Emis Killa: oltre gli istinti e l’impulsività - Intervista | Billboard Italia
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Emis Killa: oltre gli istinti e l’impulsività – Intervista

Dopo il lancio del singolo “Tijuana”, Emis Killa si prepara a pubblicare il suo nuovo disco “Supereroe Bat Edition” (in uscita il 21 giugno). Abbiamo fatto due chiacchiere con Emis in occasione del Core Festival di Treviso: «Ho imparato che le parole sono peggio delle botte. Quando vuoi fare male a qualcuno, se sai parlare nella maniera giusta non c’è cosa peggiore»

Emis Killa: oltre gli istinti e l’impulsività - Intervista

Supereroe è uno dei dischi per certi versi più sorprendenti dello scorso anno, alternando brani ben scritti ad altri instant banger. Emis Killa ha dimostrato negli anni di non essere solo quello che sforna hit da classifica (Parole di ghiaccio vi dice qualcosa?), ma anche di essere una penna finissima nella scena italiana. Il suo summer tour ha fatto tappa al Core Festival di Treviso, per lanciare la bat-edition contenente anche il nuovo singolo Tijuana, ma anche un’occasione per incontrare l’artista milanese.

L’anno scorso è uscito il tuo nuovo album, mentre qualche giorno fa il tuo ultimo singolo Tijuana. Come va il tuo ultimo periodo?

Sta andando bene! Mi sono tolto un po’ il peso dell’album, e tra quello e i vari singoli direi tutto bene. Pur essendo pieno di impegni, potrò vivermi tranquillamente l’estate, proprio perché ho già lanciato Tijuana. Nel frattempo lavorerò alla roba nuova, sono sempre in studio: ovviamente più stai in studio, più le canzoni escono. Anche se per molti questo può essere paradossale, per me funziona diversamente, non metto sotto stress l’ispirazione stando in studio, anzi, la musica ispira altra musica.

Scorrendo i tuoi social, una frase ha attirato la mia attenzione: “Ho smesso di usare i pugni quando ho scoperto la forza delle parole”…

La verità? Quella era una marchetta, però la frase l’ho scelta io.

Questo perché fondamentalmente ti si addice, rispetto al tuo percorso?

Sì, diciamo che mollare gli istinti e l’impulsività è il passaggio che stabilisce la maturità umana. Io sono cresciuto in un contesto in cui le persone, dove non arrivavano con le parole, arrivavano sempre con le mani. Anche io, alla fine, per emulazione… Adesso, oltre a me, un po’ tra tutti – anche i casi più disperati – c’è chi si è sistemato, chi si è fatto una famiglia, chi si è aperto la palestra di boxe e quindi i pugni li dà lì. Ho visto tanta gente cambiare in meglio e sono fiero di questo.

Anche perché poi ho imparato che le parole sono peggio delle botte. Quando vuoi fare male a qualcuno, se sai parlare nella maniera giusta non c’è cosa peggiore.      



Negli anni passati, il tuo aspetto a volte ha messo in secondo piano la tua musica, soprattutto per le tue fan. Ti è capitato, limitandoci alla sfera musicale, di fare delle hit che mettono in ombra brani che per te invece rappresentano qualcosa in più?

Il mio pubblico contava tante ragazzine che mi hanno sempre apprezzato per il mio aspetto fisico. Col tempo, però, ho capito che questo è dovuto ad un fattore di età. Lo vedo con tutti i ragazzi giovani che fanno musica di qualsiasi genere. È inevitabile, essendoci delle ragazzine che ti seguono per quello… però fanno tanto! In classifica ho spaccato anche grazie al loro supporto. Fanno una promo incredibile (ride, ndr), però questo, inevitabilmente, taglia fuori tutti gli altri.

Io invece ho lottato duro per affermarmi come rapper, sono bravo, non solo bello! Perché poi il pubblico si convince che sei quello: un rapper per ragazzine, se tu hai un pubblico prevalentemente femminile e giovane. Magari semplicemente non sei brutto come gli altri, ma se piaci questo ti toglie la credibilità, anche con i giornalisti.

Oggi, avendo lottato duro, facendo musica “cazzuta”, ho più fan maschi e le femmine sono più adulte. L’esempio più eclatante in questo senso è Justin Bieber: per anni piaceva semplicemente alle ragazzine, ma da quando ha scritto Boyfriend, un pezzo che veramente spaccava, ha dimostrato che faceva musica sul serio, e che scala le classifiche per la sua bravura, non solo per il suo aspetto.

Ti sei scontrato con la discografia, il successo, l’essere l’idolo delle più giovani. Ma non è finita qui: anche in televisione, sui talent, che esperienza hai avuto? Cosa ti porti dietro come risultato?

Dipende da cosa vai a fare: se vai al talent da concorrente e vuoi fare il rapper, ti stronchi la carriera da subito. Guarda Moreno, non potrà più riprendersi quella credibilità lì, perché è andato ad Amici, idem tanti altri. È dura.

Un rapper seguito come Anastasio, che ha vinto X Factor e che ho anche sentito dire che è bravo e che scrive bene, anche se a me non piace, lui molto difficilmente entrerà in questo meccanismo di rap game. O sei veramente bravo, e allora chi se ne importa se sei al talent, ma se sei bravo come lo possono essere anche altri è dura, la gente non vuole sporcarsi le mani ed essere “contaminata”. Il talent è un meccanismo strano.

Se invece ci vai da giudice, se te la giochi bene hai solo da guadagnare! Ma devi giocartela col tuo carisma, se no perdi una fetta de tuoi fans e quelli che ti guardano ti prendono per un pirla.

Nel mio caso potevo permetterlo perché non ho mai fatto il puro, “quello duro e crudo”, l’hardcore. Poi, dall’altro lato, io avevo già un pubblico un po’ generalista. Quindi sono andato lì per giocarmi una carta in più, che mi ha portato sicuramente tanta popolarità. È nata questa cosa con Raffaella Carrà e ha fatto divertire soprattutto quelli più grandi, che ancora oggi si ricordano di me perché sono andato a The Voice, ma non conoscono le mie canzoni. In termini musicali, dire che il talent ti arricchisce però è un altro discorso.

Per quelli come te che vengono da una situazione “normale”, fare successo a volte viene visto come “sono stato fortunato”. Quando però c’è una riconferma negli anni, lo considereresti comunque un caso?

Nel mio caso non l’ho mai pensato! Di alcuni sì, ma di me stesso, se penso a tutto l’impegno che ci ho messo non è stato un caso. Anche perché a differenza di questi nuovi non è che io sia arrivato e di colpo abbia fatto il multiplatino… Per portare cinquecento persone in un locale dovevo fare mille brani, strofe da quaranta barre, freestyle… non so se mi spiego.

Ho sempre fatto fede al talento: finché penso di essere bravo a fare questa roba posso stare tranquillo. Poi che abbia preso “sotto gamba” la situazione, quello sì: quando ho iniziato ad essere invitato in eventi come questo, MTV, e vedevi la gente che ti aspettava e c’erano le ragazzine attaccate alla griglia con il cartello allora dicevo: “Minchia, sono come Mengoni, quindi?”.

Per me era inconcepibile, e invece è successo! È successo perché è cambiato il mercato. Quando ho iniziato a fare rap non c’era e mentre lo facevo, un po’ anche grazie a me è cambiato e siamo arrivati dove siamo arrivati. Sarà in continua crescita, credo…

Articolo di Davide Buda

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