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Ernia è la voce che i Millennials aspettavano

La sindrome dell’impostore, la paura del futuro, ma anche quella del presente, della precarietà lavorativa ed emotiva, di fare un figlio a trent’anni, in questi tempi «di cui non ci si fida». Il rapper milanese ha racchiuso in un disco, Io non ho paura, tutte quelle della sua generazione
Ernia, foto di Mattia Guolo

Qualche settimana fa, durante una delle nostre chiacchiere notturne, una delle mie più care amiche mi ha detto una cosa su cui, nei giorni successivi, sarei tornata a riflettere più volte. «Sto vivendo una crisi musicale, non ascolto niente di nuovo e tre quarti delle cose che escono le trovo proprio distanti da me a livello di narrazione». Dunque, da persona di età compresa tra i 25 e i 30 anni che quotidianamente mastica tonnellate di musica (soprattutto rap), mi sono fatta due domande ben precise. Tra tutti gli artisti che ascolto, c’è qualcuno che parli della e alla mia generazione?

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C’è qualche mio/a coetaneo/a che non racconti di macchine e orologi costosissimi che noi, figli forse non voluti di questi tempi incerti, non potremmo mai permetterci, ma che scriva in modo sincero di tutti gli sbattimenti e le ansie di avere quasi trent’anni in questo gigantesco caos che è la nuova era del XXI secolo? Non dico un Mr. Simpatia 2.0, ma perlomeno un qualcosa che mi faccia pensare che qualcuno che mi capisce esiste. Personalmente, la risposta a questi quesiti è stata un amarissimo no. O, almeno, lo è stato fino ad ora. Fino a quando non ho premuto play su Io non ho paura, il nuovo disco di Ernia uscito oggi a due anni di distanza dall’incredibile successo di Gemelli.


Una mosca bianca nel rap italiano

Che Ernia, per lirica, storytelling e immagine, si sia sempre distinto dai rapper canonici, era chiaro sin dai tempi di No Hooks, il suo primo EP pubblicato nel 2016. Questo piccolo gioiellino, usciva in seguito alla non troppo fortunata esperienza con i Troupe d’Elite, terminata nel 2014. Una vita fa, nella velocità supersonica a cui viaggia la musica oggi. In quell’anno, infatti, Ernia non esplode subito come accade invece ai suoi coetanei. Il rap sta cambiando, i suoni pure, ma il rapper di QT8 si prende tutto il tempo che gli serve per capire che direzione intraprendere. E, forse, quello stesso tempo serve anche agli ascoltatori per rendersi conto che quello a cui si trovano davanti non è un rapper come tutti gli altri. Che si può essere street credible anche usando come titolo del tuo primo disco ufficiale quello di un libro di Harper Lee (Come Uccidere un Usignolo).

E quello con la letteratura, per Ernia, è un collegamento che ricorre spessissimo (intelli-gangsta, per dirla à la Marracash, nonostante in Ernia prevalga sicuramente il primo aspetto). Anche in questo album, che riprende l’omonimo best seller di Niccolò Ammaniti. Se l’Io non ho paura dello scrittore era ambientato in un minuscolo borgo di campagna del Sud Italia, quello di Matteo Professione ha come sfondo il ducato di Milano, una città che, come una mamma, può darti tantissimo e, come una matrigna, toglierti tutto. Una città in cui la frenesia del produci e consuma divora il tempo di fermarsi e riflettere.

Un piede nel successo (personale) e l’altro nella fossa (collettiva)

E così, per realizzare questo disco, Ernia è volato (un po’ come Ammaniti) in un altro profondo Sud. Quello degli States, insieme al suo manager, Ciro Buccolieri, e Sixpm – che con Junior K ha curato nei minimi dettagli la produzione di Io non ho paura – per un road trip sulle vie infinite e leggendarie del jazz e del blues per rubarne tutta la magia. Una parentesi fondamentale, quella dell’America, per gettare le basi di un progetto che è davvero figlio della sua epoca e dell’età del suo autore.

Un progetto che ha come leitmotiv un tema che sembra essere davvero molto caro a Ernia, dal momento che – in un modo o nell’altro – compare sempre nella sua discografia. La paura. Quella del buio in Gotham, quella di non essere all’altezza ne La Paura e quelle di una generazione intera nel suo nuovo disco. L’ultimo prima di varcare la soglia dei trent’anni, con – come diceva qualcuno nel lontanissimo 2010 – un piede nel successo (quello personale, perché Ernia resta pur sempre una delle punte di diamante del rap game italiano) e l’altro nella fossa (quella collettiva).

Nelle quattordici tracce di Io non ho paura ci sono tutte quelle dei middle child, i cui sogni e speranze stanno (neanche troppo lentamente) agonizzando sotto il peso del collasso del mondo. La paura del futuro, ma anche quella del presente. La paura della precarietà, lavorativa ed emotiva, e allo stesso tempo quella della normalità che finisce per anestetizzarti. Come pure la paura di perdere ciò che si è ottenuto perché forse, alla fine, non ti senti poi così speciale e prima o poi qualcuno smaschererà l’inganno.

Con Rose & Fiori Ernia scrive il nuovo manifesto della sua generazione

E allora “Perché essere bravo, se la diagnosi è quella di un destino precario?” (Tutti hanno paura)? Perché quel futuro che tanto sognavamo ora lo guardiamo solamente con desolazione e amarezza? Sarà perché nel presente non ce la passiamo tanto meglio e “la mia generazione trema su un filo di incertezza” e non sa vedere altri giorni migliori? (Rose & Fiori, che di diritto guadagna il titolo di nuovo manifesto della Gen Y).

E se Rose & Fiori è il Noi, Loro, gli Altri di Ernia, Buonanotte è la sua Persona. Senza dubbio il brano più intenso e complicato di tutta la sua vita, un dolorosissimo schiaffo in faccia tirato però con tutta la dolcezza, la delicatezza e la totale assenza di giudizio necessarie per scrivere una lettera a un figlio mai nato. Liricamente, il punto più alto che abbia raggiunto fino ad ora.

Io non ho paura, il miglior disco di Ernia

Spesso, quando esce un disco, sentiamo dire dagli artisti che quello in questione è il migliore che abbiano mai fatto. E se talvolta è più una battuta da copione che altro, nel caso di Ernia non è una frase fatta ma un dato di fatto. In Io non ho paura c’è tutta la consapevolezza (più amara che altro, ma difficilmente potrebbe essere altrimenti) di un essere umano che non teme di guardare negli abissi, i propri e quelli della società che lo circonda, anche col rischio di scorgerne tutte le brutture.

C’è la crudezza di un artista a cui non frega niente di ostentare una realtà patinata e illusoria, in cui nessuno tra i suoi coetanei si rispecchierebbe, ma che la vita, quella vera, fatta di ansie, paure e insicurezze, te la sbatte in faccia senza edulcoranti. Quella vita che i Millennials conoscono fin troppo bene e che speravano solamente fosse raccontata da qualcuno come loro. E ora, in Ernia, hanno finalmente trovato quella voce che aspettavano.

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