Lele Blade: «La trap ha stancato, bisogna tornare a sperimentare»

Con “Ambizione”, il suo nuovo album di inediti, il rapper campano ci dimostra di averlo fatto. E che talento e originalità sono la chiave per raggiungere il proprio sogno
Lele Blade. Foto ufficio stampa
Lele Blade. Foto ufficio stampa

Dai tempi di Eldorado firmato Le Scimmie ne è passata di acqua sotto i ponti, e per Lele Blade di certo in quasi sei anni ci sono stati dei cambiamenti. Per l’artista campano (al secolo Alessandro Arena, classe ’89) ci sono, però, anche dei punti fermi.

In primis, il sodalizio con Vale Lambo e Yung Snapp, che da quell’album del 2016 non è mai sfumato, e che dalla scena napoletana li ha catapultati fra i nomi più interessanti del panorama rap nazionale. In secondo luogo, l’ambizione di Lele Blade, quella che dà il titolo al suo nuovo album solista – Ambizione, appunto – in uscita oggi per Columbia/Sony Music Italy.

Fin dai primi passi nel mondo urban, poi, nell’orbita di Lele Blade hanno sempre gravitato diversi personaggi di rilievo, da Jake La Furia a Vegas Jones, fino a Gemitaiz e Luchè nel suo ultimo Ep solista Vice City del 2019. La verità è che tutti i nomi che Lele sceglie per affiancarlo nel suo percorso condividono la sua stessa visione: l’amore per la musica e per la voglia di raccontare qualcosa, sperimentando le tante sfaccettature del rap.

Se con Ninja Gaiden inaugurava il suo primo step come solista, il progetto in uscita oggi è un nuovo punto di inizio da cui ripartire con i vecchi amici (Vale Lambo, Yung Snapp, MV Killa e Geolier), quelli nuovi (Paky ed Ernia) e con un sound rinnovato che unisce vecchia e nuova scuola. Ci siamo addentrati in questo nuovo capitolo di Lele Blade parlando con lui di Ambizione, ma anche di Napoli, di Sanremo e molto altro ancora.

L’ultima volta che ci siamo incrociati avevi appena pubblicato il tuo Ep Vice City, nel 2019. Nel frattempo c’è stata anche una pandemia, e oggi arriviamo al tuo nuovo album. Cos’è successo a Lele Blade nel frattempo?

Inizio dicendoti che la mia vita è cambiata totalmente! Mi sono sposato, intanto, quindi sono cambiate tantissime cose! E poi, come tutti, ho subìto il momento. All’improvviso, dai tanti concerti è finito tutto: è stata una brutta sensazione, ma ne ho approfittato per andare in studio a fare nuova musica, e il periodo mi è servito a questo. Un po’ meno a livello di ispirazione, magari, perché ho dovuto scavare molto più dentro di me per cercarla. Non vivendo “l’esterno” scrivere è più difficile, ma forse è stato un bene, perché mi sono guardato dentro tirando fuori altre cose.

Questo, infatti, lo vedo anche nei diversi titoli: Vice City paragonava Napoli al noto videogioco, ma anche alla città dei vizi, Miami. Adesso, con Ambizione hai spostato l’attenzione da un immaginario “virtuale” alla realtà della tua vita. Come mai questa esigenza?

Credo sia una questione di maturità, legata anche alle esperienze che una persona fa, anche nella musica. Vice City era un ep di sei tracce e doveva essere una cosa molto più “free”, più leggera rispetto al mio secondo disco da solista. Il primo album fu un travaglio incredibile, l’ho fatto a Londra con un producer, poi ci separammo, tornai a Napoli e lo riscrissi. Quindi per me Ambizione è come se fosse il mio primo vero disco, in cui ho voluto concentrarmi ed esprimere me stesso davvero. Nel titolo ho voluto dare l’idea del mio stato d’animo in questo momento, questa è la differenza.

Ambizione, poi, è una parola con un’accezione sia positiva che negativa. Che tipo di dualismo hai voluto sottolineare?

Ho voluto sintetizzare cosa mi guida ancora nel fare musica. Come tutti gli ambienti, quello musicale è delicato, bisogna mantenere tanti equilibri e non è semplice. Se volessi fare come mi dice il mio istinto farei tutt’altro, non so se mi capisci. Volevo con un titolo dire che se vado avanti e faccio musica è solo grazie alla mia ambizione, alla voglia di voler portare la mia musica sempre più in alto. Anche nella cover lo esprimo, pur essendo un mezzo viaggio a livello concettuale: con il peso dei serpenti addosso, io rincorro la mia ambizione.

Lele Blade, cover dell’album Ambizione

“La maggior parte dei compagni li perdo quando corro dietro all’ambizione”, dici in apertura. Qui sottolinei che la corsa per il successo è una corsa solitaria. Eppure nel tuo percorso sei sempre circondato da diversi e fedeli compagni della scena: non è una contraddizione?

