Mace, esce “OBE”: «La mia musica è opera collettiva. I nuovi artisti, scintille per la mia creatività»

Dai numerosi viaggi nel mondo a quello principale, dentro e fuori da se stesso. Con OBE, in uscita domani, il producer milanese torna a casa, con lo spirito e con la musica
Mace - OBE - 1 - foto di Maria Sang
Foto di Maria Sang

Sarebbe riduttivo tentare di descrivere OBE in poche parole. Per comprendere a pieno il disco di Mace dovete immergervi nell’ascolto, lasciarvi trasportare dalle atmosfere create dal producer milanese. Simone Benussi ha da anni aperto il suo spettro visivo su tutto il panorama musicale, che inizialmente lo vedeva legato all’hip hop per mezzo de L’Alba, disco culto del 2003 insieme a Jack the Smoker.

Così si spiegano le collaborazioni con gli FSK ma anche con Colapesce, figure musicalmente agli antipodi che però troviamo fra altri innumerevoli nomi di vecchia e nuova conoscenza (Gué Pequeno, Gemitaiz, Venerus, Noyz Narcos, Madame, Ketama 126, Rosa Chemical, Ernia, Samurai Jay, Fritz Da Cat…) in questa esperienza extracorporea che dà anche il nome al nuovo disco in uscita domani per Island Records / Universal Music Italia.

Perché la peculiarità di Mace è l’innovarsi di continuo, lasciando che i posti che visita e le cose che gli accadono si riversino sul campionatore, d’istinto. Ridando lustro al producer, figura sempre troppo di nicchia, soprattutto in Italia. Dopo Mattoni e la saga dei Bloody Vinyl (solo per citare gli ultimi due in ordine cronologico), possiamo affermare senza dubbio che non sono solo i frontman a meritarsi le copertine. Ne parleremo ancora nell’intervista completa sul numero di marzo di Billboard Italia. Eccone un’anticipazione.

La figura del producer negli ultimi anni ha fatto un importante upgrade, nonostante in Italia non sia percepita allo stesso modo rispetto all’estero, come lo è per esempio negli USA. Come mai secondo te?

In Italia c’è una soglia dell’attenzione verso la musica che è inferiore rispetto ad altre parti del mondo. In generale l’ascoltatore tende a soffermarsi sul frontman, che è la prima cosa che arriva. Incide anche il fatto che la figura del producer emerga in due generi come rap ed elettronica, che stanno avendo un impatto enorme in Italia solo da poco.

Se nell’elettronica il DJ si è fuso col produttore, nel rap sempre più rapper hanno iniziato a parlare dei propri producer, facendoli sentire parte integrante della loro band, ma c’è voluto un po’ di tempo. Il produttore ha scelto quel ruolo spesso perché, a mio parere, non gli interessano le luci della ribalta. Però forse questo essere liberi dall’essere frontman gli dà molta più libertà di pensiero. Quindi è naturale che i producer siano sempre un piccolo passo avanti, dedicando la loro ricerca ad altro.

Parlando di OBE, quando è nata l’esigenza di fare un tuo disco e quando hai capito che era il momento di farlo?

Non considero OBE il mio primo disco, c’è stata L’Alba con Jack the Smoker, poi il mio disco con RESET!. OBE è solo un altro atto nella mia carriera, sicuramente il primo che faccio così. Ho deciso di farlo appena tornato dal Sudafrica, dove ho vissuto qualche mese scappando dall’Italia e facendo un disco con musicisti locali, rapper, cantanti… Quando sono tornato è stato come se si fosse spezzato l’incantesimo. Era bello, ma come se non mi appartenesse davvero, tant’è che quel disco non è mai uscito.

Quell’esperienza mi ha trasformato e ho capito che il mio percorso era un altro. Ho capito di dover fare un album che esprimesse me al 100% ed è giusto farlo in Italia, a casa. La musica italiana sta cambiando, ci sono un sacco di artisti che mi piacciono (a differenza di quando ero ragazzino). Sono in un humus molto fertile, pieno di idee. È il momento giusto di farlo!

