Highsnob: «”Yang” è lo snodo decisivo verso il cloud»

Dell’ultima fatica solista (fuori oggi) in cui ha trovato l’identità per la propria musica, Highsnob si tiene stretto l’upgrade lirico
Highsnob (foto di Jessica De Maio)

«L’hype con la bravura non c’entra un cazzo». Parola di Highsnob, che torna con un nuovo capitolo solista particolarmente significativo per la sua carriera.

Yang, uscito oggi, è infatti il progetto che chiude il cerchio aperto con Yin, EP dello scorso anno impreziosito da una massiccia dose di sound targata Andry The Hitmaker.

Chi si aspettava la colomba dal cilindro della promo è rimasto deluso. Dopo i raduni, le provocazioni e i fake dissing del passato, Highsnob ha deciso di omaggiare Yang e il suo lavoro compiendo la scelta più coraggiosa possibile: far parlare solo il disco. Una precisa scelta di campo, anche in termini di posizionamento artistico.

L’appeal dell’ultima fatica di Highsnob

Se la prima parte (Yin) dischiudeva gli angoli più bui e personali dell’artista di Avellino, con il secondo atto c’è una decisa virata non soltanto verso lidi più luminosi, ma anche sul piano della cura che un album così cruciale richiede, rispetto ad un EP sviscerato più per stessi che per il pubblico.

I fan di vecchia data possono dirsi soddisfatti anche per la presenza di Samuel Heron. L’artista spezzino formava con Highsnob il dirompente duo dei Bushwaka, scioltosi nel 2016 dopo aver portato una formula pump e coloratissima nel game italiano che garantì a Mike e Samuel un posto in Newtopia, la vecchia label di Fedez e J-Ax.

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Dopo la rottura, attriti (veri e presunti), rumors e supposizioni del pubblico hanno continuato negli anni a susseguirsi e a spostare l’attenzione del dibattito sulla possibile reunion, nonostante la bontà dei rispettivi lavori solisti. La voglia di risentirli insieme era troppa, nonostante la produzione di entrambi continuasse a rimpolparsi.

Ma evidentemente, repetita iuvant. Proprio il pezzo con Samuel, Per odiarti non ho tempo, è stato servito come antipasto dell’album. I supporter, finalmente accontentati, se lo sono divorato, così come l’altro estratto Bugie da bere (ft. Pacestema), ideale banco di prova per la rinnovata versatilità di Highsnob. La vibe reggaeton à la Loco Contigo ha fatto centro.

Nonostante la continuità con il lavoro precedente, Yang è anche motivo di discontinuità, perché ha portato l’artista a scoprirsi e migliorarsi sotto nuovi aspetti. Tutti elementi di cui ci ha parlato lui stesso al telefono.

Arrivi alla fine di un ciclo diviso in due progetti. Come ti senti? 

Bene, diciamo che questa è la parte migliore. Yin aveva uno sviluppo indipendente, era musica fatta per me e basta. Non avevo la certezza di fare Yang, soprattutto in questa maniera. È stata tutta una creazione in corso d’opera, non sapevamo come sarebbe andata, ma a livello mentale mi ha dato il là per creare il disco. So che ho chiuso un ciclo, è già da un mese che sono al lavoro su nuova musica. 

Quando hai chiuso il disco?

In Yang c’erano un paio di inediti pronti che non ho messo dentro per scelta mia. Ho lavorato ad agosto alle ultime cose, diciamo che in linea di massimo a maggio/fine aprile era già ultimato, lì ho finito di scrivere. Ma dopo mi sono fermato pochissimo, da quel momento sono un fiume in piena. 

Partiamo da title track del dittico (Yin & Yang), in cui ti presenti (Sono Michele Matera, ma tutti mi chiamano Highsnob). A chi è dedicata? Un modo per presentarsi ad un nuovo pubblico?

