«Non c’è bontà in questo disco». Fa strano se lo dice Ghemon. Proprio lui che dieci anni fa esordì con l’album La Rivincita dei Buoni, e che dall’uscita di Orchidee, nel 2014, si presenta sul palco con la band “Le forze del bene”. Ma la vita non è sempre rivalse e fiori, ci sono periodi neri, tunnel da attraversare a piedi, e Ghemon è uscito dalla galleria con in bocca un nuovo disco, Mezzanotte, che racconta proprio questo: superare un momento buio. «Non si tratta di essere diventato cattivo. Le cose di cui parlo, i sentimenti che tiro fuori riguardano altre emozioni dell’uomo: non c’era spazio per la bontà. Alcune mie esperienze di vita sono terminate tutte insieme: la fine del tour, la fine della mia prima convivenza, altri rapporti umani che si sono sfilacciati. Non ho solo subìto, sono diventato parte attiva. Non mi volete? Sapete che c’è? Non vi voglio neanche io. È un disco di reazione ai sentimenti negativi».

Per affrontarli si è affidato agli psicologi, ai farmaci, alla meditazione, alle donne, tutti temi trattati in Mezzanotte. Alcuni hanno funzionato, altri no. «Il sesso di cui parlo in Kintsugi, nella title track Mezzanotte o in Dopo la Medicina è legato a ricordi negativi o scomodi. Come a dire: “Questo non è un rimedio”. Ti ci rifugi perché è adrenalina, coinvolgimento, un’altra persona ti fa sentire desiderato, si prende cura di te, ma poi diventa una cosa prettamente fisica e svuotante, una scorciatoia per arrivare a un bene che non ti lascia nulla. Vanno separati: il sesso buono da quello in cui entrambi si svuotano e poi si trovano più vuoti di prima». Le terapie dai palliativi, le illuminazioni dagli abbagli. «In A Casa Mia e Siero Buono parlo invece di due esperienze di sesso positive», e non è un caso se la ragazza che ha ispirato la prima sia oggi la sua fidanzata. «Quello era un sesso buono perché è il racconto di una complicità, di una cura che mi ha fatto stare bene, mi ha arricchito».

Foto di Mauro Puccini

Un altro salvagente glielo ha lanciato Buddha. «Se c’è una cosa che ho fatto durante la scrittura del disco è avvicinarmi alla pratica buddhista. Quando mediti ti concentri sulle cose della tua vita, non le chiedi a un dio, ma dici: “Io devo fare questo, io devo cambiare questo”, ripetendo all’infinito il mantra Nam Myoho Renge Kyo», come si sente in Cose Che Non Ho Saputo Dire. «Mi ci sono avvicinato dopo Orchidee, nessuno mi ha plagiato. Ero circondato da buddhisti e in un momento duro della mia vita mi sono convinto ad andare al Kaikan (il centro buddhista di Corsico, appena fuori Milano, fra i più grandi d’Europa). Sono uno che si fida a fare esperienze nuove, tanto le posso giudicare con la mia testa, e poi è un posto estremamente tranquillo. Pur non essendo buddhista ci potevo andare anche solo per stare zitto e svuotare la testa. Ho iniziato a farlo e ho visto che mi aiutava». Ma Ghemon non vuole convertire nessuno: «Non lo sponsorizzo, credo che ognuno debba trovare le proprie soluzioni nel proprio percorso. È una cosa che è valsa per me, mi ha aiutato nella vita, ma non me l’ha risolta».

Chi invece lo ha fatto svoltare è la nuova insegnante di canto Beatrice Sinigaglia. In Mezzanotte Ghemon canta bene, ancora meglio di come lo abbiamo sentito fare nel precedente disco, quello della sterzata canora dopo una carriera da rapper elegantone. Gli chiedo di ricapitolare il suo percorso di studio. «La prima volta che ho preso lezioni di canto era l’inizio del 2002». Aveva 19 anni, oggi ne ha 35. «Poi le ho accantonate. Ho venduto il mio piano Rhodes che avevo comprato coi soldi della maturità per prendermi microfono, casse, scheda audio e cominciare a registrare. Da lì la carriera di rapper ha preso un po’ la marcia. Nel secondo disco (E poi, all’improvviso, impazzire del 2009, ndr) mi sono lanciato nel cantare un po’ di ritornelli e armonie, con il timore che mi avrebbero criticato tantissimo. Dopo ho iniziato a prendere lezioni a Roma, e ho sempre continuato. Sempre. Ma non hanno funzionato fino a 3-4 anni fa, quando ho ingranato mentalmente la marcia che potevo fare tutte e due le cose. Prima ero proprio nel dilemma: Rappo o canto? Ho cominciato a imparare che ero già Ghemon il rapper, quindi non avevo la possibilità di andare al baretto a fare la cover per impratichirmi. Non l’ho mai potuto fare. Avevo un nome per cui mi potevano dire: “Non è capace”. Avvertivo una grossa pressione sul canto, che me l’ha fatto rimandare per un sacco di tempo. Dopo Orchidee ho conosciuto a Milano Beatrice, l’insegnante della mia corista Alessia, con cui sono andato subito d’accordo. Con lei il cambio si è visto immediatamente. Ha lavorato molto sulla parte mentale, psicologica, mi ha sbloccato nel farmi capire che sono un cantante».

Foto di Ottavio Fantin

Durante l’apprendimento non sono mancate parentesi di sconforto. «Io sono molto disciplinato. Poi ho momenti in cui mi viene la nausea perché sono stato disciplinato per troppo tempo, del tipo che mi esercitavo tutti i fottuti giorni per tre mesi di fila senza festivi né domeniche, e dopo infatti mi veniva il rigetto». Ghemon tastava i suoi miglioramenti ricantando alcuni pezzi: «This Masquerade di George Benson, due o tre di Chet Baker e qualcosa del vecchio Pino Daniele. Ho fatto anche tanti esercizi di lirica: erano impegnativi, quelli di sotto si beccavano me che cantavo forte». Chiedo se si siano mai lamentati. «Erano degli stronzi che giocavano a FIFA alle 3 di notte facendo urla tutto il giorno e ascoltando musica orrenda. Si meritavano che io cantassi».

Gli domando del “fanculo” nel ritornello di Dopo la Medicina (“Fanculo quello che sto vivendo, tu non sei me non lo capirai mai”), una parola calzante e necessaria, potenziata da un coro che la ripete tre volte a mo’ di eco. «Mai avuto dubbi di usarlo, ma il coretto è arrivato dopo. È stata Beatrice che mi ha detto: “Sai cosa? Rinforziamo ‘sto fanculo”. All’inizio l’avevo fatto basso, come si sente nel primo ritornello, poi lei mi ha detto: “Urla! Mandali proprio a fanculo! Liberati!”. È stato proprio liberatorio».

 

di Alessandro Minissi