Mosè Cov: «La musica non è solo per chi la ascolta. Serve soprattutto a chi la fa»

Il primo album dell’artista italo eritreo trasuda l’amore e la lealtà per la sua Milano e per le persone che da sempre lo accompagnano in questo viaggio, dove l’unione fa la forza (e la differenza)
Mosè Cov. Foto ufficio stampa
Mosè Cov (fonte: ufficio stampa)

«Fossi leale ai tuoi sogni, quanto ai tuoi vizi, oggi saresti già ricco / Fosse normale aver soldi e non i pregiudizi avrei sempre la faccia su Billboard», esordisce Mosè Cov nelle prime strofe del suo primo album Loyalty, pubblicato il 10 dicembre in digitale per Believe. Al di là del fatto che la sua faccia su Billboard, alla fine, ci è finita davvero (di nuovo), il vero perché è il semplice fatto di meritarselo.


Perché per Mosè Cov – ovvero Mussie Tesfay, artista italo eritreo di base a Milano – è arrivato il momento di raccogliere in un album non solo la lealtà al suo impegno e a se stesso in tutti questi anni, ma la gratitudine e la fedeltà a tutti coloro che hanno fatto parte del suo percorso, di vita e di musica, fino a questo momento.


Lungo le sedici tracce del progetto, in cui Mosè Cov è accompagnato anche dalle voci di Jake La Furia, Emis Killa, Ghemon e Quentin40, si percorre una strada costellata di storie. Le sue, dei suoi cari, dei suoi amici, che fra storytelling di puro rap come Rita e altri brani dai colori e sound più disparati, dimostrano la grande versatilità di questo giovane fuoriclasse della Zona 9, con grandi sogni, ormai, sempre più vicini alla realtà.

Con questo album riparti da zero, con un nuovo contratto discografico e un progetto finalmente tutto tuo che vede la luce. Però so che prima c’è stato molto altro. Chi era Mosè Cov prima di Loyalty e qual è stato il suo percorso?

Ho iniziato con la crew di mio fratello, che è molto più grande di me. Si chiama COV, che rappresenta le iniziali di tre piazze che sono qui a Milano nord, tra Maciachini, Niguarda e Bovisa. Ai tempi c’erano queste compagnie giganti in cui grandi e piccoli si mescolavano. Mi ricordo che qualcuno se ne uscì dicendo “creiamo qualcosa che ci leghi!”, così nacque il collettivo, più per un principio di aggregazione che per la musica. C’è gente che non ha mai sentito rap, ma ci sono anche writer e rapper. Quando mio fratello ha creato uno studio nelle popolari da noi, anche per chi non poteva permettersi di registrare è cambiato tutto. Io ho iniziato da lì e i grandi del quartiere ci hanno dato una possibilità, sarebbe stata quasi un’ingratitudine non crederci.

Vi vedete ancora? Che rapporto c’è ora tra di voi?

Siamo più che altro una compagnia, una grande famiglia! Sembrano discorsi già sentiti, ma siamo molto legati. Anche perché qui sono nate tante realtà. Io poi ho iniziato con il rap, ma una sera è nato tutto per caso con un mio amico che era in una band rock. Quella sera sono salito sul palco a fare freestyle perché mancava uno strumento: il giorno dopo ha deciso di fare una nuova band e formare tipo i nuovi Limp Bizkit. Anche più avanti, facendo i live, ci siamo divertiti: mi ricordo che salivamo sul palco a fare freestyle insultando le band punk che avevano suonato prima di noi (per scherzare, si intende!). Era anche un escamotage per intrattenere la gente.

Quanto ha influito tutto questo nella tua musica di oggi?

