Lowlow: «Con “In prima persona” voglio che la gente vada al di là dei miei sfoghi»

Il rapper romano torna con il nuovo album domani: solo 8 tracce con Ghemon, J-Ax, Briga. Tante sfumature da cogliere per andare al di là della sua consueta scrittura tagliente. La nostra intervista
Lowlow
Lowlow, foto di Giulia Ballone

Quello che colpisce di Lowlow, ventisettenne rapper romano che risponde al nome di Giulio Elia Sabatello, è l’incredibile capacità di entusiasmarsi con la voglia di parlare e approfondire qualsiasi sia l’argomento della sua passione.

Può essere Eminem (rapper al quale ha sempre confessato di ispirarsi, e si sente) o André 3000 (altro suo grande mito). Può essere il regista Lars Von Trier (al suo movimento aveva fatto riferimento con Dogma 93, l’album uscito l’anno scorso che ci aveva raccontato qui) o Yorgos Lanthimos, altro suo nome culto, «adoro la sua capacità di raccontare le pieghe dell’animo umano».

Forse questa sua foga e questo suo voler sempre approfondire tutto gli hanno anche procurato dei disagi in passato. L’ha raccontato spesso. «So che pensano che sia una persona difficile e non sia facile lavorare con me però sono anche divertente in fondo!». Ora però LowLow ha un nuovo manager, Giacomo Sabatino (lo stesso di Alessandra Amoroso), un nuovo team e sembra più tranquillo, anche se non è il primo aggettivo che nemmeno lui direbbe per se stesso.

Domani Lowlow pubblica In prima persona: solo 8 tracce con i featuring di J-Ax, Ghemon, Briga che spaziano moltissimo come sonorità e come stile di declinare la rima rap. Si passa da un’elettronica quasi eighties all’ r’n’b. Da punchlines serrate a uno storytelling quasi romantico.

Con Dogma 93 volevi creare una crepa nello spettatore, adesso con In prima persona che reazioni cerchi?

Vorrei che mi si conoscesse in tutte le mie sfaccettature, che fanno parte della mia complessità, certo, ma a volte magari vengono coperte dalla mia foga eccessiva. Ammetto di non essermi concentrato sulla percezione degli altri ma sul modo di raccontarmi più autentico e sincero possibile.

Che cosa potrebbe non cogliere il tuo pubblico?

Spero non venga recepito solo lo sfogo. Sicuramente ho una scrittura tagliente ma non c’è solo quello, vorrei che tutti capissero la diversità tra i brani. Questo album forse potrebbe apparire quasi schizofrenico. Però so che chi mi segue dall’inizio sa quanto sia importante per me crescere ed evolvermi.

Ti sei mai sentito bloccato?

Mai artisticamente. Lavoro in maniera molto intensa, sono molto severo con me stesso, a volte ho dei down. Mi è capitato di sentirmi così dal punto di vista personale e quello che mi ha salvato è stato proprio vedere che riuscivo a produrre qualcosa che mi dava un’estrema soddisfazione. Non credo in maniera ingenua che l’arte ti aiuti sempre, eh. Però sicuramente scrivere rap è stato terapeutico per me.

Lowlow: «Ho portato la spontaneità delle battle nella scrittura»

Milano-Roma, per esempio, è una traccia dove ti metti molto a nudo, mi pare più che in passato.

Ogni tanto mi capita di vedere la vita vera. Nel brano racconto un episodio che mi è capitato sul treno: un gioco di sguardi con una ragazza. È vero non ne avevo mai parlato prima, però esiste anche quel Giulio lì.

In Il mio discorso d’addio dici “Il mio discorso d’addio sarà un colpo di scena/tipo ringrazio il mio talento e a fanculo la scena” in questo preciso momento che rapporto hai con la scena?

A me piace la scena! Però per come la vedo io devo venire a prendervi, c’è tutta la voglia di mettersi in gioco e di provocare. Il fatto di avere poi inserito il concetto dei Frattali in un brano auto-celebrativo è stata una grande soddisfazione.

Ti mancano le battle che facevi a 13 anni?

No, quella spontaneità penso di averla portata nella scrittura e poi avevo troppa paura! Già ho l’ansia dei live ma le battle erano ancora peggio!

In Urlo d’aiuto dici “Ti racconto chi è Giulio perché non lo sai”: come potresti sintetizzarlo oggi?

Una persona ansiosa, intelligente, insoddisfatta perché vuole sempre mettersi in gioco e mettere più carne al fuoco possibile. Briga, che è come un fratello grande, mi ha detto: “Sai che per lavorare con te, adesso, te se deve volè bene, vero?”.

Non è facile lavorare con te perché sei perfezionista ma ora sembri più tranquillo in generale: è così?

Sì. Rifletto sempre tanto però credo di essere anche una persona con cui può essere divertente trascorrere del tempo. Magari poi sono quello che arriva in studio e parla sei ore di seguito però ogni tanto faccio anche ridere!

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