Ernia: «Oggi la tristezza non è accettata. Ma io non ci sto» - Intervista | Billboard Italia
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Ernia: «Oggi la tristezza non è accettata. Ma io non ci sto» – Intervista

Ernia ha pubblicato “Come Uccidere un Usignolo/67” ed è attualmente in tour in giro per l’Italia. L’appuntamento per i fan di Milano è per il 15 febbraio al Gate Club

Ernia

Ernia è tra i rapper più apprezzati della nuova generazione. Ha da poco pubblicato il doppio album Come Uccidere un Usignolo/67 (entrato direttamente in top 5 dei dischi più venduti nella classifica di Fimi) e tra un brano e l’altro trova sempre il modo di farci riflettere. Riflessivo, crudo, diretto. Con uno stile ben preciso che lo caratterizza, Ernia sta girando il nostro Paese con una tournée nei club. Lo abbiamo incontrato.

Il tuo cofanetto Come Uccidere un Usignolo/67 ha registrato un grande successo. Come te lo spieghi?

Guarda, devo essere sincero: quando è uscito mi sembrava stesse andando male, è stato il mio primo progetto fisico, quindi non capivo bene cosa stesse succedendo. In realtà in parte penso che avessi ragione nell’immediato: non è esploso subito. Secondo me ci ha messo un mesetto per essere digerito dal pubblico, ma poi ha iniziato a essere apprezzato un sacco! Penso che il successo sia dovuto alla formula che abbiamo scelto per pubblicarlo, cioè dividerlo in due e pubblicarne una prima parte a giugno e una seconda a novembre: il pubblico si era affezionato alla prima parte, la seconda è stato un aumentare l’attaccamento, l’affezione e la fiducia verso il progetto Ernia.

Se dovessi ripercorrere il tuo percorso artistico (compreso quello con i Troupe D’Elite) quale ti sembra il momento più difficile che hai passato?

Penso che il momento più difficile sia stato quando ho pensato di smettere. Ho iniziato a preoccuparmi del rap quando avevo 12 anni, era stata la mia occupazione principale nel mio tempo libero e con i Troupe d’Èlite sembrava stesse per diventare un lavoro. Poi a 20 anni mi ritrovo ad aver finito il liceo e vedere che le cose non riuscivano a partire, non ci volevano: per la prima volta ho messo in dubbio tutto quello che avevo fatto fino a quel momento, forse avevo preso la strada sbagliata, forse avrei dovuto fare qualcosa di diverso nella vita. Così lasciai tutto e partii per Londra.



La prima traccia del tuo disco è Ego. Canti che “a volte sembrare è meglio che essere”. Credi che oggi si stia facendo confusione tra la realtà e l’apparenza?

Si sta facendo confusione tra la realtà e l’apparenza da una decina di anni ormai, ma il boom di Instagram unito a una nuova generazione di giovanissimi che ci vivono dentro sicuramente ha incrementato la cosa. Facebook è meno diretto di Instagram, ci trovi il caos e la confusione comunque, ma è meno legato all’apparire. Instagram è fatto di foto, e nelle foto ognuno mette solo i momenti belli, il suo sorriso migliore, il paesaggio più bello che ha visitato, non va di certo a pubblicare il cortile lercio dietro casa, così che ognuno di noi si convince che gli altri vivano sempre meglio e tutto ciò sviluppa una competitività che lo porta a pubblicare anch’esso solo il top è mai il flop, anche se pure quest’ultimo è parte integrante della vita umana. Viviamo tutti al top secondo gli altri, vietato essere tristi, vietato essere negativi, vietato essere pensierosi. O sei al top, o non ne vale la pena.

Sei spesso associato a una modalità di fare rap più “intelligente”, curata, culturalmente impegnata. Questa cosa ti fa piacere?

Certo che fa piacere. In Italia sono pochi gli artisti rap vagamente impegnati che son riusciti ad emergere come sta succedendo a me (incrociando le dita), questo significa anche che il mio metodo di comunicazione funziona. Riesco a rendere facili pensieri più difficili e pesanti, sia con la scrittura che con la scelta delle strumentali e dei flow: questo fa ancora più piacere.

