GVESVS’ WAY, la visione del mondo di Mr. Guè

Dischi di platino, singoli al primo posto in classifica, feat di altissimo livello. A quasi due mesi di distanza dall’uscita del suo ultimo album, il rapper milanese vorrebbe vedersi riconosciuta ancora qualche piccola soddisfazione. Intanto Cosimo Fini non si fa problemi ad affrontare nessun argomento. Politicamente corretto, cancel culture, rap-game italiano compresi
Guè
Guè, foto di Giorgio Di Salvo

Dal van nero scende una figura maschile di un metro e novanta imponente e aitante. Una figura riconoscibilissima nel mondo del rap, e non solo, quella di Cosimo Fini. Da sempre, con i Club Dogo e per gli amici: Guè. È molto sobrio con piumino nero, maglione bianco con sneakers e cappellino in tinta.


Gentile come suo solito, soprattutto quando sorride (a occhio e croce sarà la settima volta che lo intervisto), ma all’inizio si nota una certa stanchezza e un po’ di brillantezza in meno. Soltanto alla fine della nostra chiacchierata Guè ci racconterà di non aver chiuso occhio la notte prima e di essersi ripreso (e acceso) tra una domanda e l’altra.


Perché Guè è così: uno dei pochissimi rapper che si infervora davvero quando dice quello che pensa senza troppi filtri. Si prende il suo tempo prima di rispondere, pondera le parole ma non perché ne abbia paura. Per scegliere le migliori per lui, come quando scrive un pezzo. Diventa così interessante chiedergli non soltanto della sua storia e del suo album Gvesvs uscito a dicembre che tutti sappiamo essere andato stra-bene (al momento è disco di platino) ma discutere con lui del rap-game italiano e internazionale e di cancel culture e politicamente corretto.

Per capire poi se, a un rapper così idolatrato da colleghi e fan, possa ancora mancare qualche riconoscimento. Un artista che, sempre nel suo ultimo album, ha feat di pesi massimi come Rick Ross e Jadakiss. E che ha collaborato nel pezzo di una leggenda francese come Rohff (Mortier) e in Murder Music di Snopp Dogg.

Potete leggere l’intervista completa a Guè nel nuovo numero di Billboard Italia, consultabile sull’app ufficiale (disponibile per iOS e per Android), dove è possibile prenotare la propria copia cartacea.

Un estratto della nostra intervista a Guè

Per me e per alcuni fan con cui ho parlato, Gvesvs è l’album introspettivo, in cui ti sei messo a nudo, almeno dalla seconda metà della tracklist in poi. È chiaro che hai sempre affrontato anche il lato malinconico e triste della vita nei pezzi tuoi o con gli altri (pensiamo banalmente a Brivido con Marracash) ma ora sembri averlo accentuato. Sei d’accordo?

C’è sempre una tendenza a voler dire quanto sia maturo l’ultimo album di un artista, quando in realtà magari non lo è. È vero, stavolta ho dato spazio a tutto il filone di analisi – introspettivo, anche con la funzione di sfogo vero e proprio. Penso che ai miei veri fan piaccia questo mio modo di raccontarmi: apprezzano sia la parte più cruda che quella più intima.

Ti hanno già interpellato sulla cancel-culture e il politicamente corretto ma dato che il dibattito continua negli Stati Uniti e in Europa volevo chiedere a te che sei un artista che ha sempre detto come la pensava liberamente – anche rischiando di essere tacciato come misogino o omofobo – come la vivevi. Zerocalcare, per fare un esempio tra tanti, ha una posizione mediana e ha scritto in Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia che se uno è un artista o un giornalista deve solo prestare attenzione ai termini da usare, dato che è il suo lavoro. Questo clima influenza la tua arte?

L’unico aspetto che trovo intelligente e sensato è il dover stare attenti a non offendere tutti i tipi di minoranze, che siano di tipo etnico o per l’orientamento sessuale. Però tutte le iniziative che vogliono cancellare parti di film del passato, per esempio, le trovo senza senso.

Il rapper sull’utilizzo della schwa: «Mi pare sempre che ci siano tante persone che hanno tempo libero da perdere»

Anche il dover rivolgersi agli altri con la schwa o con il loro/they?

Trovo sia un’idiozia, puoi scriverlo. Mi pare sempre che ci siano tante persone che hanno tempo libero da perdere: una volta per chiedere di aggiungere il cognome della madre, un’altra per rivolgersi alle persone con il voi. Sono argomenti che vedo sempre fare da celebrities in cerca di fama o per moda.

Comunque, se riascolto i dischi di Eminem o guardo i film comici italiani del passato penso che non potrebbero mai uscire oggi. Mai. Per non dire nella musica reggae e dance-hall di cui sono appassionato: è super-scorretta! Infatti, mancano dei brani di Buju Banton su Spotify perché ritenuti inadatti, per esempio. Questa non è una mia battaglia. Ma non perché non mi interessi ma la sento troppo lontana.