Come mai Out of Body Experience?

La mia prima esperienza extracorporea l’ho avuta a 5 anni, durante un’operazione al femore. Mi sono visto dall’alto, citando anche alcuni dialoghi degli infermieri a mio padre che ne rimase scioccato, anche se io ne ho vaga memoria. Non solo sono esperienze che ho provato, ma rappresentano la mia attitudine alla vita, che è quella di uscire dalla mia quotidianità, dal mio corpo, e osservare le cose da un’altra prospettiva. Un po’ l’attitudine che ho quando viaggio, uscire fuori dal me stesso di tutti i giorni e vedere le cose da un altro punto di vista. Questo si propaga nella mia maniera di pensare e di comporre.

Hai cucito ogni beat sugli artisti o è stata una cosa più istintiva? Ti immaginavi già chi avresti poi coinvolto nel brano?

Dipende! Perché, per esempio, la base di Colpa Tua l’ho iniziata quando ero ancora in Africa e non pensavo neanche che avrei fatto il disco. Addirittura La Canzone Nostra (la recente hit con Salmo e Blanco, ndr) era partito come un brano ambient strumentale, senza ritmiche, pensato per tutt’altra cosa. Solo dopo mi è venuto in mente di farla ascoltare a Blanco. Altre cose sono nate nella stessa stanza con l’artista, o pensate ad hoc.

Mace - OBE - 2 - foto di Francis Delacroix
Foto di Francis Delacroix

Come ti senti ad essere il trait d’union tra artisti di generazioni totalmente opposte, come J Lord e Jake La Furia o Blanco e Jack the Smoker?

Lo trovo un punto di vista privilegiato, mi sento molto fortunato a potermi confrontare con età così differenti: ci sono quasi trent’anni di differenza tra Blanco e J Lord ed i più grandi. Tutto cambia, e lavorare con persone così giovani, ma allo stesso tempo così sveglie, non è come uscire fuori da un liceo e beccare un ragazzino a caso. Sono giovanissimi ma sono già delle eccellenze, e ti possono accendere delle scintille delle quali, per come sono fatto io, ho bisogno. Mi aiutano a capire dove sta andando il mondo, dando in cambio una visione più ampia.

Quali sono le differenze tra produrre un intero progetto per un artista (mi viene in mente l’ultimo album di Ghali, DNA) e invece lavorare al tuo disco, come in OBE?

La libertà creativa è totale. Quando produco per un artista offro la mia presenza con mille idee, ma alla fine voglio che a brillare siano le sue. Io posso aiutarlo ad esprimersi al meglio lasciando il mio ego fuori dalla porta, ma posso favorirlo anche mettendoci del mio. Nel mio disco voglio esprimere me stesso, anche se mi faccio dare una mano da tante persone. Nonostante ci siano le voci di tanti artisti, perché poi esprimere me stesso può essere realizzato anche attraverso gli altri, la musica è un’opera collettiva, la concepisco così.

Ho letto una tua didascalia su una foto: “L’essenza del viaggio è tornare diversi”. In cosa ti senti diverso tu nel viaggio intrapreso con L’Alba nel 2003 e arrivato oggi ad OBE?

In tutto. Forse non mi ricordo molto bene com’ero, a parte esteticamente, o a cosa pensavo davvero in quel periodo, magari ricordo la musica che ascoltavo. Sicuramente mi è rimasta un’estrema curiosità, ma ho preso molta più coscienza di me stesso spiritualmente. Ho iniziato a conoscere bene il mio carattere, ho capito che spesso quello che diamo per scontato non lo è minimamente, e quello mi ha aiutato a viaggiare tanto. Poi chissà quante altre cose dovrò scoprire… Sono successe talmente tante cose in questi anni, musicalmente ed umanamente, che mi sorprenderei se il Simone di 21 anni e il Simone di oggi avessero ancora degli atomi in comune!

Articolo di Loris Bellitto

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