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Kid Yugi è la nuova promessa del rap italiano. L’intervista

Il suo disco, The Globe, è stato uno degli esordi più sorprendenti e deflagranti degli ultimi anni, tra citazionismo classico, teatrale e cinematografico e la crudezza di una vita violenta che non cerca redenzione e colpisce dritta come un pugno nello stomaco. La prima intervista del rookie definitivo del 2022
Kid Yugi

A volte, intervistare un artista emergente può essere la cosa più facile e allo stesso tempo difficile di tutte. Facile perché, lo confessiamo, le domande sono spesso “standardizzate”. Difficile perché non sempre ci si trova di fronte ad una produzione artistica che offra chissà quanti e quali appigli a cui aggrapparsi per conoscere a fondo chi si ha davanti. Ora, fatta questa premessa, prendetela, accartocciatela e buttatela nel cestino. Perché sì, anche intervistare Kid Yugi – al secolo Francesco Stasi, classe 2001 – è stato facile e al contempo difficile, ma stavolta le motivazioni collimano. Il giovane rapper di Massafra, infatti, è lo sceneggiatore di una delle (street) opere teatrali in barre più sorprendenti e deflagranti degli ultimi dieci anni. Una pièce scritta con “l’accento di Taranto”, “il flow di Brooklyn” e tutta la realness che il rap richiede su cui il sipario non calerà tanto facilmente.

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The Globe (un titolo che è già estremamente significativo e che porta con sé una tradizione culturale decisamente imponente) è il disco seminale di un artista che ha alle spalle il percorso musicale di un rookie ma la maturità lirica e compositiva di un veterano. Un disco nato in modo totalmente artigianale e svincolato da qualsiasi logica di mercato, frutto di un’urgenza espressiva talmente traboccante che ormai non poteva più essere contenuta, ma aveva bisogno di esplodere.


La vita, l’arte. La vita che si fa arte: la strada è il teatro di Kid Yugi

E alla fine è successo. Kid Yugi ha sputato al mic tutto quello che gli ribolliva dentro nelle dodici tracce di The Globe, in un perfetto e mai artefatto avvicendarsi e talvolta compenetrarsi di coltissime citazioni attinte dalla cultura classica, teatrale e cinematografica e crudissime narrazioni di vita che nessuno oserebbe mai definire fake. Real recognize real, e Kid Yugi lo è senza alcuna ombra di dubbio. Per dirla à la Guè, il suo rapper preferito da sempre nonché uno dei tanti nomi che stanno già tessendo le lodi di questo astro nascente destinato a brillare, “Le liriche che state per ascoltare potrebbero urtare la vostra sensibilità. I racconti contenuti in questo disco sono riferiti a fatti reali”.

L’adolescenza nella provincia del profondo Sud Italia, l’eterno conflitto morale tra la consapevolezza di essere fragile e la voglia di apparire forte, le dipendenze e le loro inevitabili conseguenze, il crimine che non cerca redenzione. Ma anche il pensiero costante e assillante della morte imminente e della caducità dell’essere umano. Insomma, un bel po’ di materiale da sviscerare per una prima chiacchierata.

Va da sé, dunque, la spiegazione dell’affermazione di partenza. Intervistare Kid Yugi è stato contemporaneamente facile e difficile perché la densità e l’intensità di The Globe sono tali da offrire così tanti spunti di riflessione – sulla vita e sull’arte, ma anche sulla vita che si fa arte – che quasi ne perdi il conto e ti ci perdi. Non potevamo, allora, farci scivolare tra le dita la possibilità di farci guidare in queste riflessioni direttamente dal regista di questo incredibile spettacolo. Si apra quindi il sipario, perché quella a cui state per assistere è la prima intervista in assoluto del vero rookie dell’anno. Buona visione.

