Nayt: «”Doom” è l’eterna guerra tra amore e paura, che riguarda tutti»

Nel nuovo album del rapper, che completa il percorso iniziato lo scorso anno con “Mood”, i toni si fanno più oscuri. William prende coraggio per parlare di ciò che spesso non ammettiamo nemmeno a noi stessi. La nostra intervista
Nayt. Foto ufficio stampa
Nayt. Foto ufficio stampa

Con quasi un album all’anno (e un libro autobiografico) negli ultimi cinque anni, Nayt – alias di William Mezzanotte, classe ’94 – di cose da dire ne ha parecchie. Nel rap italiano si è fatto conoscere per la coerenza, la pazienza e anche la consapevolezza con cui ha lavorato ai suoi progetti. Questo crescendo lo ha portato nel tempo a dimostrare non solo le sue capacità tecniche, con un flow da invidia nel mondo delle rime, ma anche di essere in grado di arrivare in classifica con dei contenuti diversi (e milioni di ascolti), più concreti di altri.

Questa concretezza l’ha portato a scrivere Mood, lo scorso anno, sempre al fianco del suo socio e producer 3D. Un progetto in cui ha deciso di guardarsi dentro, e che in qualche modo ha inaugurato una nuova fase per il rapper di Isernia (ormai del tutto “romanizzato”). Poi è arrivato Tutto il resto è noi, il singolo spartiacque che ha preparato la strada per Doom, in uscita oggi per la sua label, VNT1 Recors (Columbia/Sony). E così scopriamo l’altra faccia della medaglia, l’uguale e contrario, la parte finale (forse?) di un viaggio in picchiata nell’animo umano.

Sondando e indagando le ombre più oscure, i dubbi e le domande del genere umano – con un primo assaggio nei singoli Mortale e La mia noiaNayt porta alla luce temi esistenziali affrontandoli con grande coraggio e poesia. E così diventa la voce interiore di chi non ha la forza di ascoltarsi, con al suo fianco un’arma invincibile per risalire dal fondo: l’amore.

L’idea di fare un disco complementare a Mood chiamandolo Doom, che è poi la sua lettura al contrario, era già in cantiere o ti è venuta dopo aver scritto l’album che lo precede?

Mi è venuta prima di Mood, ma mi lascio sempre aperte delle porte! Non era poi così sicuro che Doom sarebbe stato il disco dopo, ma uscendo da Mood ero molto ispirato e lavorando subito al concept ne ho poi avuto la certezza. Sapevo di voler fare un’unione di capitoli, mi piaceva l’idea del “contrario”, ogni cosa ne ha uno. Sono anni che progetto cose a lungo raggio e ho tanti titoli e visioni di quello che vorrei fare. Anche ora che ho completato l’album sto scrivendo cose nuove.

In Doom ho percepito temi sociali, problemi personali, argomenti come voglia di vivere e solitudine. In certi punti citi anche i disturbi alimentari, cose su cui le persone spesso non si aprono. Un modo per entrare in connessione con gli altri, perché non ci eri ancora riuscito pienamente?

Intanto è bello che tu abbia visto questi dettagli. Per me è tutto fisiologico: sicuramente sono andato più a fondo, e l’ho fatto perché Mood rispecchiava un periodo in cui ho iniziato a scendere in certe questioni, ma fino a un certo livello. Questo ha messo le basi per scavare ancora più a fondo. Non è semplice cercarsi, scoprirsi, ma seguo questa direzione perché sono certo che quello che uno ha dentro, ce l’hanno dentro tutti quanti. Siamo tutti diversi ma estremamente simili e connessi. Ho semplicemente continuato una ricerca.

Non temi una selezione nel tuo pubblico? Non tutti sono pronti a ricevere quello che dici, spesso è più facile fare intrattenimento leggero…

Sai, ieri in un momento di astrazione ho realizzato che con Mood e con Doom ho sbloccato una cosa: parlare di quello che sento senza che mi crei problemi con chi mi relaziono, perché ormai ho esposto e imposto questa mia poetica o intenzione. Da Mood in poi, mi sono detto: “Basta, adesso metto me al 100% in quello che faccio, senza distrazioni”. E quindi senza insicurezze, anche se ci sono sempre, ma sono molto più sicuro della mia visione e di quello che voglio esprimere di me stesso.

Non lo faccio per selezionare, ma la conseguenza è sicuramente quella, questi temi possono non interessare tutti. Una volta dissi al mio terapeuta: “Perché si va più in palestra che in terapia?” È la stessa cosa, ma per “muscoli” diversi. E lui rispose: “Ci vuole motivazione, e la motivazione per scoprirsi è difficile da trovare con delle cose così spaventose”. E infatti Doom parla proprio di questa guerra eterna tra amore e paura, che ci riguarda tutti da sempre. Nonostante la paura che io abbia nel parlare di queste cose, sento di dover essere sincero con me stesso e con gli altri.

In alcune barre sottolinei anche il distacco da cose frivole o inutili (i soldi, la fama, le apparenze), richiamando l’attenzione a quelle essenziali. Quali sono quelle di William/Nayt?

