È al suo secondo disco in studio ma Lowlow (all’anagrafe Giulio Elia Sabatello) sembra avere già le idee molto chiare. Il suo album Il Bambino Soldato (Sugar Music) vuole essere il manifesto della sua generazione e il racconto – a tratti crudele e doloroso – della sua vita personale. Dopo il suo debutto nel mainstream con l’album Redenzione – e in particolare con il singolo Ulisse – Lowlow è affermato come uno dei giovani rapper più definiti del panorama del nostro Paese. Il suo rap d’autore è riconoscibile e struggente. E anche il suo essere schietto e a tratti apparentemente gradasso testimonia un mondo interiore che, a dir la verità, è ben più complicato di quello che può apparire in superficie.

Lowlow - Il Bambino Soldato - 1

Hai detto che “Lowlow salva Giulio ogni giorno”. Ti senti dipendente dal successo?

No, perché per me non esiste. Se sto camminando per Roma con il mio migliore amico e una persona mi ferma per una foto, non mi scandalizzo. A tredici anni ho cominciato a girare con quelli più grandi. Tutto è arrivato quando io ero già un rapper. Io sono dipendente dall’essere Lowlow, dall’essere tagliente, dall’essere il più bravo di tutti. Non sono dipendente dalla fama: quella è una cosa che fa effetto agli altri.

Hai detto che Il Bambino Soldato è il miglior disco rap degli ultimi dieci anni. Non pensi che questa tua grande sicurezza possa essere anche controproducente?

Io sono insoddisfatto come uno che si è alzato ieri e vive da un giorno. Sono molto insoddisfatto perché voglio arrivare a tante persone: sono ancora in tanti quelli che non mi conoscono. Ma sto costruendo un percorso che mi ci porterà. In ogni caso, se si parla di parole, di rime, di incastri, di punchline, di flow, di capacità mentale, di sicurezza nello scrivere, non c’è competizione da quando ho diciotto anni. Ora mi ascoltano più persone rispetto ad allora e quindi questa cosa dà più fastidio che un tempo. Nessuno sa chiudere le rime come me. Scrivo dieci strofe in una settimana. Nessuno è in grado di farlo.

Mi spieghi la title track Il Bambino Soldato?

È il mio pezzo preferito. C’è un’ispirazione del film di Cary Fukunaga (che è un regista molto figo) Beasts of No Nation, pellicola che parla appunto dei bambini soldato. Il protagonista è un ragazzino che viene catturato da un esercito. È terribile. È paradossale perché quando ero piccolo i miei genitori stavano bene a livello economico ma io dovevo dimostrare che ero incazzato. Almeno come quelli che avevano il padre che faceva uso di crack. Con questo tutto lavoro di autosuggestione “alla Muhammad Ali”, ascoltando Eminem sono diventato quello che volevo essere. Il Bambino Soldato è questo. A tredici anni ero già un adulto. Ero già vecchio. La mia infanzia mi ha reso un killer. Se tu vieni in una stanza e provi a mettermi in difficoltà, io ti spengo.

Nelle tue canzoni racconti spesso una situazione di confusione della tua generazione. Come la definiresti?

Siamo una generazione individualista. Siamo cresciuti nel ventennio Berlusconi (che a me sta simpaticissimo: è il mio politico preferito dopo Andreotti). Lui ce l’ha fatta da solo prendendo un po’ per il culo tutti. Quelli svegli della mia generazione hanno visto la collettività presa a schiaffi, nonostante i miei genitori ci credessero tanto. Io sono un po’ la voce di quelli che da soli vogliono cambiare l’ambiente intorno a loro.

Non lo vedi come un elemento negativo questo passaggio dalla collettività all’individualismo?

È romantico. Non è bello: è negativo. È oscuro come me. Forse è per questo che mi sento la voce della mia generazione.

Come scrivi i tuoi pezzi?

Se ora mi chiedi una strofa, posso fartela. C’è solo una conditio sine qua non: devo stare bene. Il mio cervello va velocissimo. Io ho già l’architettura di una strofa in testa: così le rime vengono con naturalezza. Per sei anni della mia vita, mi mettevo sul letto e appena mi arrivavano le rime me le segnavo subito sul telefono. Ho smesso di farlo. Ho tutto in testa: non ho più un quaderno. È tutto un flusso. Scrivere è la cosa più facile del mio lavoro in questo momento.

E quella più difficile?

È darti una risposta adesso senza offendere nessuno. Io mi diverto a spegnere la gente con le parole. Siccome sono bello, bravo e simpatico, mi possono dire solamente che sono matto. Quindi devo stare attento a cosa faccio. Per evitare di sembrarlo.

Ti dai dei limiti, quindi.

Con fatica sì. Anche se la parola “limiti” non mi piace. Sono limiti che servono machiavellicamente a raggiungere un obiettivo più grande. Non puoi sempre mettere tutto sul piatto come se il mondo intero ti conoscesse da una vita. Io sono uno che parla diretto ma non sono tutti così. La cosa che mi costa più fatica è crescere, insomma.



Il tuo nuovo singolo Basso Basso è molto autoironico.

È un pezzo mio ma allo stesso tempo fa ridere. Non sono mai riuscito a fare un pezzo così colorato. Sono molto contento. Io ho una mia comfort zone. È stato molto importante il mio incontro con Big Fish. Mi sta aiutando a far venire fuori dei lati della mia personalità che sono molto forti e che non pensavo di avere.

Hai detto: “Ci è voluto molto lavoro per accettarmi. Per tanto tempo non mi sono piaciuto”. Che tipo di percorso è stato?

Io ero un ragazzino “cicciottello”. Sono dimagrito da adolescente però non mi sono mai sentito a mio agio col mio fisico. Sono arrivato qui in Sugar prima che uscisse Ulisse e mi sono detto: «Basta, ora inizio la mia carriera da solista». Così ho perso sedici chili in un mese. Sono stato matto perché ho esagerato: andavo in studio con una confezione di Pan di Stelle praticamente vuota per evitare cali di zuccheri. Ora mi piaccio. Mangio ma ci sto attento e soprattutto mi alleno (cosa che prima non facevo). Questa cosa, insomma, è partita in maniera estrema ma non le ho permesso di farmi male. Io sono uno che si sacrifica tanto.

Mi fai qualche esempio?

Io sono uno che sacrifica tantissimo della propria vita e della propria felicità. Io non ho una vita, non ho amici, non ho rapporti normali con le ragazze. E tutto questo lo faccio per essere Lowlow.

Sei il primo rapper a entrare in Sugar. Come ti spieghi questa cosa?

Sono contentissimo. Vado molto fiero del mio percorso underground perché mi ha permesso di arrivare qui in Sugar con le idee chiare, con qualcosa in mano, e soprattutto con la voglia di fare.

L’unico ringraziamento nel booklet di Il Bambino Soldato è dedicato a Dio. Perché?

Io e Dio abbiamo un rapporto particolare. È una provocazione. Io devo tanto a tante persone: ai miei genitori, a Fish, alla Sugar. Ma questa è la mia guerra. È mia e di nessun altro. E so che Dio è dalla mia parte. Per me è tutta una guerra: la musica è un pretesto.

Lowlow - Il Bambino Soldato - 2


Ascolta Il Bambino Soldato in streaming