Hybris, Kabuki, Zanni, Grammelot, Gunno, Sturm und drang, King Lear, Grand Guignol, Čechov, non ultimo il titolo stesso del disco, The Globe. E sono solo alcuni dei tantissimi riferimenti che mi vengono in mente. Credo che la domanda che si stanno facendo un po’ tutti sia riguardo il tuo background. È formazione accademica o è tutto frutto di un interesse personale?

Quello che sviscero nelle tracce viene prettamente da una cultura personale, niente di accademico o scolastico. Mi è sempre piaciuto leggere, guardare film, e in qualche modo qualcosa si è accumulato. Pensa che il primo anno di superiori l’ho fatto al tecnico industriale, andavo a scuola in un paese qui di fianco al mio. Poi non mi andava più di svegliarmi così presto la mattina e ho deciso di cambiare scuola. Sono andato al liceo del mio paese. Avrei voluto fare il liceo classico, ma poi c’erano troppi esami integrativi da dare. Alla fine quindi ho scelto lo scientifico con scienze applicate, dove non c’era nemmeno latino. Poi io penso che se certe cose le fai troppo a scuola, arriva un certo punto in cui iniziano anche a nausearti. Mi ricordo che da piccolo ero bravo in matematica, poi ho iniziato il liceo e da lì l’ho odiata. Le cose fatte per obbligo finiscono anche per diventare un’ossessione. Avevo iniziato Lettere all’università, poi ho mollato.

E perché The Globe come titolo? Una bella portata culturale…

Mi piaceva molto questa omonimia tra il teatro di Shakespeare e “globe” inteso come mondo. Come se il mondo fosse un gran teatro. Il concept però non è stato studiato a priori, è qualcosa che è nato spontaneamente mentre scrivevo il disco. Scrissi un paio di tracce che avevano dei riferimenti al teatro, in quel periodo stavo particolarmente infognato. Allora mi sono detto «cazzo, può uscire un lavoro fatto bene». Avevo tutte le reference che mi avrebbero permesso di scrivere qualcosa di unico, da lì abbiamo iniziato ad indirizzare il progetto. Che poi è stato concepito tutto autonomamente, non avevo ancora un manager. Io andavo, mi pagavo lo studio, facevo tutto io. Le basi, le grafiche. La copertina del disco è stata scattata a gennaio 2022. È stata una roba troppo spontanea, troppo naturale.

Ma infatti si sente moltissimo questa naturalezza di cui parli. È proprio un disco viscerale.

Assolutamente. Il disco è stato mosso proprio da una mia esigenza comunicativa, c’era proprio la voglia di mettersi a nudo.

Per altro racconti delle cose veramente molto crude, di quelle che a volte quando le senti in altri testi sembrano più storytelling che realtà. Qui invece si capisce che è tutto vero.

Io sono un grande appassionato del rap, sono proprio un nerd di questa roba. Per me la realness è una caratteristica troppo importante. Manco da piccolino mi interessava chi raccontava cazzate. Chi non racconta se stesso secondo me sbaglia. L’unicità del rap sta nel fatto che, a differenza delle altre arti, ha una pretesa di veridicità e realismo totale, quindi se fai il rap devi essere vero in toto.

E di hybris tu hai mai peccato? C’è qualcosa a cui con questo disco ti sei voluto ribellare?

Sì, io con questo album mi sono inserito in un mercato che sta andando in una direzione precisa. Io mi sono detto «okay, il mercato va in una direzione, io vado nell’altra, vediamo se riusciamo a fare gli stessi metri».

Che poi in te convivono un po’ due anime, tu stesso dici «Posso fare il G, posso fare il nerd».

Diciamo che mi sono sempre un po’ trovato a cavallo di questi due mondi. Sono sempre stato affascinato da questa cosa, ho amici molto active e altri che invece sono anche molto più intelligenti di me.

Ecco, qual è il contesto in cui tu ti trovi e in cui sei cresciuto?