È una fotografia impressa in audio, per chi ha voglia di ascoltare. Dal 2018 non mi metto più in condizione di essere sovraesposto, per stare al centro dell’attenzione. Se il fan è arrivato fin qui, ad ascoltarsi Yang fino all’ultimo brano, è perché vuole sentire cosa ho da dire. È un buon modo di mettersi a nudo, con una traccia spirituale molto sofferta. È quella che mi ha soddisfatto di più. Il discorso legato al pubblico è diverso…

Mi riferivo in particolare a quello più giovane.

Quando una persona ti comincia a seguire – nel mio caso da fine 2016 – il suo rapporto con te cambia e varia a seconda della fase. Non sono alla ricerca di nuovi fan. Con questa cosa sto cercando di lasciare delle basi solide per farsi un’idea di me. Sono consapevole che ci sia anche il “pubblico della domenica” che va via subito, ma succede a tutti. Ci sono tanti vecchi follower a cui non interessa più l’aspetto nuovo. Poi ben inteso, per me il marketing è arte, ma va a periodi, altrimenti corro il rischio di essere attaccabile, e io non voglio esserlo. Ora le scelte sono legate alla musica perché ho deciso di fare cosi. Se oggi volessi promuovere il disco in un certo modo correrei nudo per il Duomo. Ma non mi interessa farlo. Sono alla ricerca di gente che vuole ascoltare, più che sentire.

Canti che c’è una morale, come nelle favole. Qual è stata per te?

Ci sono tante cose che impari andando avanti, anche se hai la presunzione a 30 anni di credere di aver imparato molto. Poi di mio sono una persona chiusa, un po’ spaventato, devo stare con le spalle contro il muro. Dal punto di vista personale c’è ancora un sacco su cui lavorare. La morale è la consapevolezza. Continuavo a vedere dei momenti ultra bui, seguiti da un up incredibile. Uno va sempre a cercare la felicita, ma se la trovi vuol dire che hai trovato anche la tristezza. Da lì nasce Yin e Yang, è un ciclo, e la pace sta nel vivere tutte le cose.

Presente e futuro, tra sound e liriche

Il miglior feedback che hai ricevuto per il disco?

Sulla scrittura! Mi stupisce un po’, io credevo di essere arrivato già a un punto in cui si era ben delineata come capacità. Anche questo fa parte delle cose nuove, e ho capito che non avevo capito nulla. Sono stati in tanti a dirmi “sei migliorato!”. Da una parte un po’ mi scoccia, dall’altra sono piacevolmente sorpreso. Poi sai, i feedback sono dei miei collaboratori, non ascoltano il risultato alla fine ma in corso d’opera. Quelle poche persone mi han dato dei feedback importanti, io stesso li cerco solo da persone che mi dicono la verità. Ci sono pecche, ma anche pezzi che son piaciuti. Tra un po’ questo figlio andrà via di casa e sono pronto. Ho visto recentemente Emis Killa in un’intervista che parla di quanto sta male ogni volta che esce un disco nuovo. Mi ci son rivisto anche io. Ma non perché hai aspettative…

Sindrome da decompressione?

Sì, il vuoto che segue qualcosa che finisce dopo averti preso tante energie. Forse è per quello che sto creando tanto, per protezione.

Come si è evoluto il tuo modo di scrivere?

Andando avanti gli strumenti si sono affinati molto. Uso sempre fogli e note su computer, però il modo in cui uso le frasi è cambiato. La creazione dei brani è un 90% linea melodica senza che ci sia la base, infatti non posso lavorare con producer che mi mandano prima i beat. Devo averceli di fianco a me per spiegargli la linea melodica. Sono molto ignorante a livello di quali siano le scale e cosa serva, pero so quando una cosa funziona e quando no.

E tu hai trovato il mare qui dentro ai miei guai

Ma è un posto troppo buio in cui poter nuotare

Highsnob, “La rovina” (ft. Axos)

Questa è la vera evoluzione. Ho lasciato dietro le punchline vecchio stile, quelle da battaglia, anche se sono il mio trademark, ma le ho già fatte. Sto cercando di evolverle, di rallentarle, magari lasciando dei buchi con una sporca tra una e l’altra. Mi sto impegnando a lavorare così in questo periodo, la novità in tutti i campi è sempre stimolante. Ho musica da qua al 2023, seguo ritmi serrati.