Molto, perché per cinque anni ho suonato in questa band punk andando in mezzo ai metallari, a gente che per me era estranea al mio mondo! In più ho imparato da lì a fare i live, a tenere la voce sopra gli strumenti veri, che è un’altra cosa. Non c’è chi ti fa le doppie, magari ci sono il bassista o il chitarrista che ti fanno i cori. Quindi ho comunque fatto rap, ma “smollando” il rap, ed è stato fico perché ho conosciuto gente che col rap non avrei frequentato. Anche col mio lavoro in radio, all’epoca, ho imparato a parlare con gli altri. E in quel periodo entrai in Propaganda Records, l’etichetta di Noyz e di Andrew. Lì mi hanno notato le major, poi ho firmato con Believe, ed eccoci qua.

Arriviamo infatti a Loyalty, il tuo primo, vero album. E ritroviamo molto di questo mix di generi su produzioni fatte da te e dalla realtà di produttori 47 Milano. Che pensieri vi siete scambiati?

Il motivo per cui ci siamo conosciuti è proprio perché abbiamo sempre sperimentato! Loro nel loro campo, la musica elettronica, sono fra i produttori più conosciuti. Io avevo conosciuto Fulvio, che mi ha a sua volta fatto conoscere gli altri due ragazzi, Max e Ale, e quando ci siamo visti sono rimasto affascinato dai suoni che utilizzavano, che non mi annoiavano, e per me è un bene perché sento spesso musica troppo ripetitiva. L’idea è stata quella di fare quello che volevamo, partendo da un provino, ma pronti a stravolgerlo. Deve esserci però anche per forza la mia mano, se non “tocco” la musica mi sembra che manchi qualcosa, e sul mio disco non potevo non farlo!

E ci sono anche tanti brani… sedici.

Ne abbiamo scartati almeno altri quaranta, e messi da parte. Io avrei voluto fare un disco ancora più lungo, ma secondo te con dieci tracce riesci a capire davvero un progetto?

Stavo pensando anche che è in questi anni che i rapper di seconda generazione stanno davvero avendo successo. Guarda Ghali, ma potrei citarne molti altri. Pensi che in passato ci fosse qualche ostacolo da questo punto di vista per emergere?

Secondo me c’è un discorso di spazi. Oggi tramite i social tutti hanno uno spazio e una comunità non può essere nascosta. Ma ho capito che è anche un discorso di inclusione. Se si fa un passo verso qualcuno e gli si dà il coraggio di poter camminare da solo cambia tutto. Già il Mediterraneo è un crocevia di culture tutte diverse che si ritrovano fra loro, ma quando ci sono cose come la musica si è facilitati a conoscerle e a non averne paura.

Per rispondere alla tua domanda, penso che anche il concetto di “seconda generazione” sia sbagliato. Questi ragazzi non si sentono “secondi” a nessuno. Se meriti di andare avanti nel tuo discorso è giusto che tu abbia degli spazi, che siano dati dagli artisti, dal pubblico o dagli stessi addetti ai lavori. Vogliamo avere una Nina Simone in Italia? Vogliamo un’Adele? Allora sappi che chi non soffre non offre, e sicuramente questo paese è pieno di artisti incredibili che nessuno sa che esistono, e l’unico modo per dargli risonanza mediatica è far sì che i media che se ne occupano ne parlino. Se la torta è piccola non bisogna escludere: va fatta una torta più grande. Che è lo spirito dell’hip hop: inclusione.

È una bellissima risposta! Pensi che questa mentalità sia condivisa dai ragazzi che si affacciano a questo genere? Che magari fanno “hip hop”, ma spesso si confondono fra fama, soldi e musica…

Non c’è niente di male nel voler fare i “soldi”. È anche giusto che se uno è bravo a fare qualcosa venga retribuito. Anche perché se no fai altro, e spesso finisce che non è un lavoro onesto. Invece, se i ragazzi percepiscono che l’impegno nella musica li può portare a una soddisfazione, allora potrebbero continuare per quella strada. E soprattutto possono fare da esempio ai più piccoli. Spero anche che poi oltre ogni cosa, ogni voglia di eccedere e apparire pur di attirare l’attenzione, resti la musica.

Ed è un’idea che di certo condividono con te anche gli ospiti del tuo disco.

