Nayt: «All’apice del successo sono entrato in una “Favolaccia” ma tutto serve»

Nayt torna sulle scene con Mood, un album maturo, e ci ha raccontato il suo rapporto con i social, i soldi e con il mondo di Sfera Ebbasta
Nayt, fonte: ufficio stampa

Nayt è un alieno o quasi nel panorama dell’hip hop di oggi. 26 anni, rappa ed è nel giro da almeno 11. Ha una capacità di flow fulminante e un gusto per le strumentali molto old-school, quasi vintage, si potrebbe dire. Merito anche del lavoro che porta avanti da anni con 3D, produttore romano molto rispettato, di cui è diventato socio nell’etichetta VNT1.

Nayt, ovvero William Mezzanotte, viene da Isernia o meglio da Sant’Elena, piccolo Comune a 30 chilometri dal capoluogo del Molise e non ha trascorso un’infanzia dorata, anzi. Cresciuto a Roma dalla giovane mamma e costretto a cambiare spesso casa, il rapper ha raccontato tutto nella sua autobiografia, Non voglio fare cose normali.

William ha tra i suoi miti Eminem e Primo Brown dei Cor Veleno insieme a tutta la scena old-school romana. Non ama particolarmente i social e ha raccontato apertamente come grazie all’analisi abbia affrontato le crisi psicologiche che chiunque (o quasi) può attraversare. Insomma, è una mosca bianca. Che dal 2018 ha spinto sull’acceleratore. Prima traccia a fare il botto: Gli occhi della tigre. Poi l’episodio di Real Talk particolarmente fortunato, infine la trilogia di Raptus e tutto questo gli ha consentito di macinare un bel po’ di stream (circa 100 milioni).

William/Nayt torna domani, venerdì 4 dicembre, con Mood, un album nel quale sostiene (a ragion veduta) di aver trovato un maggior equilibrio rispetto al passato.

«Per me è una particolarità oggi utilizzare certe basi. Cerco di colmare le lacune che noto in giro ma questo album è comunque figlio di quest’epoca». Un unico feat. presente: quello con Mezzosangue.

Sei soddisfatto?

Non lo sono mai del tutto e questo mi spinge a fare sempre di più. Per la prima volta però sono orgoglioso di quello che sono riuscito a fare in un periodo come questo. Sono contento di aver prodotto un disco più concettuale. Prima c’era solo Raptus, che non era solo il titolo dell’album ma indicava un po’ anche il mio modo di scrivere e lavorare. Ora invece ci sono un’idea e un filo conduttore che legano tutto. Ho fatto un salto in avanti perché se avessi continuato sulla stessa linea mi sarei omologato e non sarei mai riuscito a distinguermi.

Equilibrio impossibile

Senti di aver raggiunto un buon equilibrio tra quella che tu definisci anima rossa e quella blu?

L’equilibrio non si raggiunge mai perfettamente. Sono 13 tracce e non ce sono 6 e mezzo di un colore e il resto di un altro. È tutto mischiato. Non c’è simmetria e trovo sia giusto così. Come nella vita. Poi questo è un periodo storico così complicato e avevamo avuto tutti i segnali del caso ben prima che ci fosse la pandemia. Tra gli incendi in Amazzonia, in Australia, il movimento Black Lives Matter: io credo che non ci sia più tanto tempo per far finta di niente e per intrattenersi in maniera leggera.

Nell’album però non parli di questi temi. Ricordo una barra che potremmo definire politica e che penso sia dedicata a Silvia Romano: “Salvi una vita chiedono quanto è costato”.

Proprio così, era riferito a quell’episodio di cronaca. Non ne parlo perché non ho voglia di fare delle prediche. Se hai letto il mio libro capisci che non sono un ragazzo cresciuto con chissà quale cultura. Ora sto cercando di recuperare e di leggere tanto ma mi sento ancora molto ignorante. Per questo non voglio che passi l’idea che io conosca così bene la situazione generale attuale da poter proporre delle soluzioni, perché non è così. Io spero solo di poter trasmettere l’idea di quanto sia importante l’empatia. Perché una coscienza l’abbiamo tutti, anche le persone più ignoranti e superficiali, e grazie a quella ci si può unire.

