Leon Faun: «Ero incatenato nel mio personaggio, ma ora sono cambiato»

Si chiude un cerchio: con il nuovo album “C’era una volta”, in uscita il 25 giugno, e il debutto al cinema, il giovane fauno del rap è pronto per una nuova avventura
Leon Faun, credit d2uno
Leon Faun. Fonte: ufficio stampa

Il 25 giugno uscirà C’era una volta, l’album d’esordio del rapper romano Leon Faun, per Island Records/Thaurus. Il titolo riprende la celeberrima formula di apertura di tante mirabolanti storie fatte di castelli, draghi, elfi, magia. Un primo segnale di coerenza con il percorso dell’artista fino ad oggi, noto al pubblico per i suoi fantasiosi videoclip, in cui ha dato anche un’ottima prova di recitazione. E infatti, a luglio Leon Faun debutterà anche al cinema da protagonista in La terra dei figli di Claudio Cupellini, accanto a nomi come Valeria Golino, Valerio Mastandrea e Maria Roverano. 

Dalle Cronache di Mairon, il mondo fatato in cui Leon de la Vallée (vero nome del rapper) ambienta le sue prime rime, sono passati circa tre anni. Un cerchio chiuso dalla pubblicazione di Oh Cacchio, il singolo campione di streaming che lo ha in definitiva consacrato principe del fantasy rap. Seguono poi alcune uscite nel 2020, come Gaia, La follia non ha età e Occhi lucidi.

C’è qualcosa di diverso, però, nello sguardo di questo giovane talento quando ci incontriamo nella stanza virtuale per la nostra chiacchierata. Qualcosa si è spezzato, l’incantesimo della fiaba ha esaurito il suo potere. Nei gesti di Leon leggo il bisogno di raccontarsi davvero, mostrando un altro lato di sé, quello ancorato a una realtà fatta di perdite, di introspezione, di riflessione. C’era una volta è proprio questo: un rito di passaggio in cui l’ultima pagina si chiude, ed è ora della buonanotte. Ci risvegliamo in un mondo di adulti, consapevoli delle proprie fragilità e paure, ma anche della direzione da dare alla propria vita, puntando solo su di sé. Anche se, pensandoci bene, questo potrebbe essere il preludio di una nuova, fantastica avventura…

Leggi l’anticipazione della nostra chiacchierata con l’artista, l’intervista completa è sul numero di luglio di Billboard Italia!

C’era una volta si apre con l’omonimo brano, una dichiarazione di distacco da tutto ciò che appartiene al tuo passato. Da cosa nasce questa esigenza? 

Il titolo riconduce sia a un tempo passato, sia al filone fantasy, che in questo album ho cercato di sfumare. Ho voluto raccontare frammenti di me molto più intimi. È già dai tempi di Oh cacchio che volevo fare altro, ma da quel singolo la situazione è esplosa e mi sono ritrovato inglobato in questo ambito fantasy, anche soffrendolo un po’. Volevo sfogarmi e affrontare i miei testi e la musica in modo completamente diverso da prima. C’era una volta, come Camelot, diventano delle metafore per parlare di me, tenendo fede a quello che c’è stato per non dare un taglio netto. In fondo, se sono arrivato fin qui è anche grazie a quel filone e non rinnego niente.

In brani come Ricordi bui, infatti, ti sfoghi dicendo di essere incatenato al tuo personaggio. Parli spesso di buio e di oblio: da dove viene questa oscurità?

Da un episodio che ho affrontato. La mia “luce” artistica è sempre stata rappresentata da mio padre (Maurizio de la Vallée, ndr), è lui che mi ha avvicinato al mondo dell’arte e della recitazione. Lui faceva televisione e teatro, ed è sempre stata la mia fonte di ispirazione. Nel 2019 è venuto a mancare, quindi nel periodo di scrittura del disco si è proprio spenta la lampadina, la mia luce. Deriva da quello. In Ricordi bui, in particolare, ho messo in chiaro il messaggio, è la spiegazione esplicita dell’album. È il mio dire: “Sono cambiato, non sono solo quello che ho fatto fino ad ora”. 

Anche la cover riflette questo cambiamento: alle tue spalle le radici, ma dal cuore nascono nuovi fuori. Ho interpretato bene?