No, non è una contraddizione. Ovviamente bisogna entrare nella mia vita per capirlo. Io all’inizio avevo una crew numerosa di persone, facevamo musica tutti insieme, era un po’ il nostro punto di forza, il gruppo. Ma da dieci siamo diventati tre, quattro: per questo dico “la maggior parte”, perché non tutti gli amici comprendono che stai rincorrendo un sogno, e magari trascuri o sacrifichi alcune cose per realizzarti. Chi lo capisce davvero, poi, rimane. Per questo dico anche nel verso “la Lamborghini ha due posti e io non mi affeziono!”.

Infatti con i tuoi stretti ti sei sempre dato man forte. Qual è il tuo rapporto con loro? MV Killa, Geolier, ma soprattutto Vale Lambo e Yung Snapp, per esempio, con cui collabori dai tempi de Le Scimmie.

I ragazzi che sono rimasti sono quelli che ho “cresciuto”, perché sono tutti un po’ più piccoli di me, tranne Valerio che ha la mia stessa età. In particolare, con Yung Snapp e MV Killa ho un rapporto da fratello maggiore, perché (senza presunzione) li ho accompagnati in questo mondo. Snapp già faceva musica, mentre MV Killa non scriveva ancora, ma si è appassionato alla cosa man mano. Lui è stato il nostro primo grafico, c’è un rapporto di fratellanza e loro sono gli unici che hanno seguito con me il mio sogno. Ed è bello avere chi segue il tuo obiettivo con te e che ti comprende.

Invece, una cosa di cui sono curiosa perché non la vivo da interna. La scena napoletana è una delle più particolari d’Italia, quasi a sé stante. Come si muove il sottosuolo dei giovani artisti a Napoli, credi ci sia sana competizione? Quali sono le dinamiche?

La situazione è un po’ come in tutta Italia, credo. Fare musica è diventato così comune che tutti credono di poterlo fare. Certo, l’arte è libera e tutti potrebbero approcciarvisi, ma è vero anche che nella musica c’è bisogno di talento. Se sei stonato, per esempio, puoi imparare ma non ce l’hai dentro. Le cose, a mio avviso, sono cambiate un po’ in peggio, perché c’è più una corsa all’essere famosi e al fare scandalo che al fare davvero musica. C’è uno “scavallarsi” a vicenda pur di arrivare dove l’altro fa successo e mettersi al suo posto. In certi casi c’è competizione sana, ma è più che altro una corsa alla fama. Sarebbe più bello invece appassionarsi prima alla musica, e poi cercare di diventare qualcuno. Ci sono comunque molti talenti di 15 o 16 anni che sono fortissimi.

Parliamo degli altri artisti presenti nel disco, come Paky ed Ernia. Cosa ti ha spinto a sceglierli?

Ernia ha un rapporto con me, con Napoli e con i ragazzi di BFM (label di Luchè e Chiummariello, ndr) molto stretto. Abbiamo imparato a conoscerlo, è molto forte e scrive benissimo. Poi c’è questo pezzo d’amore (Sul A’ Mia, ndr) che volevo mettere da sempre, ma è difficile vedere me ed Ernia insieme, che siamo due opposti! Ma ho voluto rischiare, e credo sia uscito fuori un bel brano.

Per Paky, invece, come sai ha origini napoletane. Mi ricordo che mi scriveva ai tempi de Le Scimmie. Ultimamente sta facendo diverse cose interessanti e particolari, e anche lui è stato una scelta stilistica e artistica che ci stava bene. Il brano (Extendo, ndr) calza a pennello anche su di lui e credo sia uno dei più forti del disco.

Essendoci comunque dei featuring, mi viene da pensare che tu condivida con loro l’idea di ambizione. Anche perché altrimenti, in teoria, il disco di un vero ambizioso dovrebbe essere senza featuring.

Hai fatto una bella riflessione! Sì, c’è da dire anche che non ho ricollegato tutto al concept dell’ambizione. Per me l’album è più come un quadro, non ho scelto le persone in base al tema, ma credo siano tutti ragazzi consapevoli della loro ambizione e ognuno di loro è anche arrivato anche a un buon punto del panorama musicale italiano, quindi sì!

Lele Blade
Lele Blade, foto ufficio stampa

Arrivando alla parte che mi ha stuzzicato di più: nella tracklist c’è anche una traccia, Gangsta Party in cui ho ritrovato un suono appunto “gangsta” di un certo tipo di hip hop degli anni 2000 (50 Cent, ad esempio). Chell che vuò invece mi ricorda Nelly. Come mai questo throwback?

