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HIPHOP

Ernia, l’usignolo rappa ancora: “68” track by track

Abbiamo voluto sentire da Ernia cosa racconta il suo nuovo album “68”, un lavoro in cui il talento italiano classe ’93 ha parlato molto di sé

Ernia - 68 - 1
Ernia - 1

La sua immagine non è proprio quella classica da rapper o di qualcuno vicino a quell’estrazione musicale. Viso pulito, pochissimi tatuaggi e un grande amore per la letteratura, che lo ispira nei suoi testi. Nella chiacchierata con Matteo Professione, per tutti Ernia, abbiamo voluto sentire dalla sua voce cosa raccontasse questo nuovo album 68, un lavoro in cui il talento italiano classe ’93 ha parlato molto di sé, del suo modo di vedere la vita e di quel percorso che dalla periferia di Milano lo ha portato sin da piccolo in centro – e che potrebbe anche riportarlo in periferia se le cose non dovessero andare bene.

Ernia - 68 - 2

King QT

È una dichiarazione d’intenti. Volevo fare una cosa che fosse quasi classic, infatti troviamo questi synth un po’ alla Dr. Dre che ricordano i primi Duemila. Ci sono due strofe: la prima strofa parla della droga, la seconda parla dei soldi. Ho voluto farlo. Sono due temi cardine dell’hip hop. È un pezzo mega street, a differenza poi di altri pezzi del disco più “patinati”. Ho parlato della droga, un mio amico è morto anni fa: non a causa di essa, ma le droghe lo hanno portato a togliersi la vita.

La seconda esperienza è un rapporto con i soldi. C’è una critica a come sono utilizzati in questo momento. Io vedo ragazzini di 15 anni che si comprano la roba di Supreme in quattro e cinque e se la scambiano. Ma non deve essere così: te la devi guadagnare. Ma se pensi che serva per fare il rapper è sbagliato. Io non sono contrario alle catene d’oro, ai brand grossi. Ho fatto un tot di lavoro e di gavetta. È la medaglia che ti devi guadagnare. C’è un elemento arrogante, già nel titolo: «Io sono King QT. Sono il re». Poi nella cultura black viene usato un sacco. Non è il boss o il capo malavitoso. È un qualcuno quasi di saggio, un guru. Poi, però, ci sono elementi molto umani, molto terra terra. C’è una contrapposizione, ho giocato su quello.

68

Come seconda traccia è importante perché è funk. È una roba che non si sta più sentendo. Mi sembra che i rapper stiano facendo tutti un tentativo di trap. Ci sono pezzi che strizzano l’occhio alle tendenze trap nel disco, ma mettere queste due tracce per prime è importante. Come per dire: «Se voglio, non lo faccio». È rischioso a livello discografico. Un ragazzino apre il disco e non è abituato al suono, a queste sonorità. Però così io prendo personalità. Per me sono queste quelle che devi sentire prima. È dire: «Io vado in questa direzione qua. Se non vi va, non mi rompete i coglioni».

È uno storytelling mio, della mia vita. C’è tanto storytelling in tutto il disco, in generale. Parlo quasi sempre di me, delle mie esperienze: 68 è un sunto di tutto quello che è successo. “La 68” è l’unico autobus che passa dal mio quartiere e porta da Bonola (che è in periferia) a Porta Genova (che ormai è praticamente il nuovo centro, dove c’è via Tortona). Mia madre è nata in via Bergognone, capolinea della linea 68, che una volta era una zona popolare, ora invece è fashion. Lo dico nel pezzo: «Io sono sulla 68 e non so dove finisco. Sto sparando il mio colpo. Questa è la mia possibilità. Potrei tornare in periferia o potrei arrivare in centro». È un po’ una scommessa: ora scopriamo dove si finisce.

Questo poi è il 50esimo anniversario di quelle che sono state le proteste giovanili del 1968. Ci sarà un prima e un dopo 68 anche nella mia carriera musicale, così come è stato a livello culturale al tempo. Dopo il mio 68 potrei essere tra i top di gamma come potrei essere ancora in fondo. Dipende da quanto piace il disco. In realtà il resto del disco è tanto sull’anno appena passato. Il passare dall’essere un emergente all’essere uno dei giovani meglio considerati soprattutto per la scrittura, all’essere considerato molto bene specialmente dagli addetti lavori, ma “in prospettiva”. Il fatto che non mi sono mai legato troppo alla trap mi ha tolto nell’immediato ma secondo me potrebbe darmi sul lungo termine.



Simba

È un pezzo di slego all’interno del disco. È una roba un po’ più da club, più autocelebrativa. Il ragazzino che ascolta il rap adesso probabilmente predilige una roba del genere rispetto una cosa impegnata e di concetto. Contiene sempre una citazione del rap classico. Nel ritornello c’è quel “woop woop” che è riprende Sound of da Police di KRS-One.

