Frenetik&Orang3: «Con "ZeroSei" ci siamo messi il nostro Edgar-abito» | Billboard Italia
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Frenetik&Orang3: «Con “ZeroSei” ci siamo messi il nostro Edgar-abito»

“ZeroSei” è la foto di gruppo di una Roma musicale che negli ultimi anni si è fatta protagonista delle nuove tendenze sonore. Incontriamo Frenetik&Orang3 a due mesi dall’uscita del loro album

Frenetik&Orang3 - Zerosei - 2

Quando li avevamo incontrati l’anno scorso ci avevano promesso che il loro album ZeroSei sarebbe stato “una fotografia di Roma negli ultimi due anni”. Promessa mantenuta, perché il disco firmato da Frenetik&Orang3 vede una quantità di collaborazioni con la crème della scena romana: dal rap di Noyz Narcos e Gemitaiz alla trap di Achille Lauro e dei Sorrowland, dalla chitarra di Wrongonyou alle pose soul di Venerus, il tutto unificato dal tocco raffinato dei due produttori. Il risultato è un album tanto vario quanto sofisticato, che fissa un nuovo standard nelle produzioni di area urban made in Italy. A distanza di un paio di mesi dall’uscita, facciamo con loro il punto sulla loro creatura (e sul mestiere del produttore oggi).

Frenetik&Orang3 - Zerosei - 1

Quando vi è venuta l’idea di sviluppare un album “all star” che facesse il punto sulla scena urban romana con i suoi diversi suoni?

[Orang3] Circa due anni fa. In realtà noi abbiamo sempre lavorato come produttori per altri. A un certo punto del nostro percorso ci siamo detti: “Perché no? Proviamo a fare qualcosa di nostro”.

[Frenetik] “Mettiamoci il nostro Edgar-abito!”. Soprattutto è stata una cosa venuta in maniera molto naturale perché a Roma in questo momento (noi siamo molto legati artisticamente alla nostra città) stanno nascendo tante cose nuove, anche molto diverse fra loro. Un cantautorato romano 3.0, chiamiamolo così. Noi eravamo dentro a tutto già da un po’, quindi era il momento giusto per fare l’album. Volevamo fare una fotografia musicale, artistica di questo momento. Una foto di gruppo che suonasse bene.

Come funziona il lavoro con ogni artista guest che coinvolgete nelle vostre produzioni? Quali sono le fasi di scrittura e lavorazione dei pezzi?

[O] A noi piace vedere il nostro operato quasi come un lavoro di sartoria. È un lavoro in cui cuci addosso all’artista l’abito che gli sta meglio. Il nostro è sempre un lavoro di compromesso fra la volontà dell’artista e la nostra visione personale.

[F] In questo caso abbiamo cercato di far pendere la bilancia un po’ più dalla nostra parte.

[O] Quindi puoi anche prenderti più libertà, fare un pezzo di cinque minuti e mezzo con due ritornelli… che discograficamente è la scelta più sbagliata che puoi fare ma musicalmente ci piace, quindi ‘sti cavoli.

[F] Avendo a volte artisti “mainstream” ti capita di avere dei paletti artistici. Sia perché non ci sei solo tu a farlo sia perché devi rispettare il mondo di chi viene da te. Se uno sta bene con la tuta, se gli fai un frac è una cosa brutta.

[O] Come noi diciamo sempre, il lavoro del produttore è al servizio di un’altra persona. È importante far brillare l’artista.

[F] E in questo caso abbiamo cercato un compromesso verso di noi.

Il primo impulso per i vostri pezzi viene da voi?

[F] È venuto tutto da noi. A volte è successo che noi abbiamo fatto delle cose – tre o quattro su quattordici – per le quali abbiamo detto: “Questo è la morte sua se chiamiamo tizio a farlo”.

[O] A volte i beat sono nati su Roland o su chitarra, come nel caso di Venerus, che non è solamente uno che scrive e canta e basta. Ci abbiamo lavorato insieme, in una sorta di jam session.

[F] Per esempio con i DARRN, ultimi arrivati in casa Asian Fake, abbiamo fatto un pezzo che è uno dei nostri preferiti ed è nato da una jam session fatta il primo giorno che ci siamo conosciuti. È scattata la magia. Però in genere tendiamo a vederci in studio. Tanti pezzi hanno girato per sei mesi, con quattro o cinque produzioni diverse.

Parliamo un po’ del ruolo del produttore oggi. Per esempio trovo interessante che oggi in Italia un album esca a nome dei producer che l’hanno realizzato. Il produttore è diventato artista?

[F] La nostra esperienza è sempre stata ambivalente. Abbiamo sempre avuto gruppi e calcato palchi. La parola artista è gigante… Ci piace la musica suonata, ci abbiamo messo la faccia per tanti anni. Ancora adesso: io sto in tour con Salmo, lui con Coez. Quell’attitudine “da frontman” ci piace. È sempre stato un percorso a due strade però adesso, dopo una decina di anni di produzione, il momento sociale e musicale è pronto per capire che la figura del produttore va al di là di quello che usa il mixer in studio. Oltre a far brillare un artista rispettandone l’aroma, riesce anche a mettersi in prima linea.

