Lowlow: «Con il mio “Dogma 93” voglio creare una crepa nell’ascoltatore»

Con il suo nuovo album che esce domani, Lowlow vuole riuscire a entrare in contatto con le persone. Perché ha tanto da raccontare. E potrebbe servirvi ora
Lowlow
Lowlow, nome d’arte di Giulio Elia Sabatello

Lowlow, al secolo Giulio Elia Sabatello, è un fiume in piena. Il suo flow scorre irruente non solo nei pezzi, anche mentre risponde alle domande dell’intervista. Vuole spiegare tutto quello che c’è dentro a Dogma 93, il suo nuovo album, il primo che esce oggi per Sony Music, mentre il precedente Il bambino soldato del 2018 era targato Sugar. E ha ragione. Perché nelle 14 canzoni che lo vanno a costruire ci sono cinema (ovviamente il riferimento è al manifesto del Dogma 95 di Lars Von Trier e compagni che per Lowlow diventa 93 come il suo anno di nascita), libri, letture. Fatti storici: dalle guerre mondiali al suicidio di massa della setta del reverendo Jim Jones fino alla storia del campione di scacchi Bobby Fisher. Più piani narrativi uniti assieme dalla musica curata in ogni suo beat da un maestro come Big Fish.

Ma soprattutto ci sono le riflessioni che stanno maturando in questo ragazzo di 26 anni e che lo portano a voler migliorare ogni giorno di più. A voler trasformare un momento cupo e negativo in qualcosa di costruttivo. Vi ricorda qualcosa rispetto alla situazione attuale che sta vivendo l’Italia? Bene, il tutto è stato scritto però negli ultimi mesi con un tempismo pazzesco.

«Il pezzo che forse rispecchia di più, in maniera involontaria, quello che stiamo vivendo tutti oggi è Quello che cerco», racconta Lowlow al telefono da casa sua, a Roma. «Faccio un discorso di autoanalisi. Nel pezzo parlo di me stesso e di quanto io sia negativo e cinico, ma a un certo punto racconto che si può uscire da questo stato. Per arrivare a essere la miglior versione di se stessi c’è bisogno dell’incontro. Penso che dalla mia esperienza personale anche gli ascoltatori possano trarre qualcosa».

Puoi dire di aver vissuto dei momenti molto negativi in questi anni e di essere riuscito a venirne fuori?

Certo. Penso di essere una persona in costante evoluzione. Sicuramente sono molto severo con me stesso. Ho bisogno di impegnarmi al massimo. E poi di essere ascoltato: sarei un ipocrita se dicessi il contrario. Tempo fa mi sono guardato attorno nel panorama musicale e mi sono sentito un renegade, un rinnegato. Però una cosa mi ha salvato.

Cosa?

Scrivere. Buttare nelle rime tutto quello che provavo. Così ho iniziato a risollevarmi e a sentirmi più tranquillo. Certo sono anche un po’ in ansia, non vedo l’ora di sapere che cosa piacerà di più alle persone. Per me questo disco deve essere una crepa: se si crea nelle persone, vuol dire che poi riuscirò a parlare alla gente.

Esempio di Eminem e Lamar

Nel rap non è sempre stato scontato parlare delle proprie esperienze personali, della crisi e della depressione. Certo lo hanno fatto Eminem e Kendrick Lamar. Adesso sento che ne state parlando senza problemi tu, Mostro, Fasma. Tu ti sei mai sentito in imbarazzo all’idea di farlo?

Assolutamente no, adoro parlare di me e non ho mai avuto problemi. La difficoltà è far capire alle persone che in me (e dentro gli altri artisti) convivono un grande ego e tanta fragilità. Per me un grande problema di oggi, ed è quello su cui voglio accendere i riflettori nel mio disco, è quello della comunicazione e lo affronto per esempio in La ragazza allo specchio.

È il brano che parla dell’anoressia, come mai la comunicazione è fondamentale proprio lì?

Ne La ragazza allo specchio scrivo in prima persona immaginando di essere io la ragazza che parla con quello che potrebbe sembrare il suo innamorato. Il papà le dice “è troppo presto per soffrire per amore”. In realtà la storia è tra lei e il piatto. “Nessuno ha mai chiesto se io ti piaccio” dice. Io credo che la comunicazione verbale possa essere la soluzione a tantissimi problemi.

 Hai avuto esperienze dirette con tue amiche o parenti che erano malate?