Jake La Furia ad esempio è proprio questa cosa che ti ho detto. Se spacchi io vengo in studio da te e ti lascio la strofa, quella è la sua idea, ma anche quella di Emis Killa (con cui c’è un aneddoto che non ti posso raccontare, ma è davvero stata una persona leale con me). Quello che ha fatto lui non so chi altri l’avrebbe fatto per me. E per questo quando ho scelto il titolo del disco l’ho pensato anche in base a come si erano comportati tutti. Con Ghemon anche abbiamo parlato tanto.

Sei la seconda persona nel 2021 dopo Inoki che è riuscita a farlo rappare di nuovo, sai?

Sì, è venuto in studio e gli ho fatto ascoltare le mie cose come ho fatto con gli altri, volevo che gli ospiti prima sentissero cosa avevamo fatto e solo dopo l’ascolto gli ho proposto di essere dentro. Non volevo che mi facessero un piacere, ma che ci fosse rispetto reciproco per la musica. E tutti, anche lui, a cui avevo detto di voler fare una cosa super particolare e diversa, si è gasato, mi ha mandato una strofa con un sacco di barre! Io volevo uscire dai nostri mood reciproci e penso che ci siamo riusciti.

Mi raccontavi del titolo: la lealtà è stata anche fare questo disco seguendo sempre questo spirito?

Non sarebbe mai uscito se non fosse stato così. Ad oggi, se non fossi rimasto leale a me stesso, ma anche alle persone con cui lavoro, nonostante gli alti e bassi non saremmo a questo punto. Se c’è qualcuno che ti insegna cosa vuol dire questa parola le dai un peso. Anche con idee diverse c’era sempre un senso di lealtà, in ogni strofa c’è questo tema ricorrente, il filo conduttore che lega la scrittura al concetto in profondità.

Il mio pezzo preferito del disco è Rita, ma chiedo a te se c’è un pezzo a cui sei più affezionato, e quale sarà per te il più apprezzato da chi ti segue.

Io in realtà l’ho vissuta come se fosse un’unica storia. Può sembrare strano ma sapevo già che mi sarei aperto raccontando tutto, senza fare discorsi troppo metaforici. Ai miei amici piace molto la title track, mentre forse Il peso dell’anima mi suscita qualcosa di particolare perché mi lega al periodo con la band, e forse anche che si distacca di sonorità riportandomi indietro. Però, in realtà, l’album è come un film: potrei avere una parte preferita del film, ma poi è il film in sé che è una hit. E Loyalty è il mio film, lo amo tutto. Anzi, ne abbiamo proprio fatto uno!

In che senso?

Abbiamo realizzato un cortometraggio per non fare i soliti video musicali, volevo fare qualcosa di diverso. L’abbiamo proiettato durante la presentazione dell’album questa settimana. Anche il video di Nuovo Killer è stato pensato così. Da lì è nata l’idea del corto, che è legata sia a questo video che a una storia vera. Ci sono degli spezzoni del disco e la colonna sonora è composta dalle strumentali di Loyalty.

L’importanza di avere della creatività…

Esatto. Io penso che la musica non serva solo a chi la ascolta, ma anche a chi la fa. E questo non si lega solo agli artisti ma a chi lavora con loro, quindi il regista, il grafico, tutti. Portare un’idea nuova fa venire voglia di creare. Lo stesso Moab Villain che ha fatto la cover, prima di essere quello che fa le cover ai Migos è un mio amico e c’è sempre un confronto onesto, che però lascia anche molta libertà reciproca. Se ci si fida veramente tutti l’uno dell’altro, ci si mette il cuore nelle cose. Lo stesso disco non è solo il mio, ma di tutti coloro che ci hanno lavorato e la lealtà che ci lega l’uno all’altro l’ha reso possibile.

Progetti futuri dopo Loyalty?

Voglio fare le cose fatte bene. E quindi anche sui live, che vorrei curare al meglio e prenderli come una nuova sfida. Voglio vedere se inventando qualcosa di nuovo anche qui, le persone che ci lavoreranno si divertiranno, che per me è la cosa più importante.

Ascolta Loyalty di Mosè Cov in streaming


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