Fra le chiose dell’album c’è l’immagine del “foglio bianco”, un’assenza che apre al futuro. Sai già cosa ci scriverai sopra? 

Allora, Yang è una cosa che mi rimarrà nel cuore per come è nato. Lo sviluppo è stato fatto in quarantena, come se fossi io da solo nella stanza del tempo. Mi ha fatto capire tante cose. Ad esempio, dopo 4 anni ho realizzato che dal primo singolo che avevo fatto in 2/3 anni sono stato citato più volte e da più parti come cantante cloud. Continuavano a mettermi in playlist cloud rap. Non avevo assolutamente idea del perché. Conta poi che io lavoro tutto il giorno sulla mia roba, cerco di non farmi distrarre dal suono del momento.

Poi cos’è successo?

Ho capito solo dopo che da Harley Quinn in poi erano tutti brani cloud. È il sound che piace a me. Mi sono scoperto parte di un filone molto ampio, ma con Yang ho finito di unire i puntini, e per me ora il disegno è più chiaro. Sulle sonorità c’è molta più consapevolezza, e a livello sonoro orienterò tutto sul cloud. Ho iniziato a crearla senza sapere, e sono ultra-motivato perché le novità mi fanno impazzire. Adesso so che identità dare alla mia musica, in modo che 15 tracce facciano tutte parte dello stesso campo sonoro. 

Quindi le sonorità reggaeton di Bugie da bere non le ritroveremo in futuro? Certe ritmiche le escludi a prescindere?

Il discorso legato alle ritmiche è ben differente dai suoni. Per me ora è legato tutto ai suoni. So che posso riportare ogni tipo di batteria sullo stesso sound. Ho cercato di inserire me stesso in un brano più leggero, senza rinunciare alle figure che metto io, cercando di non essere così scontato. Ho tentato in tutti i modi di trovare una chiave di scrittura, e ho capito come posso fare per quello che dovrò fare in futuro. È semplicemente un’evoluzione, adesso so quali elementi prendere per avere un suono mai discostante. Dare un suono omogeneo è quello che mi interessa, devono assolutamente suonare nella stessa dimensione, rendere il tutto riconoscibile. 

La rovina: «Siamo una matita che ha perso la mina». Una barra autobiografica? Cosa ti era capitato?

È autobiografica, ma è legata al concept vero e proprio della rovina. Ho cercato di legare la dualità che ricorre negli ultimi progetti. Qua è legata al mondo femminile. Volevo utilizzare due elementi, uno buono, uno no. Si tratta di trovare il motivo per cui una cosa dall’essere giusta si rovina. Infatti ho inserito l’immagine del sole sulla lattina che la fa sbiadire. Poi certo, se l’hai intesa con la scrittura si percepiscono molto certe situazioni, l’essere legati a qualcosa che non funziona. Sono spesso accerchiato da questi avvenimenti!

C’è molta ricerca e precisione nelle immagini che inserisci nelle barre. Per cogliere alcuni riferimenti Google è indispensabile.

Certe volte forse anche troppo, ma se inserisco il quadro x che non conoscono cerco sempre un bilanciamento. C’è la frase che se ti interessa te la vai a cercare. È anche per stimolare l’ascoltatore. Io apprezzo il periodo nuovo del rap italiano, ma si è andati a semplificare sempre di più. Ora non può più esserci uno stadio successivo, se no finiamo nel dadaismo, cosa che sta già succedendo. A quel punto diventa solo sonorità. Io cerco di adattarmi, ma anche di andare contro tendenza. Deve essere qualcosa che stia bene, senza appesantirmi, come lo zucchero nel sugo. Serve e mi piace, perché almeno quando senti determinati nomi ti stimola.