La mia è una realtà che cerco sempre di glorificare al meglio. Sono un ragazzo cresciuto in una provincia alla periferia d’Italia, capisci che intendo? Fino ad ora il rap aveva parlato delle periferie delle grandi metropoli, ma c’è una realtà grandissima che non viene descritta e non viene neppure considerata dall’industria. Da sotto Napoli esce un rapper ogni dieci anni, sono sempre dei casi isolati. Okay, sono usciti gli FSK, ma poi? Erano loro in controtendenza ad un mercato che era Milano-centrico.

Ti sei già trasferito a Milano da Massafra?

No…

E hai intenzione di farlo?

So che dovrei farlo, ma qua mi sento più libero di fare la mia arte.

Questa cosa che hai detto è molto particolare. Solitamente si sente il contrario, ossia che spostarsi verso una grande città dia più libertà perché magari ti svincola da determinate situazioni che potrebbero limitarti…

Io ho sempre vissuto a Massafra, tranne tre anni in cui ho vissuto a Bari e sono stati gli unici due posti in cui sono riuscito a scrivere i miei testi migliori. Ho registrato parte del disco anche a Roma, e se ho scritto qualcosa lì è stato perché mi ero portato Massafra e Bari nello zaino. Sono davvero molto legato alla mia terra, vorrei riuscire a cambiare la mia vita da qua. Quello mi piacerebbe un sacco.

Però hai instaurato delle belle connessioni anche al di fuori della tua zona, tipo quella con Kira e Sosa che sono di Roma e con Tony Boy che è di Padova.

Kira e Sosa li ho conosciuti in studio perché avevamo gli stessi manager. Si sono create le vibes giuste, loro fanno un rap molto hardcore che è molto in linea con quello che faccio io, ero proprio fan di entrambi. Stesso discorso vale per Tony e Artie. DEM secondo me è una traccia che ha smosso qualcosa, ha forse fatto cadere la tessera di un domino che non sappiamo ancora dove ci porterà.

Beh, direi che un po’ tutto ha smosso qualcosa. In No Gimmick dici «Non ce n’è per nessuno, quest’anno sono io il rookie». Mi sa che ci hai preso eh…

(Ride, ndr.) Vabbè quello non sta a me dirlo, è stata un po’ una cosa di spocchia da rapper!

Che comunque può essere fondata o meno eh, nel tuo caso mi sembra decisamente la prima opzione. Tornando invece ai testi, il Kabuki è una tipologia di rappresentazione teatrale giapponese che spesso porta in scena i conflitti morali dei protagonisti. In questo disco ci sono i tuoi?

Assolutamente sì. C’è soprattutto la voglia di sembrare forte e allo stesso tempo la consapevolezza di essere fragile. Quello è proprio il fil rouge che lega ogni traccia del disco.

Volevo arrivarci infatti a questa cosa della fragilità. Nell’album ci sono frasi piuttosto ricorrenti tipo «Io sono vita, e come vita sono caduco», «Ho il terrore della morte perché è quello che mi spetta», o ancora «Sparirò in silenzio lasciando tutti delusi». Come se ci fosse un pensiero costante a…

… Alla morte imminente?

Ecco. Ma anche ad una mancanza di solidità, ad un’idea di temporaneità incerta.

È una roba che… È un’inquietudine che mi accompagna da sempre. C’è una frase molto bella di Walter Benjamin su questo. Non te la cito testualmente perché non me la ricordo perfettamente, però diceva più o meno che ogni scrittura si risolve nello spazio zero della morte. La penna di qualsiasi autore è mossa solo dalla paura di morire. Secondo me è una cosa molto vera dell’arte.

Fai dei discorsi e hai dei pensieri estremamente maturi che vanno molto oltre la tua età anagrafica. Di solito riflessioni del genere vengono fuori da persone molto più adulte di te…

Non credo sia un discorso anagrafico, ma più ad personam. Magari i rapper raggiungono la maturità più in là… Non so… Dipende molto da persona a persona. Io nella mia vita di tutti i giorni non mi reputo maturo, ho ancora dei limiti comportamentali di immaturità da risolvere. Però sono felice che il mio lavoro possa essere reputato maturo.