Il Blocco dello scrittore

Mood nasce da una crisi che racconti bene nel pezzo Blocco dello scrittore: che cosa è successo?

Ho imparato che una crisi è indice di movimento ed è positiva se riesci a sfruttarla e non ti fai affossare. Il mio periodo è arrivato alla fine del 2019 perché nella mia vita privata ci sono stati dei cambiamenti importanti. Poi erano passati un po’ di mesi dal mio primo disco d’esordio con una major e ho potuto vedere in prima persona che cosa è il successo. Ne parlo un po’ di volte nell’album, non solo in Blocco dello scrittore. In pratica mi sono reso lucidamente conto che quella voglia che avevo di primeggiare fine a sé stessa derivava semplicemente da mancanze enormi che ho avuto nella mia adolescenza. Mi sono chiesto: ok hai raggiunto dei risultati, hai guadagnato qualcosa ma che cosa ti rende veramente felice? Io sono andato in crisi ben prima del Covid. Mi sono reso conto che pensare sempre e solo al profitto è malsano. Ho pensato di essere entrato in una Favolaccia (come il titolo del mio brano e del film dei fratelli D’Innocenzo). E ho realizzato che è solo lo scambio con le altre persone, il dare qualcosa a loro che ci può salvare. Io posso farlo solo grazie alla mia musica.

The social dilemma

Come si fa oggi a percepire il piacere di donare musica ai fan quando è tutto mediato dai social?

La maggior parte delle volte in cui devo confrontarmi con il pubblico è tosta, pesante. Sei continuamente sottoposto al giudizio altrui che spesso è superficiale. Riesco a esser contento quando vedo delle reazioni sincere e di pancia. Quando leggo commenti troppo superficiali vengo influenzato in maniera negativa. Anche questo mi ha mandato in crisi. Per esempio, quando ho comunicato il titolo e la cover sono stato subissato di domande: ma i feat? Ma quello, quell’altro? Sono tutti fomentati dalle aspettative e alla fine ci rimangono solo male. Vedo un sacco di delusione in giro!

Il titolo del tuo album ricorda uno dei pezzi più ascoltati al mondo, Mood di 24Goldn feat. iann dior che deve il suo successo soprattutto a TikTok: tu tieni conto del fatto che un tuo pezzo possa andare o meno lì?

Ho provato a capire se TikTok potesse fare al caso mio circa un anno fa e la risposta è stata no. Avevo provato con Good Vibez e Passala ma ho capito che non fa per me. Ho un rapporto strano con i social, sono più interessato all’offline e alle persone che posso incontrare nella vita vera. Io combatto il narcisismo con questo album: è stato alla base della crisi di cui parlavo prima e alimenta i social. Voglio combattere l’idea di essere il protagonista della scena rap italiana perché è soltanto nociva. Ma ho anche paura perché questa è la cultura dominante e io non voglio andarci contro. Io non voglio proporre musica di nicchia. Sogno che questi concetti complessi possano arrivare a tutti con parole semplici. Perché anche questo ci uccide: cercare solo intrattenimento.

Credi che adesso la gente si sia stufata di sentire parlare solo di macchinoni e orologi?

Certo. Ne sono convinto. Ma poi in questo periodo storico in cui non puoi uscire né fare niente, che voi fa’?

Sfera e il capitalismo spinto

Dell’ultimo album di Sfera, Famoso, cosa pensi?

Io credo che gli artisti non abbiano alcun obbligo di prendersi responsabilità educative. Sfera produce musica di alta qualità e questo non può che farmi piacere. Io personalmente inizio un po’ ad annoiarmi con questi contenuti, di Sfera e di tutti i rapper americani. Credo seriamente in un’idea: fomentare il capitalismo è solo estremamente malsano! E ambire ai soldi come ultimo fine non può che portarti a stare male. Perché quando possiedi tante cose capisci che non devi esagerare. Io sono in mezzo a tutto questo, lo dico in Fuori fa paura, ne sono complice ma trovo che non faccia bene a nessuno.

Potete leggere tutta l’intervista a Nayt nel prossimo numero di Billboard Italia di dicembre/gennaio.

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