Effettivamente non è così scontato che un fan più giovane conosca Capossela…

Esatto, stesso discorso per Allan Poe o Sixto Rodriguez. So che devi leggerti il testo, però magari ti vai a vedere la storia, ti posso dare l’assist per qualcosa di interessante. La responsabilità è di chi crea. Troppo spesso quando uno raggiunge il successo poi rimane nella comfort per replicare il successo. Un rapper che stimo tantissimo, Ghemon, mette sempre spunti di diverso genere e quant’altro. Che poi è paradossale, oggi se ti cito Oloferne ci metti due secondi a scoprire chi è con Wikipedia, e hai imparato una cosa nuova. Arrivare al momento in cui il tuo fan ti capisce è un lusso. L’importante è avere la coscienza pulita. Chi vuole può godersi la leggerezza, chi vuole può scoprire qualcosa di nuovo.

Il nuovo Highsnob, tra diss, Nitro e Bushwaka

A proposito di punchline da battaglia: l’Highsnob dei dissing te lo sei lasciato alle spalle? Hai sottolineato spesso che i tuoi non erano attacchi, ma risposte in musica. Eppure l’immagine del dissing-addicted te l’hanno sempre tirata dietro.

Nonostante l’abbia spiegato più volte, il discorso della risposta non è mai stato ben inteso. Anzi, è rimasto un bel motivo di attacco da parte degli haters. Io ho sempre detto che è un bene che se ne parli attraverso la musica. Mi sono levato io da quella roba. Quando facevo arti marziali miste un insegnante mi disse che litigare è una scelta. Non l’avevo mai riapplicato al lato non fisico. A quel punto mi sono detto “Sai cosa? Basta”. Se avessi dovuto sempre dimostrare qualcosa rimanevo nel turbinio. Soprattutto per quelli che volevano attaccarmi dicendo che senza i diss non andavo da nessuna parte. Già con un pezzo come 23 coltellate ho dimostrato a me stesso che si poteva fare musica senza dissare. Fino al 2018 sono rimasto un po’ bloccato da quel punto di vista, anche per organizzare le canzoni. Tutti si aspettavano il diss.

E adesso?

Non è più importante. Non è detto che non succeda, ma deve essere l’1% su un album intero. In un Wannabe 4 mi immagino una frecciata goliardica, è giusto che sia, prendi Enzo Dong con Anna. Lì non è fuori contesto. Non si può esagerare, deve avere un senso, altrimenti perde di valore anche il dissing. È come dire “ti amo” a 1000 persone.

Due parole su Balaclava con Nitro.

Con Nitro ci conosciamo da un bel po’, in linea di massima per me le collaborazioni nascono sempre da un rapporto personale. Essendoci già è stato naturale, lui è un performer incredibile. Venendo poi dal freestyle ha questa capacità di scrittura incredibile. Mentre parlavamo stava già uscendo la strofa, eravamo praticamente già a meta pezzo. Il concept poi si sposava bene, quel misto di banger classico con ritmiche un po’ più moderne calzava perfettamente.

La domanda sui Bushwaka ti tocca. Una volta Marracash disse che nel rap italiano i collettivi sono tutti destinati ad implodere. In quel caso si riferiva all’esperienza Roccia Music, allargando poi il discorso a Sto Records e ai Club Dogo. Potremmo però dire lo stesso di Newtopia. Col senno di poi ti rimetteresti in gioco con un collettivo?

Sì, certo. Io di collettivi ne ho avuti un bel po’, ho assimilato tanta esperienza. Ora so come approcciarmi da questo punto di vista. Ci vuole molto polso, qualcuno con le palle che le metta in campo. Nel momento in cui i ruoli sono definiti si può fare. Anche con lo stesso Samuel (Heron, ndr) ci siamo scannati quando lavoravamo assieme, e nel caso mi ci dovessi ri-approcciare sapremmo come dividere i compiti. All’inizio cerchi di fare un po’ tutto e ci rimani male. Ho sofferto tanto per questo, e sarebbe il caso di utilizzare tutto quello che ho appreso per farlo funzionare nella maniera giusta. Prendo il buono di ogni progetto e lo metto insieme. Per il futuro si potrà fare molto…

Ascolta Yang

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