Come vorresti essere ricordato tra 20 anni oltre che per il fatto di scrivere benissimo?

Io non sono mai stato insignito di alcun premio per questa cosa. In Italia non ci sono i Billboard Awards (suggerimento accolto, ndr) né i BET Hip Hop Awards e neanche i Grammy. In Italia se fai platino ti danno il premio all’Arena di Verona, anche un po’ sbrigativamente. Poi c’è il Premio Tenco, no? Però una cosa un po’ più flashy – brillante manca.

Ti senti di aver avuto abbastanza riconoscimenti dai colleghi e dai fan, però?

No. L’altra sera ero con un amico collega che sta frequentando un po’ l’area del pop, diciamo, e mi diceva delle cose incredibili. Gente famosa, attori alternativi, che gli hanno scritto. A me, no. Mai. Poi mi hanno detto che Beppe Sala ha inserito tra i suoi pezzi preferiti del 2021 anche la mia Veleno oppure Daria Bignardi ha detto che ha ascoltato il mio album e lo ha apprezzato però finisce lì.

In trasmissione dalla Bignardi sei mai andato in passato?

Solo con i Dogo. Io non son quel tipo di figura che viene incensata da un certo tipo di pubblico. Non vado a mangiare il ramen con Cremonini, ecco. Poi molti mi riferiscono di possibili fan famosi in giro però a me non lo hanno mai detto!

Guè e le amicizie nel rap game

Marracash, invece, ha avuto quel tipo di riconoscimento?

Certo! Ma giustamente, aggiungo. È diventato pop e nello stesso tempo incarna il rapper colto, elegante, intelligente. Ci lavorava da un po’ ed è corretto che venga visto così ora. Anche più di Salmo nella percezione comune, secondo me. La gente può dire di ascoltarlo senza vergognarsi. Invece con me non è così. Lo stesso cambiamento di percezione sono sicuro sia avvenuto ai tempi anche con Fabri Fibra: c’è stato un ottimo lavoro di marketing e di ufficio stampa. E non sto dicendo che non sia un ottimo artista, anzi! Ma il suo pregio era dire le cose in maniera chiara e semplice. In Italia, invece, anche se si ascolta rap da un po’, il genere non è mai stato sdoganato veramente.

Per chiudere la risposta di prima: vorrei che fosse premiato il mio modo di fare testi perché per ora – per alcune persone – non ne sono stato davvero degno.

A proposito di Fibra e dell’intervista di cui si è parlato di più in questi ultimi mesi (anche) perché tardava a uscire sul canale YouTube di Esse Magazine ovvero quella di Antonio Dikele Di Stefano a Fedez: a un certo punto Federico risponde che nel rap game italiano tutti si odiano. E lo diceva già Fibra. Mi sembra che tu abbia un po’ di amici: come la vedi?

Non ho visto quell’intervista ma da quanto ne so Fedez riporta dati e date sbagliate. Io ho una visione dell’ambiente del rap piuttosto positiva ma non ho nemmeno amici rapper davvero amici. A parte Fabio (Marracash, ndr), con cui mi sento spesso ma che non riesco a vedere come vorrei perché non abito più a Milano. Con quelli più giovani è più dura.

E Fred De Palma, per esempio, con cui sei andato in vacanza una settimana?

Sì, lui certo. Ma è più semplice perché non appartiene proprio al mio genere. Gli altri sono troppo competitivi. Io credo di andare d’accordo con molti, sai, per una serata va tutto bene ma poi non rimane molto. Molti giovani rapper di oggi sono spesso, diciamo, degli “zingarelli” a cui vengono fatti dei contratti stratosferici. Quindi all’inizio ti guardano con ammirazione, poi quando tutto va bene basta, vanno per la loro strada e ti salutano. Poi però mi è successo, con due grandi trapper italiani per esempio, che tornassero da me piagnucolando per chiedermi una mano. Ma non posso dire i loro nomi.

Anche per questo non sei più nella gestione di Tanta Roba, la tua etichetta, anche se continui a dare spazio ai giovani soprattutto lasciando a loro i feat nei tuoi pezzi?

Sono ancora socio anche se ci lavora Harsh. Certo, non ci metto più del mio perché per me non c’è più quella magia legata propriamente all’epoca più che al rapporto tra le persone. Dieci anni fa credo che esercitassi già un certo appeal sugli esordienti e io e Harsh avevamo creato qualcosa di molto importante che non aveva eguali in Italia. Tutta questa scena potrebbe essere raccontata prossimamente in un film, ma non dico niente.

E una serie? Ti piacerebbe scriverla?

L’ho fatto ma me l’hanno rimbalzata tutti!

E un tuo incubo invece?

Impazzire, come ogni tanto capita a qualcuno, e fare dei dischi che sono delle vere schifezze.

Ascolta GVESVS, l’ultimo album di Guè


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