Per l’Italia è una cosa abbastanza rara…

[F] Era sempre molto di genere la cosa. C’era il producer album: Thori & Rocce, per esempio, di Shablo e Don Joe, che hanno fatto un all star di tutta Italia, con addirittura contaminazioni pop come il featuring con Francesco Sarcina. Sono passati otto anni da quel disco. Comunque era tutta roba hip hop. Oggi i tempi sono cambiati. A noi piace la musica tutta: non siamo produttori “di genere”. Siamo influenzati da tante cose, quello sì. Possiamo dire che è uno dei primi album in Italia che tratta vari generi musicali all’interno di un producer album.

Magari è presto per pensarci, ma qual è il dopo-ZeroSei? Cioè, dopo aver fatto un lavoro così corale ed esaustivo sui suoni della scena romana, come pensate che potrà essere il vostro prossimo lavoro discografico?

[O] Un +39…

[F] E poi un +44!



Quest’anno avete partecipato a Sanremo, potremmo dire, con Rolls Royce di Achille Lauro.

[F] Ci è piaciuto tanto quel pezzo. Invecchia bene, perché ha due anni. Lauro ha deciso di andare a Sanremo e noi abbiamo appoggiato fortemente l’idea. Non era una cosa del tipo: “Ragazzi, mi hanno chiamato al Festival, facciamo il pezzo per Sanremo”.

[O] Si era presentata l’occasione giusta per farlo uscire. Sanremo è una di quelle cose che negli anni abbiamo guardato sentendoci sempre inadatti. Dici: “E io che c’entro?”. La cosa fondamentale non è tanto andare a Sanremo ma andarci col giusto vestito. Andarci con un brano che è bello e brilla in mezzo a quelle cose, perché non è scritto per esse ma per la necessità di scriverlo.

[F] Sono molto contento per Mahmood perché il pezzo spacca. Come pezzo generazionale forse il nostro è più fuori dal tempo: se esce oggi o domani è un po’ uguale. Mahmood vince assolutamente il premio freschezza, anche per il coraggio di presentarsi con una cosa del genere.

E voi come vedete questo “sdoganamento” della scena urban sul nazional-popolare?

[F] La risposta è molto semplice: è il circolo della vita. I giornalisti, gli autori, i musicisti, i produttori… arrivati a un certo punto della vita c’è il giro. Anzi, in Italia il giro arriva tardi, è per quello che sembra strano. La gente alla nostra età (io ho 35 anni) se non ha smesso, poco ci manca.

[O] La cosa che ci rende orgogliosi è che l’attenzione che è arrivata nei nostri confronti negli ultimi tempi è “sana”. Sono dieci anni che facciamo quella cosa: a un certo punto una fetta di pubblico sempre più grande si è accorta di quello che facciamo.

Le vostre produzioni si contraddistinguono per un equilibrato mix di suoni digitali e analogici. In base a quale tipo di sensibilità inserite parti suonate in produzioni altrimenti elettroniche?

[F] Quello viene molto dal nostro background, ci viene naturale farlo.

[O] Rispetto alla scelta degli strumenti, nella produzione musicale c’è sempre molto la rincorsa al nuovo, al flame modaiolo, un po’ come nel caso dei grafici. Può anche essere una cosa sana, ma da un altro punto di vista una chitarra è bella adesso e sarà bella pure tra dieci anni. A noi piace investire su quel tipo di suono perché secondo noi dà più longevità. Anche ciò che a volte percepisci come digitale magari ha una matrice analogica.

[F] Orang3 nasce come bassista, insegnante di basso, con competenze armoniche. Sullo strumento ci ha passato tutta la vita. Poi ha preso la via della produzione. Io suono ma non sono un purista dello strumento. A volte suono delle cose “male da dio”. A volte chiamiamo in studio un chitarrista fortissimo che arriva in studio, spacca, però poi la parte non ci piace più.

E qual è la vostra strumentazione non analogica?

[O] Usiamo Logic per produrre…

[F]
Però nel 2019 ogni sequencer vale l’altro, a meno che tu non debba fare delle orchestrazioni. Per un produttore di musica, oggi, da Free Group a Logic a Pro Tools, quello che usi, usi. Tanto conta quello che ci metti dentro. Se prima c’erano delle paranoie tecniche legate alla qualità, alla conversione, al calcolo del software, oggi adesso è tutto uguale. Anzi, la figata che notiamo sempre è che i sequencer determinano un sound. Quella che chiamiamo trap è basata praticamente su delle funzioni basilari di Fruity Loops.

Ascolta ZeroSei di Frenetik&Orang3 in streaming

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