Ovviamente le mie ispirazioni sono dovute al mio background! Come dici tu, io ho iniziato nel 2000 e ci sono cose di quegli anni che mi hanno segnato tanto. Amo di più fare il rap sul beat boom bap (che poi per me è tutto rap, anche la trap, non faccio distinzione), sento di esprimermi in maniera più forte e “cazzuta”. È questo che mi ha portato a scegliere questi suoni. Poi, 50 Cent o Nelly sono riconoscibili anche per un ragazzo di 20 anni, al contrario di un Talib Kweli o Masta Ace, che magari non sa chi siano. Al di là della mia scelta, è stato anche pensato cercare un tipo di suono così, perché i ragazzi quando sentono quel suono si ricordano quelle cose, e ho voluto fare così.

E secondo te, a livello di suono, che direzione sta prendendo il rap di oggi?

Al momento, io personalmente mi sono stancato del suono trap, un artista ha bisogno di tornare a sperimentare, altrimenti ti ripeti troppo! E, secondo il mio punto di vista, anche se un pezzo è boom bap ma fatto bene, che trasmette qualcosa (come spero di aver fatto io), credo abbia la possibilità di andare bene come un pezzo trap o drill. E poi, a Napoli poi non l’abbiamo mai lasciato del tutto questo suono.

Anche Geolier, nel suo primo disco, ha riportato delle sonorità simili e sono andate benissimo. Anche Guè col suo ultimo mixtape, che è uno dei più freschi al momento in ambito rap. Poi non voglio parlare della commistione col pop, quella è un’altra cosa. Ora va tantissimo la drill, viene chiamata così ma non è proprio l’originale. Quello che fanno oggi è un sottogenere del grime inglese, la drill è di Chicago ed è stata portata al mondo da Chief Keef. Volevo mettere qualche pezzo così, ma non ho voluto cavalcare l’onda, non era un suono appropriato per me.

Quindi l’Italia, seguendo così tanto le wave internazionali, è sempre più legata all’estero o sta riuscendo a creare un qualcosa di suo?

Non stiamo inventando nulla di nulla. Anche se con il rap ci stiamo avvicinando al pop e stiamo creando musica un po’ più popolare, ma è comunque sempre puro pop. Non ho nulla in contrario, anzi, magari riuscissi a fare un pezzo pop mainstream per le radio! Non escludo niente. La Francia è l’unico paese forse ad aver creato un suono tutto suo, e anche l’Inghilterra. Quindi noi sì, seguiamo ancora tanto l’estero ma non vuol dire che non abbiamo talento. Seguiamo un genere, il rap, e il talento sta nel fare rime e raccontare cose anche con “melodie” interessanti. Magari ce n’è uno che porta un genere per primo in Italia, ma siamo lontani dal crearne uno tutto nostro.

A proposito di mainstream: impossibile non chiederti della tua apparizione a Sanremo al fianco di Gigi d’Alessio, replicata poi ai Seat Music Awards di recente. Come sono andate queste esperienze, come vi ha coinvolto Gigi? Pensi che l’endorsement di un “big” serva al giorno d’oggi agli artisti per farsi notare?

Ti dico la verità: dal canto mio non l’ho fatto assolutamente per farmi notare, il pubblico di Sanremo, nonostante sia cambiato, c’entra poco con noi. Non volevo farlo per allargare il mio pubblico, anche se poi è successo, ovviamente. L’ho fatto per fare l’esperienza di “salire su quel palco”, anche se ammetto di essere rimasto abbastanza deluso, perché con il Covid e senza pubblico è stato un po’ triste. Ma Gigi ha comunque fatto un pezzo di storia qui a Napoli, quindi quando ci ha proposto di fare questa cosa abbiamo aderito tutti con entusiasmo. Se però mi dicessero di fare Sanremo non lo farei, perché non mi sento adatto a quel tipo di visibilità.

Ultima domanda per ricollegarci al concept del disco: pensi che ci sia un punto in cui l’ambizione possa finire? Un momento in cui Lele Blade sarà pienamente soddisfatto del suo obiettivo?

Questa cosa non fa parte del mio carattere! Sono eternamente alla ricerca di qualcosa in più. Certo, non me ne faccio una ragione di vita, ma è la cosa che porto avanti e che mi stimola anche artisticamente. Quindi, se mai dovessi guardarmi un giorno allo specchio e dirmi “sono arrivato”, vuol dire che avrò smesso di fare musica perché non ne potevo più. Solo a quel punto mi fermerei per dedicarmi alla mia famiglia, o a tutt’altro. Fin quando non mi stanco (e sarà molto difficile), continuerò comunque a fare musica, che ormai è parte integrante della mia vita.

Articolo Precedente
Lil Nas X

Lil Nas X ha dato alla luce il suo album di debutto "Montero"

Articolo Successivo
Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, autori di Jesus Christ Superstar. Foto ufficio stampa

"Jesus Christ Superstar", nuova edizione per i 50 anni dell'opera rock


Articoli correlati
Total
3
Share