La Lovegang (scritto anche Love Gang) è la crew romana che riunisce anime diverse della scena rap e trap romana: Carl Brave, Franco126, Ketama126, Pretty Solero, ASP126, Ugo Borghetti. Comun denominatore di stili ed esperienze diversi è Drone126, professione produttore, classe 1992. All’orizzonte c’è la pubblicazione del primo album che coinvolge tutto il collettivo insieme. “Una dichiarazione d’amore”, lo definisce Drone126 in un video (scorri fino alla fine dell’articolo) realizzato dalla label Asian Fake che vi presentiamo in anteprima. Abbiamo colto l’occasione per scambiare con Drone126 qualche battuta sulla Lovegang e sullo stato dell’arte di trap e dintorni in Italia.

Drone 126 (foto di Melania Andronic)

Drone 126 (foto di Melania Andronic)

Come racconteresti la Lovegang a chi non la conosce?

La Lovegang è un collettivo di artisti di Roma che pur operando in maniera autonoma sono accomunati dal contesto di provenienza e dal desiderio di raccontarlo. Attraverso l’assidua frequentazione e la condivisione di quasi tutti gli aspetti del processo creativo, “Lovegang” ha finito per diventare un linguaggio espressivo comune che assume le forme più diverse a seconda dell’artista che lo adopera.

Tu definisci la Lovegang “la mia famiglia”: cosa vi lega oltre all’aspetto professionale?

Anche ora che la musica è diventata a tutti gli effetti il nostro lavoro, quello professionale continua a essere un aspetto tutto sommato secondario del rapporto che ci lega. Penso che condividendo in maniera così assidua gli anni dell’adolescenza e tutti gli aspetti della nostra attività creativa abbiamo finito per influenzarci profondamente anche sul piano umano, al punto tale che il più delle volte faccio fatica a stabilire dove finisce la mia identità personale e dove comincia quella del gruppo. Da ragazzini eravamo molto radicali nei nostri punti di vista, diffidavamo di chiunque fosse estraneo alla nostra cerchia: lo testimoniano anche le canzoni di quel periodo. Probabilmente con il passare del tempo abbiamo acquisito una maggiore elasticità mentale, ma credo che quelli che mi legano agli altri componenti del collettivo continueranno ad essere i legami più profondi che ho.

Cosa rappresenta per te questo primo disco con tutti i membri della crew?

Questo disco ha una valenza simbolica molto forte per me, del resto come potrebbe essere altrimenti? Non solo si tratta del primo progetto che ho curato dall’inizio alla fine dal punto di vista della produzione, ma è anche il primo disco a vederci coinvolti tutti dopo esattamente dieci anni di frequentazione e collaborazioni, di successi e frustrazioni condivise. Di crescita comune, insomma.

La figura del produttore sta riscoprendo una centralità sempre maggiore anche in ambito indipendente. Pensi che il mestiere sia cambiato rispetto alle produzioni hip hop italiane “vecchia scuola”? E ritieni di avere dei maestri?

Ovviamente vedere che anche da parte di chi ascolta ci sia più curiosità verso le figure che stanno dietro alle produzioni è positivo e gratificante, per quanto il produttore abbia sempre avuto un ruolo determinante all’interno dei dischi, anche quando erano in pochi a sapere chi fosse. Del resto quello è anche uno dei motivi per cui ho finito per appassionarmi a quest’ambito. Non sono una persona che sente il bisogno di stare al centro dell’attenzione e preferisco che siano le tracce a parlare. A livello tecnico la differenza più evidente rispetto al passato è la facilità di accesso agli strumenti del mestiere: oggigiorno bastano un portatile e una versione crackata di FL per produrre un disco d’oro. Questo ha permesso a molti di avvicinarsi alla musica ed emergere, ma allo stesso tempo qualcuno rimpiange il lavoro di ricerca e dedizione che vent’anni fa era necessario per produrre un disco, e che in fondo era la parte più divertente di tutta l’operazione. Sono un grande appassionato del genere e di conseguenza ho moltissimi idoli e fonti d’ispirazione, ma una persona che nello specifico mi ha insegnato molto nell’ambito della produzione, pur avendo un suono molto distinto dal mio, è Il Tre (conosciuto principalmente come produttore di Gemitaiz).

Le scene di Roma e Milano sono davvero così diverse?

Onestamente non so dire moltissimo a riguardo. Della scena attuale di Roma conosco e frequento pochi esponenti, generalmente sono molto proiettato sul mio collettivo che non ha mai interagito particolarmente con artisti che non fossero nella nostra orbita. Ciononostante ho l’impressione che negli ultimi tempi Roma abbia partorito un sacco di proposte interessanti dal punto di vista musicale, proprio in un momento in cui la città sembra vivere una fase di profondo ristagno. Milano è una città molto più dinamica, sono possibili cose che da noi sono ancora un po’ fuori portata. Ho pochi contatti con esponenti della “scena” milanese ma ci sono artisti che mi piacciono molto e che seguo con attenzione, ad esempio Generic Animal.

Dal post-punk nacque la new wave, dal post-grunge è emerso il nu metal. Pensi sia possibile, oggi, immaginare un post-trap? E che caratteristiche potrebbe avere?

Credo che già ora il genere come tale sia molto saturo, mi sembra evidente che la bolla sia destinata a sgonfiarsi un po’. Quello che sicuramente sopravvivrà sono gli elementi stilistici che rendono la trap tanto efficace come linguaggio comunicativo. Penso che in questo senso ci siano già molti esempi di artisti che utilizzano questi strumenti in maniera fresca e originale, anche in Italia. Ad esempio mi piace molto la maniera in cui artisti napoletani come Liberato o Vale Lambo hanno fuso il linguaggio della trap con quello della tradizione neomelodica, che è un po’ anche quello che Ketama ha fatto invece con il rock. Penso che il futuro del genere emergerà in maniera organica e imprevedibile da ibridi come questi.

Drone126 presenta l’album della Lovegang