Nella tracklist c’è anche un brano con alcune frasi in francese. Quanta cultura musicale francese c’è nel tuo repertorio?

Ho ascoltato tanto rap francese, specialmente quando ero più piccolo. Cercavo qualcos’altro a cui ispirarmi che non fosse il rap americano e così scoprii LaFouine e Soprano che hanno sicuramente influenzato tanto le mie scelte musicali in passato, anche se ora come musicalità strizzo molto di più l’occhio agli USA. Per quanto riguarda l’importanza della Francia nel panorama internazionale penso che sia il Paese numero 2 al mondo (se andiamo a togliere il Canada in quanto spesso accostato agli USA e in quanto Paese all’interno della sfera culturale e linguistica anglosassone). I francesi hanno creato un loro modo di farlo, un loro modo di fare le basi e di cantare, noi italiani stiamo cominciando solo negli ultimi anni a delineare un nostro stile chiaro.



All’interno di Come Uccidere un Usignolo/67 ci sono alcuni feat. Penso a quello con Guè Pequeno o alla canzone con Mecna. In un mondo come quello del rap è facile creare rapporti di stima reciproca? Cosa significa per te collaborare con qualcuno?

Sai, il rap – per quanto se ne dica – è ancora molto legato alla strada ed è veramente facile costruire rapporti di rispetto e stima tra gli artisti. C’è ancora un lato fortemente umano tra tutti noi, cosa che vedo di meno negli altri generi in Italia, e penso che sia uno dei motivi che ha portato il pubblico anche qua finalmente a spostarsi in massa verso questo genere. C’è del vero in quello che facciamo, ci sono dei legami e ci sono dei litigi e degli screzi, ma c’è umanità. Per questo il pubblico si è spostato gradualmente sempre più verso di noi, si rivedono in noi perché siamo umani.

Parliamo della parte prettamente musicale del tuo progetto. Come è nata questa tua capacità di unire sonorità moderne, trap, hip hop ed elettronica? 

Guarda, ho messo insieme quello che mi è sempre piaciuto. Ci si trova delle sonorità trap che in questo momento sono più di tendenza, ma anche del rap più classico, con dei campioni di musica soul, che sono i pezzi che ovviamente attirano molto meno l’attenzione in un momento storico in cui la trap la fa da padrona, ma che son convinto torneranno in voga nei prossimi anni come sta succedendo negli USA. Negli USA la trap è un fenomeno, gli artisti più chiacchierati sono ovviamente Lil Pump, Lil Yachty e i nuovi trappers, ma i dischi li vendono Kendrick Lamar, J Cole e qualcun altro. Gente che sa scrivere, con una cultura riguardo alla black music invidiabilissima, e che fanno un rap molto più classico.

Sei molto attento alle tematiche più vicine ai giovani. Credi che i giovani di oggi siano soli?

La vita è costruita sull’io. Io pubblico foto perché così diranno che io ho pubblicato la foto. Non noi. La collettività è stata annullata di fronte all’uso dei social. I giovani di oggi sono soli.

Sei attualmente in tour. Come sta andando?

Direi che il tour sta andando a gonfie vele, chiuderemo con oltre 25 date per fine marzo/aprile. Non vedo l’ora di arrivare a suonare a Milano al Gate il prossimo 15 febbraio. Milano è la mia città e l’emozione è sempre al top ma sono carico! La gente è calda, si sono affezionati alla musica e al progetto Ernia e questo ovviamente fa si che si abbia voglia di fare sempre meglio sia in studio che sul palco.



Le date del Come Uccidere un Usignolo/67 Tour di Ernia

19 gennaio – Firenze, Space
20 gennaio – Napoli, Hart
26 gennaio – Genova, Crazy Bull
27 gennaio – Desio, Movie Club
3 febbraio – Salice Terme, Club House
10 febbraio – Viterbo, Milk Club
13 febbraio – Campobasso, Invidia
15 febbraio – Milano, Gate Club
17 febbraio – Piacenza, Avila
24 febbraio – Padova, Factory

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