Livio Cori: «Con “Femmena” ho trovato il focus, non credevo di farcela»

Il ritorno di Livio Cori con un progetto ufficiale offre l’occasione di imparare qualcosa sulle diverse culture musicali presenti nel disco
Livio Cori / fonte: Instagram

Musica e relazione si intersecano spesso l’una nell’altra. Una canzone può aggiungere magia ad un momento, o renderne insostenibile il ricordo. Altre volte, rappresenta l’occasione quasi catartica di rivivere il complesso di sensazioni ed eventi che rendono una storia degna di questo nome, mettendola per iscritto e in note. Una possibilità che il nuovo album di Livio Cori, Femmena, raccoglie dalla prima all’ultima traccia.

L’album dell’artista campano ha raggiunto oggi, venerdì 27 novembre, lo stadio finale della pubblicazione, dato che finora era stato condiviso con il pubblico per episodi: cinque brani sono usciti tra settembre e ottobre 2020 (uno ogni due settimane) e gli altri cinque sono arrivati questa notte.

Abbiamo contattato Livio Cori per farci raccontare un concept album coraggioso, soprattutto dal punto di vista sonoro, che premia R&B e influenze caraibiche. Non mancano poi i feat del calibro di Giaime, Nicola Siciliano, Enzo Dong, Peppe Soks e la spagnola Sofi de la Torre.

Spiegaci il titolo.

Rappresenta il concetto unico che c’è in tutti i brani: una Musa ispiratrice centrale. In ogni brano dell’album c’è il rapporto con la donna, ho raccolto tutte le mie esperienze degli ultimi due anni.

Ogni brano è dedicato a una donna diversa?

Il periodo che ha ispirato il disco è stato lungo, ce n’è più di una. Ma Femmena può anche essere visto come un percorso unico, una storia che inizia e finisce. Poi ognuno può adattarlo alla propria vita. Ci si può rispecchiare nelle canzoni, anche perché non rendo mai le cose che scrivo “solo” mie.

C’è un grosso lavoro sulla scrittura in questo senso?

In realtà è automatico. Anche perché il pubblico spesso inconsciamente sente vicine delle situazioni che scrivo, anche se a loro non sono successe esattamente nello stesso modo.

Quando lo intervistai per l’uscita di Floridiana, CoCo prevedeva che la maggior parte dei commenti su Las Vegas sarebbe stata dello stesso tenore: “questa l’hai presa da The Weeknd”. Quanto è rischioso fare uscire un disco R&B nell’anno di After Hours?

In realtà già l’anno scorso avevo fatto dei pezzi R&B che potevano essere più vicini a The Weeknd rispetto a questo album. Solo che nessuno me l’ha fatto notare perché da noi non era ascoltato tanto quanto ora. Mi farebbe molto piacere se si scoprisse questa linea in Italia. Ci arriviamo sempre un po’ dopo.

Non sarebbe male…

È una responsabilità che qualcuno deve prendersi, come ha fatto Sfera con la trap. Parlo spesso con CoCo di creare una scena che non sia troppo legata alle influenze italiane del momento, ma che vada a prendere anche dal resto del mondo. Gli italiani poi sono melodici, i napoletani ancora di più. E l’R&B è proprio il genere urban melodico per eccellenza.

Che rapporto hai con l’universo latin? In Femmena si fa sentire.

Napoli ha un’influenza super latina. La scena reggaeton qui è forte, e molti latini sono venuti per anni a fare concerti in città. Per dirti, ero molto fan di Tego Calderon e ho potuto conoscerlo di persona quando è venuto a suonare qui.

Ricordo un grande live di Ozuna a Napoli…

Però era già massive in quel momento! Io ti parlo proprio di artisti old school o non ancora esplosi. Ti faccio un esempio, conobbi i Migos quando vennero a Napoli per un concerto all’Arenile, e ai tempi nessuno li conosceva. Gli incontri tra la città e la scena reggaeton erano di questo tipo.

Un mondo che piace molto a Enzo Dong, presente nel disco…

Enzo è proprio pazzo [ride, ndr], ci siamo detti che volevamo fare una tamarrata, ma con stile. Abbiamo trovato nell’immagine del pusher il giusto equilibrio tra la credibility e lo spaccio d’amore, ed è nato tutto su quelle ritmiche. Lui poi è stato tanto a Santo Domingo, e il fatto che abbiamo frequentato per anni le stesse serate ci ha spinto a creare il singolo su quel sound.

Nell’album convivono napoletano e italiano. Con quale delle due modalità espressive riesci meglio a comunicare in musica i rapporti? Una ingabbia più dell’altra?

Dipende da quello che vuoi dire. Ci sono cose che rendono l’uso dell’italiano molto difficile. Il limite del napoletano è che non tutti riescono ad arrivare fino in fondo alle cose dette. C’è poi un altro problema che riguarda la musicalità dell’italiano. È più squadrato, fatto a blocchi difficili da spezzare. In ogni caso cerco sempre l’equilibrio e non abbandonerò nessuno dei due.

Qual è il traguardo raggiunto con questo album che il Livio Cori di 10 anni fa non avrebbe mai immaginato di tagliare?

Possiamo anche fermarci a 5 anni fa. Io sono partito come rapper, non è che cantassi chissà quanto. Anche perché per considerarsi un cantante, da dove vengo io, devi proprio saper cantare. È pieno di gente che con la voce ti fa il culo. Quindi, per potermi definire tale, ho dovuto studiare per tre anni, in cui ho imparato l’armonia e una migliore gestione della voce. Quello che non mi sarei mai aspettato era di riuscire a cantare quello che avevo in testa. Con il rap non osavo più di tanto. Non pensavo nemmeno che sarei riuscito a rendere la mia musica più specifica, a sintetizzare un genere. Con questo disco ce l’ho fatta.

Ascolta Femmena di Livio Cori

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