Sì, i fiori che escono dal petto simboleggiano la mia rinascita personale. Mi sono lasciato alle spalle le paranoie che mi ero fatto, il fantasy, i miei inizi, ma mi riferisco anche alla vita privata. Ho lasciato indietro anche il marcio che ho accumulato nel corso di anni, per diverse cose, e mi sono avvicinato molto di più alla mia visione artistica.

Madame, Dani Faiv, Ernia: tre personalità dalla penna fluida, con il focus sulla performance testuale. Li hai scelti perché ti senti vicino a quel determinato tipo di rap, dopo il percorso nel fantasy?

Sì, la loro arte è molto in linea con quello che voglio fare io! In passato non ho cercato molte collaborazioni per incentrare l’attenzione sul mio percorso. Inserire qualche rapper nel mio filone particolare sarebbe stato strano. Adesso che ho voluto mostrare di più anche le mie fragilità ho reputato fosse il momento, e ho trovato un’affinità con loro tre. Con Madame ci sentiamo da quando pubblicò Anna, è tra le più forti in Italia. Fu lei a propormi di fare qualcosa insieme! Di Ernia avevo perso le sue prime cose, l’ho conosciuto con i primi Lewandowski, sono sempre rimasto colpito da lui. Dani Faiv lo volevo già su La follia non ha età, ma per il percorso che stavo impostando sul fantasy, siamo riusciti ad unire le forze solo ora, e c’è un bel rapporto umano.

A proposito di rapporti umani, si è consolidato quello con il producer Duffy, ma in C’era una volta ci sono anche Sick Luke ed Eiemgei. Con loro come si è creata l’alchimia?

Per me e Duffy, che conosco dalla scuola materna, c’è stata un’evoluzione sia artistica che umana nel tempo. Entrambi siamo fan di Sick Luke, del suo suono e del suo timbro. Quando ci siamo incontrati in studio non avevo aspettative, semplicemente lui ha tirato fuori degli archi, poi Duffy ha aggiunto la sua parte, ed è uscita Freddie Vibes, che è uno dei brani più folli e particolari del disco. La versione orchestrale di Occhi lucidi, l’unica traccia in cui non c’è Duffy, è stata fatta da Eiemgei che ha saputo creare un suono solenne, e gli ha dato il colore che volevo.

Leon Faun C'era una volta
Leon Faun, crediti: d2uno. Fonte: ufficio stampa

Rimanendo in tema di arte e dintorni: a luglio esce il film La terra dei figli di Claudio Cupellini, in cui ti vedremo nei panni di attore. Vuoi raccontarmi di più? 

Sono il protagonista di questo film distopico, estrapolato dal racconto di Gipi. Claudio Cupellini è stato bravissimo, l’ha reso suo, ma consiglio a tutti anche il fumetto! Sono entrato nel cast ancora prima di essere qualcuno nel mondo musicale, è stato nello stesso periodo in cui pubblicavo Oh cacchio. Il tempismo è incredibile, in questo mese si sono chiusi due cicli, i miei due percorsi paralleli.

Paralleli, nel senso che non si incontrano mai?

Esatto, si differenziano totalmente! Vorrei che non andassero mai in collisione, anche se stare sul set mi aiuta a scrivere. Mentre giravamo La terra dei figli, per esempio, ho scritto Occhi lucidi, che non c’entra nulla con il film! Amo entrambi i mondi alla follia, ma non voglio diventare quello che “fa i film perché fa già il musicista” e viceversa. E poi volevo fare l’attore ancora prima della musica, non è stata una conseguenza.

In conclusione, cosa farai dopo l’uscita di C’era una volta?

Spero di riuscire a suonare il più possibile! Anche perché sarebbero le mie prime date: a causa della pandemia non ho potuto fare tanta esperienza sul palco! E come dice Salmo, il live è la parte più importante e crea un rapporto intimo con il pubblico. Anche se un giorno vorrei fare come Caparezza, uno show vero e proprio per ogni canzone, portando sul palco uno spettacolo teatrale.

Lo sai che lo stesso Caparezza ha dichiarato di seguirti con interesse?

Ti dico solo che ho un suo quadro in camera mia! È uno dei miei punti di riferimento, e avere il suo supporto mi dà una carica incredibile. Per me è una cosa totalmente fuori di testa, mi ci devo ancora abituare!   

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