Vedi? Questo è proprio il bello dell’arte, la completa soggettività di una percezione. Io, ad esempio, trovo molto maturo in generale anche il tuo modo di scrivere, pure d’amore. Credo che Il filmografo sia un pezzo veramente intenso, non so quanti ragazzi della tua età l’avrebbero scritto…

Il filmografo parla di un amore perduto. Secondo me la saggezza arriva quando le cose finiscono. Sono riuscito ad analizzare la cosa solo perché era qualcosa di passato, di immobile nel tempo.

Immobile nel tempo come, appunto, un film. In questo pezzo ci sono tre skit tratti da film celeberrimi come Nuovo Cinema Paradiso, American Beauty e The Truman Show.

Io amo il cinema. Avrei un sacco voluto fare il regista o lo sceneggiatore. Ma forse avrei anche voluto fare il romanziere.

Beh, dai, comunque l’hai fatto. The Globe è un po’ il primo film della tua vita…

Questo assolutamente sì. Il filmografo poi può sembrare una traccia particolare, sia per come si inserisce all’interno del concept dell’album, sia a livello di tematiche. Si discosta un po’ da tutto, è anche l’unica traccia che parla d’amore ed è l’unica traccia che ha riferimenti alla filmografia piuttosto che al teatro e alla drammaturgia. Volevo creare questo parallelismo tra la vita di una persona e la storia del teatro. Quando nel ‘900 nasce il cinema il teatro inizia ad essere un po’ oscurato, ma la differenza principale rimane. Il film è quello, l’occhio del regista è totalizzante. L’opera teatrale invece viene riproposta tante volte ed è sempre diversa.

In questo film tu però sei l’anti-idolo, come ripeti spesso ne Il Ferro di Čechov. Cosa vuol dire per te essere tale?

Non mi piace quella roba di divismo che si sta creando attorno alla figura del rapper. Non mi piace in generale il divismo, ma nel rap ancora di più. Il rapper è qualcuno che rappresenta il contesto da cui viene, senza per forza essere migliore di esso. Il divismo è tutto il contrario di questa cosa. Pensare che una persona abbia il potere di fare ciò che gli altri non possono. Io non voglio essere l’esempio di qualcuno, gli altri sono il mio esempio.

Mi sembra di capire che tu sia molto legato non solo al rap, ma proprio alla cultura hip hop, come se volessi mantenerne integra la purezza…

Sì, tanto. Ma perché ascolto rap da prima che diventasse quello che è ora. A me non interessa fare questa roba per svoltare, per i soldi. Per niente. A farti svoltare davvero secondo me è l’impegno che ci metti in quello che fai. Io conosco persone che vengono da contesti veramente pesanti, e ora invece sono plurilaureati. Quelle secondo me sono le persone da ammirare, da cui davvero prendere esempio.

Senti, a proposito di idoli, com’è stato vedere le tue cose condivise da nomi importantissimi del rap italiano? A partire da Guè.

Guè è da sempre il mio rapper preferito. È stato bellissimo e appagante. Lui per altro lo conobbi a Taranto quando TY1 mi invitò al loro concerto.

In questi giorni poi sei stato spesso in studio con Night Skinny.

Sì, lui è veramente un grande. Stiamo lavorando a delle cose interessanti, si può dire perché tanto ha reso tutto pubblico lui! Si è creata una sinergia assurda, è una persona fantastica con cui lavorare, proprio una bella persona. Auguro a chiunque voglia fare questo mestiere di lavorare con Skinny perché è un’esperienza.

E invece a te stesso cosa auguri?

L’unica cosa che mi auguro e per cui prego sempre è di non perdere mai l’ispirazione. La cosa che mi fa più paura è non avere più qualcosa di importante da esprimere. Quella è davvero la mia paura più grande. Mi auguro di non perdere mai la stella che mi guida.

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