Mr. Rain: «”Petrichor”? Un inno alla fragilità. Sogno un feat con Elisa»

Abbiamo parlato con Mr Rain del suo nuovo disco; eccovi un’anticipazione dell’intervista che troverete su Billboard nel numero di febbraio
Mr Rain
Mr Rain

Sono tanti gli artisti che hanno ammesso di aver passato l’ultimo anno a stracciare i vecchi progetti in cantiere per ripartire da altro materiale. La pandemia è l’unico colpevole? Può essere. In ogni caso, molti fan avranno sposato ad occhi chiusi una scelta simile. Quando ci si fida del proprio idolo, la convinzione vale più del tempismo. A costo di dover attendere mesi in vista di una rinascita. Mr. Rain, ad esempio, ha fatto la sua mossa dopo essersi rigenerato ed essersi convinto di quale fosse la strada giusta, senza forzare la mano. È stato il successo di Fiori di Chernobyl a far spiccare il volo alla fenice dalle ceneri. Un bel po’ di mesi dopo, l’artista ha ritrovato i fan ad aspettare il suo album Petrichor ­– “il rumore della pioggia” –, frutto di quella rifioritura artistica e personale. Lo abbiamo contattato telefonicamente per farci raccontare la storia del progetto. Potete trovare l’intervista integrale nel numero di febbraio di Billboard Italia. Di seguito trovate un estratto.

Quando hai concepito il disco per come lo conosciamo?

Precisamente da quando ho pubblicato Fiori di Chernobyl. Da febbraio scorso avevo già altre canzoni in cantiere ma erano totalmente diverse. Dopo la pubblicazione di quel brano ho deciso di rifare tutto. Volevo un disco con un mood condiviso da tutti i pezzi: come un filo che legasse tutti i brani.

Qual è questo fil rouge?

Sicuramente sono io, quello che ho passato in questi ultimi due anni e che non riesco a dire di persona. Uso la musica come il mio migliore amico e psicologo, la sfrutto per tirare fuori tutto quello che ho dentro.

Dalla fragilità al sacrificio

Petrichor sembra un inno alla fragilità. Sbaglio?

No, è così. Traggo forza dai miei punti deboli e li uso per esprimere me stesso, crescere e costruire una versione migliore di me.

Ricorre spesso l’immagine del deserto. Si ricerca volutamente un cortocircuito con quella della pioggia?

No, è puramente casuale. Io comunque lavoro molto per immagini, spesso parto dall’idea del video. Ad esempio, nel caso di Fiori di Chernobyl è comparso in testa prima il titolo di tutto il pezzo e del videoclip. Mi è capitato anche con A forma di origami. Io associo immagini alle canzoni. Cerco di sviluppare una fotografia di quello che sento.

In quale scuola di pensiero ti riconosci? Scrittura con o senza beat?

Dipende, a volte scrivo prima, a volte produco. Non c’è un processo uguale per ogni canzone, varia a seconda del periodo.

Passiamo ad un tòpos del rap che ritroviamo in Petrichor. Dici di essere diventato tutto ciò che odiavi.

È lo stesso tema che tocco anche in Nemico di me stesso, sono diviso in due. C’è una parte di me che è devota al lavoro, quindi sacrifica il 100% della sua vita privata. Solo che facendo così sacrifico tutto il resto. Sono un nemico di me. Faccio quello che desidero, seguo i miei sogni ma allo stesso tempo mi sto ferendo. Stare dietro ad ogni cosa, dalle basi e ai video fino alle grafiche è una mole di lavoro enorme, e non ho tempo proprio per vivere.

La frattura interiore che emerge nell’album è costitutiva di ciò che sei o è comparsa una crepa solo negli ultimi anni?

Fa parte del mio percorso, ma è stata accentuata in questi ultimi due anni. Ho fatto un anno quasi di stop, ho avuto un periodo abbastanza buio sia a livello personale che lavorativo. Ma mi sono fatto forza per uscire da questo tunnel infinito.

Le influenze di sempre

Quali mondi musicali ti hanno maggiormente influenzato nell’ultimo periodo?

Sono mega fan di Eminem, Macklemore ed NF. Per il resto ascolto qualsiasi cosa e cerco di imparare da qualsiasi genere, che sia pop, rock o cinematic. Cerco di contaminarmi con più cose possibili.

A proposito di Eminem, come ti spieghi la massiccia dose di over hating che si sta beccando negli ultimi anni? Gli screzi con Snoop Dogg sono soltanto gli ultimi di una lunga serie.

Non ne ho idea, a me piace dal giorno zero. Fino ad Encore era originalissimo. Dopo è forse diventato un po’ banale per quel che riguarda le strumentali. Ma non ho assolutamente niente da contestargli, anzi…sono un mega fan. Piango se lo vedo! (ride, ndr)

Sono cambiati i tuoi gusti in questi due anni?

No, ho sempre avuto idee simili a quelle che ho ora… forse si sono solo riconfermate. La mia visione è sempre la stessa da sei anni.

A forma di origami è il brano più personale del progetto?

Assolutamente sì. È una lettera per mio padre, un po’ come I grandi non piangono mai, uscito nel 2016. Sono molto chiuso e introverso, quando devo dire qualcosa a qualcuno scrivo una canzone.

Mr. Rain tra Fedez ed Elisa

In certi passaggi del disco sembra quasi di risentire l’eco dell’impronta lasciata da Fedez ed Emis Killa nella scena italiana durante il periodo 2012/2013. È una stagione che ti ha influenzato?

Sono stato sicuramente influenzato da quel periodo, ma non dal rap italiano in particolare.

C’è qualcosa che non hai avuto il coraggio di scrivere nel disco?

Mah, in realtà no… a grandi linee ho messo quasi tutto – tranne le cose troppo esplicite, ovviamente. Anche per problemi legati al lavoro non sono mai entrato troppo nei particolari.

Quale pezzo ti ha costretto ad uscire dalla zona di comfort?

Sicuramente Non fa per me. È quel rap più cazzuto, un genere che facevo fino al 2014.

Hai collaborato con Annalisa. C’è un’altra voce italiana con cui ti piacerebbe fare un feat?

Elisa. Mi piace molto il suo mondo, la sua voce. Sarebbe un onore per me.

Un disco che speri di ascoltare nel 2021.

Macklemore ovviamente. Lo aspetto da anni ma è sparito!

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