Ketama 126: tra Roma e Milano nel nuovo decadentismo musicale
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Ketama 126: tra Roma e Milano nel nuovo decadentismo musicale

Il piccolo Kety, come talvolta ama farsi chiamare, ha dalla sua un’attitudine quasi unica in Italia. Produttore e autore di ogni suo lavoro, vanta una carisma che da solo basta a farci credere a ogni sua parola. Lo stile di vita è quello della rockstar e i testi crudi fanno il resto. Fresco di singolo insieme all’underdog Massimo Pericolo, abbiamo incontrato Ketama 126 al Core Festival di Treviso

Ketama 126: tra Roma e Milano nel nuovo decadentismo musicale

Il piccolo Kety, come talvolta ama farsi chiamare, ha dalla sua un’attitudine quasi unica in Italia. Produttore e autore di ogni suo lavoro, vanta una carisma che da solo basta a farci credere a ogni sua parola. Lo stile di vita è quello della rockstar e i testi crudi fanno il resto. Fresco di singolo insieme all’underdog Massimo Pericolo, abbiamo incontrato Ketama 126 al Core Festival di Treviso.

Ultimamente sei sotto i riflettori, tra il nuovo singolo e il tour. Come sta andando?

Bene, direi bene, tra la lavorazione del nuovo album e il tour direi alla grande. Da poco è uscito il primo singolo insieme a Massimo Pericolo, Scacciacani, con il video, e spero di poter far uscire almeno un altro singolo prima dell’album completo. Diciamo che sono a buon punto.

Si parla molto, infatti, di questo tuo nuovo brano con Massimo Pericolo, un artista “nuovo” come te, se si può dire. Com’è nata la vostra collaborazione?

All’inizio, Massimo Pericolo aveva già collaborato con Bebo, Ugo Borghetti, che comunque fa parte della mio crew, quindi tramite lui l’ho ascoltato. Già c’era questo gemellaggio di crew proprio tramite lui. Stando a Milano in quel periodo, l’ho conosciuto e abbiamo subito registrato il pezzo. Ho conosciuto anche Crookers, sempre tramite lui, e abbiamo registrato.

Un altro brano che ha fatto parlare molto di te è Lucciole. Lo rifaresti?

Sì, lo rifarei. È stato uno dei primi video di quel genere, penso che quando è uscito abbia fatto parlare molto e visto che quello era il mio obiettivo, direi di sì.

Una cosa che incuriosisce, soprattutto in prospettiva del nuovo album, è che alcuni pezzi usciti ultimamente sembrano un po’ più “cattivi”, “crudi”. C’è qualcosa che ti dà quest’input oppure è semplicemente qualcosa da sfogare?

Penso faccia parte della mia indole, cercare di vedere non soltanto il lato rose e fiori della faccenda. Io comunque sono un po’ così, mi piacciono determinate cose e quello viene fuori nei pezzi. Cose un po’ cupe, ecco. Come in Scacciacani, che magari per sonorità è più allegro come brano, ma che per tematiche segue un po’ una traccia più decadente e cupa.

Parlando di sonorità, tu sei anche producer. Spesso, scrivendo su una base, può capitare che avendola anche prodotta ci si annoi poi a sentire sempre la stessa cosa, portandola in giro e quant’altro…  

A volte, facendo un beat che ti piace un sacco, e ascoltandolo così tante volte, non sai più immaginarti come potresti “andarci sopra” con il testo. Questo posso confermartelo.

Per tutti quelli che fanno questo lavoro e che partono da Roma, spesso è obbligatorio fare una tappa a Milano, non per tutta la vita, magari, ma per qualche anno. Inizi a sentire questa necessità oppure ti sei già trasferito?

Prima dell’estate sono stato tre mesi a Milano, ma sul trasferirmi non saprei… Sicuramente un periodo a Milano bisogna farlo, per come vanno le cose in Italia, il mercato musicale è concentrato tutto lì. Lavorando con la musica è difficile starne lontano.

Cosa manca a Roma che a Milano invece c’è?

A parte gli uffici delle etichette, materialmente parlando (ride, ndr)? Penso manchi lo spirito d’aggregazione tra gli artisti, lo stimolarsi a vicenda, questa cosa sicuramente manca a Roma. Magari un sacco di artisti bravi, nella capitale, si chiudono nella propria nicchia, mentre a Milano si tende a collaborare, a stimolarsi.

La domanda che non ti hanno mai fatto e alla quale avresti sempre voluto rispondere?

Forse, non mi hanno chiesto cosa si potrebbe fare dopo il rap. Fare il rapper dopo i 40 anni viene visto sempre un po’ in maniera ridicola, ma la risposta a questa domanda è un punto di domanda anche per me. Sicuramente, però, continuerò a fare musica, magari producendo qualcun altro.

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