Jerry Sampi vuole portare le influenze latine nell’hip hop italiano. L’intervista

Il giovane rapper, classe ’99, ha presentato oggi il suo nuovo EP “Aurora”, un racconto sfaccettato della crescita dell’artista
Jerry Sampi
Jerry Sampi, foto di Cristian del Galdo

Jerry Sampi è giovane (classe 99) ma ha le idee chiare sul proprio percorso. Dall’Equador fino a Genova e a Milano, ha già cambiato tante case e assorbito molto del mondo. Da osservatore silenzioso dei suoi coetanei a firmare un contratto con la Harsh Times, la strada non è né breve né semplice. Eppure, Jerry Sampi presenta ora il suo nuovo EP, Aurora. Un racconto che parla degli ultimi anni del rapper, l’arrivo a Milano, il suo rapporto con Genova, con le amicizie. Tra le righe, si legge la storia di un ragazzo determinato, pronto a fare tutto per dimostrare le proprie capacità.


In occasione dell’uscita di Aurora, abbiamo fatto due chiacchere con Jerry Sampi.


L’intervista a Jerry Sampi

Aurora è un nome che arriva da lontano, dalle tue origini ecuadoregne: spiegaci come mai.

Ho deciso di dedicare il nome dell’EP al quartiere Aurora in Ecuador perché secondo me manca un’influenza latina nella nostra scena musicale. Ci sono influenze tunisine, marocchine, anche francesi ultimamente… Mi interessa molto portare un contenuto del genere, e per farlo ho bisogno di dare un senso ai titoli, al sound, alla musica. Per questo volevo partire da questo quartiere di appartenenza.

Io sono arrivato in Italia a 2 anni, quindi ovviamente non ricordo nulla. Però sono tornato in Equador nel 2008 e nel 2010, un mesetto circa. Avendo una famiglia spalmata in tutta la nazione, ci siamo mossi molto. Però per un periodo siamo rimasti nel quartiere di Aurora, dove abita una mia zia. Quando sono arrivato era tutto molto strano per me, sembravano delle favelas ma allo stesso tempo sentivo quel luogo come casa mia. Malgrado chiunque torni viene guardato con occhi diversi. Per fortuna sanno chi è mio padre e mio zio, quindi non ho mai avuto problemi. Adesso non so se ci tornerei, in realtà, ma da ragazzino era un’altra cosa.

Parlami della Poyo House, i ragazzi con cui sei arrivato a Milano.

Sono venuto da solo inizialmente. Poi abbiamo trovato una casa che potesse ospitarci tutti e 8. Noi ci definiamo un collettivo, non siamo una crew, se si usa ancora il termine crew. Prima eravamo una compagnia. Io ho lavorato nel video-making e ho conosciuto tanti artisti a Genova. Pian piano ho legato con alcuni di loro, fino a che si è creato questo gruppo.

Qua a Milano, facciamo musica ma in ambiti diversi, non siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda. C’è un ragazzo che fa indie, due che sono più sul punk, uno che sperimenta con la cassa dritta. Collaboriamo molto in termini di produzione, quando ci sono da fare foto, video, trovare comparse. Ci comportiamo un po’ come una piccola produzione, in questo senso.

Una caratterista che emerge subito nelle tue canzoni è la tua capacità tecnica. Qual è stata la tua “palestra”?

Con il freestyle non me la cavo tantissimo, anzi, quando lo fanno tendo più ad ascoltare e farmi due risate. Nell’ambito hip hop nasco come beat-boxer, perché da ragazzino andavo alle jam e facevo le basi per chi faceva freestyle. La mia palestra è stato guardare molto, da dietro le quinte. Può suonar brutto, ma vedere sbagliare tanta gente, tanti amici, su mosse, modi di esprimersi e di comunicare, mi ha aiutato un sacco. Io sono sempre stato un po’ nerd, quindi ho studiato tanto, prima di fare. Ho scritto per due anni prima di far uscire qualcosa.

Santa Monica è forse il brano che più ci parla del tuo passato. Che impressione fa guardarsi indietro?

Mi guardo molto indietro, anche perché mi capita spesso di scendere a Genova, e mi accorgo del perché me ne sono andato. Sono in quartiere e sento che questo ha avuto problemi con quello, quegli altri due si parlano dietro a vicenda… Ci sono tantissime problematiche che ho voluto davvero lasciare indietro. Certo, mi manca casa, il quartiere, i miei genitori. Ma so di aver fatto bene, e lo rifarei mille volte.

Parliamo di Sulla pelle. Com’è arrivato il beat di Gemitaiz e cosa hai provato quando è successo?

È stato un po’ assurdo, a dir la verità. Ok, ho firmato più o meno per la stessa label, anche se la versione rookies di quella principale. Non è scontato, però, avere modo di interagire con gli artisti più grandi. A maggior ragione se uno come Gem ti manda dei beat. Invece un giorno mi scrive Harsh (fondatore di Tanta Roba e Harsh Times, ndr.) e mi dice che Gemitaiz ha chiesto di farmi avere questi beat, ha ascoltato delle mie cose e gli sono piaciuto. M’è l’ha detto con una scioltezza che non aveva senso per me (ride, ndr.). Mi sono preso subito da quel beat, per quanto avesse la cassa drill che non è esattamente il mio stile. Ma è uscito un bel pezzo, mi è piaciuto molto.

Quali sono le tue influenze?

Io non ascolto molto rap americano, perché non voglio avere le stesse influenze che hanno tutti gli altri. Invece ascolto tanti emergenti, faccio ricerca, mi interesso molto. Cerco di entrare in contatto con loro e magari di collaborare. Gli stessi emergenti spesso hanno influenze di quel tipo, però c’è un passaggio in più. Ovviamente ho ascoltato la mia dose di musica US, però non è roba che sento in cuffia. Ho ascoltato anche tanta roba come Bad Bunny e trap francese. Però mi ascolto gli emergenti italiani perché mi interessa il loro percorso, il confronto, capire come si muovono, studiarli.


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