia, perché anche i ragazzi di lì possono innamorarsi, anche se fanno finta di rimanere dei duri e puri. Rimane sempre un pezzo street.

Basta è nata nel periodo difficile in cui eri chiuso in casa per i domiciliari?

No, molto prima, circa un anno fa, quando ero in Sicilia con la 7 Zoo. Tutti erano fuori a pranzo e io ero rimasto a casa col mio fonico. La mia richiesta era di sperimentare il più possibile e di non avere una base drill. Lui mi ha fatto ascoltare un type beat che mi è piaciuto subito e in 2 ore abbiamo chiuso il pezzo. Io credo che le idee debbano nascere in un giorno, poi le puoi anche rivedere e rifinire successivamente.

Tu ci tieni a non abbandonare l’attitudine street?

Sì e no. Sicuramente un giorno vorrò abbandonare il quartiere. Credo che nessuno voglia rimanerci per sempre. A una certa età, magari a 20 anni ma forse pure a 16, vuoi vedere altro nella vita. Perché è piuttosto stressante rincorrere sempre qualcosa.

Tendenzialmente vivi e hai vissuto bene lì?

In quartiere c’è molta umanità. Il tuo vicino può trasformarsi in un amico a cui chiedere spesso una mano. Anche i bambini sono abituati a stare in giro da soli, a crescere insieme senza i genitori e magari imparano ad arrangiarsi, per esempio a riparare le loro biciclette da soli. Poi quando crescono, capiscono che esiste una vita fuori di lì.

Per te è stato così?

Certo, la prima volta che ho visto il Duomo o l’Arco della Pace di notte sono rimasto folgorato.

Lo stadio quanto ha influenzato la vita dell’intera area?

Diciamo che la zona è divisa in due. Quella vicina allo stadio e piazza Selinunte. Noi apparteniamo alla seconda, sicuramente più degradata. Allo stadio io sono andato solo una volta in vita mia e c’è gente che non c’è nemmeno mai andata. Non mi interessa il calcio. Il mio unico idolo è Zlatan Ibrahimovic. Basta.

Pensi che in quartiere si senta meno il razzismo?

Molto meno. Io poi ho sempre cercato di stare con le persone con cui mi trovavo bene. Ora poi stanno nascendo delle iniziative veramente meritevoli come quella di Don Claudio della comunità Kayros con Elisabetta Andreis (giornalista per Il Corriere della Sera, ndr) che hanno creato un centro aggregativo per i ragazzini che così non stanno tutto il giorno in strada e basta. Lo hanno creato recentemente, dopo che si era parlato della zona per la musica. Si sono detti: vediamo cosa possiamo fare. Ora vogliono creare anche un centro sportivo. Sono stati bravissimi.

L’Italia ora è un Paese – tendenzialmente e generalizzando – razzista?

Mi intendo poco di politica e potrei riferire solo opinioni negative. Comunque, il razzismo c’è. Non lo percepisco in maniera particolare su di me, però lo so. Prendi anche gli insulti razzisti durante le partite di calcio. Non credo però che ora ci sia più di un tempo. Penso sia importante lavorare bene e dimostrare coi fatti ciò che si vale.

Con gli altri della 7 Zoo invece come collabori?

Siamo amici da sempre e abbiamo un rapporto famigliare e protettivo. Ci incontriamo senza bisogno di metterci d’accordo nella nostra zona. Bene o male ci vediamo sempre, ci becchiamo in studio o magari anche in strada, e ascoltiamo i pezzi gli uni degli altri. Nasce tutto in modo molto naturale.

Perché c’è questa lotta con Milano Ovest?

È andata così, si sono create delle questioni in passato. Ognuno fa il suo e basta.

Il vostro produttore è solo NKO?

Sì. In genere, sono io che gli chiedo di sperimentare con qualsiasi genere, anche house se mi viene in mente. Poi lavoriamo anche con altri. In questo EP, per esempio ho lavorato anche con i 2nd Roof, con Marco Zangirolami e con Dystopic.

Immagino che tra i tuoi ascolti ci sia più rap francese che americano?

Molto di più. È più realistico e malinconico, meno smalto e pagliacciate. Anche il fatto che siano rapper figli di seconde generazioni e che utilizzino termini arabi li rende più interessanti ai miei occhi. Condivido anche il fatto che non vogliano mostrare gioielli o lussi particolari.

Chi ti piace?

PNL, Lacrim, Jul, Buba.

Italiani con cui sei cresciuto invece?

La Dogo Gang, Tedua, Capo Plaza. E Marracash. Quando ascoltavo Bastavano le briciole pensavo l’avesse scritta per me. Credo sia il massimo.

Come vivi adesso le reazioni delle persone ai brani nati nel periodo così difficile degli arresti domiciliari?

Ero un po’ spaventato ma mi hanno scritto tante persone per ringraziarmi. Già dai tempi di Notre Dame e Routine con Big Fish ho sempre amato mettere delle note malinconiche. Stavolta avevo paura che il suono fosse troppo studiato ma alla fine vedo che piace parecchio.

Pensi di aver imparato qualcosa da quel periodo?

Certo! Ho imparato che dalle cose negative spesso ne nascono di positive. Se non fossi stato chiuso in casa non avrei sicuramente scritto un testo come Giù o come Bebe. Devo dire che mentre vivevo quella situazione assurda, dove non ero nemmeno colpevole, ero molto negativo. Poi quando è finita l’ho vista in altro modo.

Hai finito la scuola?

No, ho lasciato in terza superiore. Mi dispiace, certo vorrei finirla ma la cosa che più mi manca è tornare a leggere libri perché non lo sto facendo da un po’. E per scrivere ho bisogno di avere le parole, perché a un certo punto finiscono.

Neima Ezza - Giù - 2
Neima Ezza (fonte: ufficio stampa)

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