Domani

Questa è la prima traccia dell’album che ho scritto e registrato. È anche quella su cui abbiamo cambiato più basi. Volevamo fare una roba che fosse sì canticchiata e un po’ catchy, però volevamo darle un taglio black. Avevamo come mondo di riferimento She Knows, poi ovviamente è venuta ben diversa. Lui mette il suo timbro, io il mio. È un po’ l’outsider del disco: non ce ne sono altre così. Sono molto felice di questo pezzo perché al contrario del progetto precedente è un elemento luminoso, così come il brano 68. Il titolo originale era La Legge di Murphy, però poi abbiamo deciso di fare una cosa più immediata. È un pezzo positivo. Questi due pezzi mi danno respiro. Io sono molto più forte, secondo me, sulle tracce concettuali.

No Pussy

È una cafonata. Ed è legata a quella che è più di tendenza ora. In Italia la trap che funziona è quella “canterina” e melodica: il pubblico deve cantare, mentre ho notato che all’estero c’è tutta una parte che è proprio un casino, si spinge, si salta.

Una cosa che ho fatto anche nello scorso progetto è stata quella di puntare al club. Per quanto poi io ci tenga alle tracce più ragionate, il club è sempre stato una cosa importantissima per l’hip hop. La percezione che ho sempre ricevuto dagli USA è stato il fatto che l’importante è che la traccia vada nei club. Già la parola “hip hop” è chiara: ti dice “Balla, cazzo!” (ride, ndr). Ho notato che l’immaginario italiano è molto simile a quello francese: canterino, molto autotune. Invece a me è sempre piaciuta di più la roba più “secca”. Abbiamo cercato di distaccarci, di fare una cosa di tendenza ma distante dal filone pieno di autotune europeo (togliendo l’Inghilterra).

Tosse (La Fine)

Tosse è la fine. Infatti è scritto così, con la parentesi. Poi ci sarà Sigarette (L’inizio). Lo abbiamo invertito. Ho avuto una storia che è iniziata e finita all’interno dell’anno e se tu ascolti il disco al contrario lo ascolti cronologicamente. Sperando di finire King QT… (ride, ndr) Tosse ha degli elementi che sono secondo me accostabili a quello che è l’indie italiano. Ci sono tanti riferimenti alla città. C’è il Naviglio: cito il pavè, cercare parcheggio, citofonare. Sono tante immagini ben chiare per chi ci vive. La città non mi vuole fare posto. È la fine della storia: sono fuori posto.

C’è anche giro jazz di piano. Abbiamo chiesto a Zangirolami di rifarci il giro: lui è un organista e abbiamo cercato di avere un’impronta black. Vedo artisti come J. Cole o Kendrick Lamar quando che campionano pezzi jazz o soul e a me piace. È una cosa che in Italia non fa più nessuno e quindi cerchiamo di riproporlo in chiave nostra. Io ho notato che tanti rapper più legati al classic si chiudono, fanno un’élite. Ma non è giusto: la gente deve capire. Tu puoi fare una cosa sofisticata ma tutti devono comprenderla: devi cercare un compromesso.

Bro (feat. Tedua)

È il primo featuring che facciamo io e Tedua. Io e lui in realtà abbiamo cominciato insieme a dodici anni. Abitava nel palazzo davanti al mio e lo conosco dall’asilo. Ci incontravamo, abbiamo fatto poi i vari gruppi vacanze estivi insieme con l’oratorio e cose del genere. Però non avevamo mai collaborato. Quando il pubblico ha saputo che ci conosciamo da così tanto, è diventato un feat atteso. Avevo deciso di chiamarlo per una traccia un po’ lontana da quello che si aspetta la gente da me e Tedua. Volevo fare una roba che “picchiasse”. Lui ci ha messo l’elemento “canticchiato” (alla francese, come dicevamo prima). Quindi poi ho messo l’elemento “amicizia”.

È un pezzo scuro. Adesso è tutto allegro e friendly. Io ho pensato: «Se vogliamo fare una roba, facciamola cafona. Picchiata dura. E che saltino». Detta molto sinceramente, un pezzo così non serve a un cazzo, ma live salti per questo. Bro, No Pussy e Simba sono i pezzi che ti fanno saltare. È molto importante nell’economia di un concerto hip hop farli saltare e urlare. Anche perché poi si va ad equilibrare con pezzi di calma che ti fanno prendere fiato.

Paranoia Mia

Questo è un pezzo mio, è il mio mondo. Inizialmente doveva esserci un featuring, poi non è andato in porto, io non ho più riaperto la traccia perché l’ho scritta per una strofa. Riaprirla e fare un’altra strofa non sarebbe stato uguale. Forse è la mia preferita di tutto l’album. Due strofe mie mi avrebbero annoiato, perché è un pezzo che non ha un argomento così leggero (ride, ndr). Questo è quello che ho da dire. Il pezzo dura 2:31. XXXTentacion uscì l’anno scorso con un pezzo di 1:30 ed è una cosa che approvo. Se hai quello da dire, basta.