Respirare bene, mangiare con fame e gusto, dormire profondamente e bene, fare l’amore! Amare con sentimento. Tutto il resto è bellissimo ed è giusto che ci sia, ma come ho letto una volta, il resto deve essere un buon condimento, non l’ingrediente principale.

A proposito di amore, che nell’album affronti su sonorità diverse dal solito, che ruolo ha in questo viaggio verso il “fondo”? C’è qualche analogia con Dante e la sua discesa negli inferi, con sempre accanto il pensiero di Beatrice?

Secondo me, l’amore è l’unica cosa che ti consente di andare avanti, e che a me permette di credere nella mia visione. Mi ha sostenuto su cose difficili l’amore che ho dato agli altri, non quello che gli altri hanno dato a me. Perché è vero che l’amore debba essere dato senza l’aspettativa di ricevere qualcosa in cambio. Anche se dona profonda sofferenza e tristezza (da cui, la parte più oscura del disco). Non sei la prima che mi cita Dante e io non ci avevo nemmeno pensato! Molti mi hanno detto: “vedrai che riemergerai dopo questo disco”. Che poi è il mio obiettivo, farlo con maturità e consapevolezza.

In un brano compaiono Gemitaiz e Mattak. Scelta solo stilistica, o guidata dal fatto che erano gli artisti più adatti a far parte di un disco simile?

Quel pezzo (OPSS, ndr) è il più tecnico dell’album e stacca un po’ da tutta quella introspezione. È come un break. Gemitaiz lo ha sentito, si è gasato e ho pensato di coinvolgerlo. Mi piace sempre l’idea di portare un artista di Roma! Lui si è messo in gioco e penso abbia fatto una delle sue strofe migliori degli ultimi tempi. Su Mattak ci tenevo tantissimo perché lo stimo, lo seguivo da un po’. Non ci sono tanti featuring, ma se ci sono, do priorità alla qualità, alla credibilità e al livello artistico. Mi piaceva anche mettere un artista meno conosciuto con uno più conosciuto, è una cosa molto hip hop, inclusiva. È un mettere un senso poetico in tutto, dalla grafica a mix. Più è in ogni dettaglio, più la poesia e l’arte diventano sensate.

Nayt, la cover di Doom

Parlando di grafiche: una cosa che mi ha colpito è la cover del disco, insieme alle cover dei singoli estremamente minimal rispetto a quella principale. Me le spieghi?

Gli sketch delle cover dei singoli sono nel booklet del disco e rappresentano l’incipit di un processo creativo, l’ideazione del contrasto Mood/Doom. Mi piaceva l’idea di focalizzarmi su una cosa più astratta per poi arrivare al dipinto vero e proprio, che è la cover. È ispirata alla porzione di un’opera di Francisco Goya, La sepoltura della sardina. Ritraeva una festa folle in Spagna l’ultimo giorno di Carnevale prima di tornare alla normalità. Ci siamo arrivati dopo tanta ricerca col mio team grafico pensando al personaggio di Goya, alla sua vita, alle sue energie. Verso i 40 anni diventa sordo, i suoi dipinti diventano realistici, crudi, quelli che poi sono passati alla storia. Dal suo malessere usciva il bisogno di alzare la voce ed essere sincero. Mi ci sono molto rivisto. Ci sono tanti riferimenti: la morte, la medicina, la cura, il destino, i mostri…

A un certo punto dici: “il rap non va più di moda, menomale”. Più avanti dici: “vedo rapper che non sanno scrivere”. Cosa pensi del destino di questo genere, tu che comunque l’hai visto evolversi soprattutto in questi ultimi anni?

Per me il rap non è un genere, è un modo tecnico di scrivere, così pieno di influenze, ramificazioni, deformazioni che ormai dire che cosa sarà il rap in futuro è difficile. È esploso negli scorsi anni e sono felice che faccia parte della cultura dominante perché ne sono innamorato, ma quello che va oggi non è rap. È l’immaginario che gli si crea intorno ad andare di moda. Quelle frasi esprimono un po’ la mia rabbia per la decadenza culturale, per il fatto che molti ragazzi di oggi non capiscano le cose che leggono. Questo un po’ mi stimola a metterci il mio.

Guardandoti indietro e poi in avanti, a che punto è Nayt della sua carriera? Quali sono i prossimi step?

Il futuro è sempre ignoto! Più ci penso e più mi ripeto di non pensarci. Lo stesso provo a fare con il passato, e cerco di astrarmi togliendo la lente di ingrandimento sul presente. Mi sento in una fase di transizione, sto crescendo, ma non sono cresciuto. Sto cambiando, passando lentamente da un’adolescenza a un inizio di età adulta a qualcosa di più solido e strutturato. Mi sento così, penso di avere ancora tanto da dare e tanto di me da far esplodere. Sento di voler fare grandi cose e sento che il modo in cui lo sto facendo è giusto, e ci vogliono pazienza, costanza, perseveranza, forza per non abbattersi.

Ascolta Doom, il nuovo album di Nayt

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