No, ma sono stato attento. Ho cercato di mettere la massima sensibilità. E ho scelto di parlare del canale che conoscevo meglio, quello della comunicazione appunto, che a volte si inceppa e produce danni inenarrabili. Non mi sono informato ulteriormente perché comunque in famiglia ho due “strizzacervelli”.

Tua mamma è psicologa e tuo padre psichiatra: a loro dedichi La mia parte migliore e ne parli benissimo. Il fatto di aver avuto due massimi esperti in materia ti ha creato qualche problema da piccolo?

No, sono due persone veramente aperte. Anche normali, direi: ti farei vedere come litigano mio padre e mio fratello: il primo si trasforma in un bambino di sei anni! Quando entra in gioco l’emotività capita spesso così. E poi in un mondo come quello della musica sapere che mia mamma mi è vicina e vuole solo il mio bene è un enorme confronto. I miei genitori mi hanno sempre supportato in quello che facevo e non hanno mai preteso che cambiassi i miei piani. Non ho mai avuto un padre come quello di Agassi, se mai sono io il padre di Agassi di me stesso.

La musica di Big Fish

Sei un giudice inflessibile anche sulla parte musicale? Come è stato lavorare con Big Fish?

È stato un lavoro simbiotico. C’è una fiducia reciproca totale. A volte ci prendiamo anche in giro, come quando Fish se ne esce con: “Oh ma che termini usi, ma che sei un professore?”. È vero nei dettami del mio nuovo dogma ho detto che le parole sono più importanti della musica ma la musica non è secondaria. È in funzione delle parole.

Come avete lavorato: lui ti mandava le basi e poi tu ci costruivi le punchline?

Esatto. Lui mi ha proposto le basi, io gli ho raccontato di cosa volevo parlare e poi ci ho scritto sopra le barre. Credo che ci voglia anche tanta fiducia da entrambe le parti. Comunque una volta definito l’argomento era fatta.

Pentimenti zero

In Mondo sommerso parli di abbandonare vie e pentirsi: ti è mai capitato in questi anni?

Mai. Io vado avanti e non mi pento. Sono innamorato di un ideale, della scrittura perfetta. Ogni tanto magari penso di aver lasciato indietro gli amici, un amore. Ma sai cosa? Anni fa ho sofferto talmente tanto per l’unica persona di cui mi sono innamorato che da allora ho deciso che non mi sarei più lasciato coinvolgere da nessuna. Per il momento vado avanti così e penso solo alla carriera.

Il Mondo sommerso ha proprio due registri di lettura, una più realistica dove parlo di una storia d’amore e una più metafisica quando racconto di Atlantide.

Il Dogma

Per tornare al titolo del tuo album e al senso di questo tuo nuovo lavoro volevo chiederti in che periodo della vita hai visto i film di Lars Von Trier e di Thomas Vinterberg, gli inventori del Dogma 95.

L’ultimo che ho visto recentemente è stato Il Regno, questa serie allucinante e pazzesca che, uscita nel 1994, anticipava tutte le serie tv dei giorni nostri. Penso che già dall’attacco del Regno si capisca tutto: “Forse fu la loro spiccata arroganza li portò a negare la spiritualità”. Malatissimo! Ma poi scusa l’hai visto anche The House That Jack Built? La gente a Cannes nel 2018 si è alzata! È bellissimo ma è molto tosto. Il primo impatto è stato Dogville comunque, ancora oggi il mio film preferito di Von Trier. Comunque ci sono anche altri registi da cui prendo spunto da Yorgos Lanthimos a Nicolas Winding Refn.

Spiegami bene come si sposa il Dogma dei registi danesi con il tuo lavoro. Loro proclamavano la figura attiva e non passiva del regista, assenza di effetti speciali e di colonna sonora, piuttosto che il solo utilizzo della camera a mano, e tu?

Si sposa per il manifesto. Io ne ho bisogno. Non per snobismo ma per la necessità di costruire la mia posizione: io do più importanza alle parole che alle basi e ho bandito l’autocelebrazione.

Ti senti vicino a qualcuno nella scena rap italiana?

Ci sono tante cose che mi piacciono in questo momento. Ma io prendo tanti elementi che sono in contraddizione tra loro, magari anche verso il pop, senza pormi dei limiti. Credo di aver fatto una sintesi tra contraddizioni che è unica perché il mio “dogma” non è restrittivo. Quindi no, non mi sento vicino a nessuno.

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