Come sonorità questa traccia forse è l’unica che si avvicina di più al mondo francese. A volte mi ricorda un po’ Damso, un rapper belga. Lui è molto particolare perché ha fatto una cosa che io vorrei portare in Italia: ha reso il conscious una cosa abbordabile per tutti. Nel mondo francofono è uno dei più quotati in assoluto.



Sigarette (L’Inizio)

È speculare con Tosse. Si somigliano anche per quello che è il suono. È sempre quel mondo un po’ soul, black. Strizza l’occhio all’indie. C’è il ritornello con il coro, canticchiato. La cosa che mi piace di questi due brani è che abbiamo inserito suoni ambientali. Sigarette finisce con la pioggia. C’è poi un riferimento diretto a Tosse. Sono due tracce speculari, magari non sono le meglio riuscite ma sono tra quelle più di classe. Se dovessi pensare unicamente a vendere il disco, avrei dovuto semplificare di brutto i due pezzi “love” del disco, questi due. La classica ragazzina forse fa fatica a capirlo un brano così. Però sono sicuro che arriverà anche in questo modo.

QQQ

Questa è l’ultima traccia di slego, quella più tecnica. Il titolo non vuol dire nulla il titolo. È l’iniziale che mi rappresenta. Q sta a significare QT8, la prima traccia del vecchio disco era QT. L’unica citazione un po’ più ricercata è all’interno del bridge, dico «Gandhi, conquisto senza toccarli» (non è violenza la mia, io canto); «Gaudí, metto in luce i miei traguardi» (lui diceva che ogni scultura deve avere una parte concava e una convessa, perché emerga la luce). Poi cito Marvin Gaye e concludo con una citazione su Martin Luther King. Non a caso lui è morto nel ’68.

Un Pazzo

Questa è la traccia che più s’ispira al mondo dei cantautori. Sembra il titolo di un brano di De André. Anche come impostazione: sono quattro strofe brevi, il ritornello che spezza la storia. Con quella di QQQ è l’unica base su cui non ha lavorato Marz: queste due sono di Luke Giordano. L’abbiamo scoperto l’anno scorso che aveva 19 anni e la cosa che mi piace molto di lui sono i “bassoni”. Lui è molto bravo a rendere attuali cose che non lo sono. Il giro di chitarra che c’è sotto può portarci al cantautorato anni ’80. Il pezzo è uno storytelling street. Qui si parla delle tamarre che rifiutano il coglione della zona.

La Paura

È tra le prime tracce che abbiamo fatto. Perché si può sentire il disco al contrario? Perché io l’ho strutturato partendo appunto con la speranza di arrivare ad essere “King QT”. L’anno si è aperto con me che avevo una fottuta paura di fare il disco. Per forza di cose la prima cosa che mi è venuta è stata: «Faccio un pezzo sulla paura». Solo la seconda parte del testo parla di una paura generale. La prima parte, che è quella più soft, è la mia. È la paura di non arrivare al successo, di non sentirmi realizzato.

Poi c’è una figura che non so come ho fatto a scrivere ma mi piace un sacco: «La paura è una bambina grassa che vedo, a sbalzi mentre mi agito perché annego, sorride mentre mi indica con il dito, sto come una mosca in un vaso in vetro». Forse le quattro barre che mi piacciono di più del disco. A me piace questa cosa che cambi proprio atmosfera, flow. Da un pezzo calmo si passa davvero a un pezzo picchiato. Forse questa e Paranoia Mia sono le due tracce che quando le ascolto mi danno più soddisfazione. Ma ovviamente pezzi come questo, o come Un Pazzo, sono quelli che non arriveranno mai a tutti. Sono più complessi. Però sono i pezzi che creano il mio profilo.

Ascolta 68 di Ernia in streaming

Ernia – 68 Tour

10 novembre – Calcinaia (Pi), Boccaccio club
17 novembre – Potenza, Cycas discoteque
24 novembre – Firenze, Viper Theatre
30 novembre – Roma, Circolo degli illuminati
7 dicembre – Bologna, Locomotiv
8 dicembre – Mantova, Priscilla discoteque
15 dicembre – Brescia, Lattepiù live
21 dicembre – Trofarello (To), Millionaire club
22 dicembre – Fabriano (An), Area club
12 gennaio – Lucca, Kuku Disco
25 gennaio – Avellino, Tilt Club
26 gennaio – Napoli, Duel Club
9 febbraio – Nonantola (Mo), Vox
2 marzo – Novara, Phenomenon
7 marzo – Milano, Alcatraz

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